E-Book, Italienisch, 685 Seiten
Davis / Troupe Miles. L'autobiografia
1. Auflage 2011
ISBN: 978-88-7521-402-9
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 685 Seiten
ISBN: 978-88-7521-402-9
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Dall'epoca d'oro del bebop alla rivoluzione della fusion, la musica di Miles Davis ha attraversato e segnato l'intera storia del jazz. In questo libro autobiografico, che torna oggi in un'edizione rilegata e arricchita di preziosi contenuti speciali, Davis racconta l'evoluzione del suo stile, i suoi gruppi, gli album e i concerti, ma anche gli amici, le donne, la famiglia, gli anni bui dell'eroina, i conflitti con i bianchi del mondo della stampa e del potere costituito. Dalla sua voce di volta in volta commossa, indispettita, orgogliosa, nasce un grandioso film corale in cui fanno da co-protagonisti Charlie Parker, John Coltrane, Dizzy Gillespie, Jimi Hendrix e Prince, e in ruoli cameo troviamo Juliette Greco, Jean-Paul Sartre e addirittura Ronald Reagan. Fitto di aneddoti e informazioni come una grande enciclopedia del jazz, ma animato dal calore di una personalità battagliera, questo libro è una testimonianza fondamentale per la storia della musica, ma insieme un romanzo appassionante e un ritratto 'militante' di mezzo secolo di cultura nera americana.
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PREFAZIONE
«Perché, Miles? Why did you do it?», avevo chiesto sottovoce, quasi parlassi fra me e me, temendo una sua reazione sprezzante. In un altro momento, magari qualche anno prima, mi avrebbe sicuramente risposto con un «Fuck you». Ma allora, in quell’improvvisato camerino di Bari, era il 1990, era rimasto in silenzio. Poi, anche lui come se stesse parlando a se stesso, aveva detto: «Don’t give a fuck», «non me ne fotte niente», e aveva aggiunto un: «Money», sarcastico.
Era appena apparsa la prima edizione di questo libro, scritto con Quincy Troupe, giornalista e poeta, dopo un’infinita serie di incontri durante i quali Troupe aveva dovuto superare le diffidenze di Davis, nemico da sempre di chi si occupa di carta stampata. Ed era stata l’ex moglie Cicely a convincerlo, soprattutto con un argomento: se ne dicevano tante su Miles, anche cose assurde, anche cattive. Era ora che lui stesso restituisse la verità a quell’uomo con la tromba che aveva fatto la storia del jazz dell’ultimo Novecento. Una volta pronto, l’originale era stato affidato a Jane Gregory, che l’aveva venduto alla Simon & Schuster per 38.000 dollari, una somma che dice tutto sull’interesse che il nome del trombettista suscitava ovunque. La prima edizione italiana, forse, non rendeva pienamente giustizia a una delle caratteristiche salienti del libro: il linguaggio di Davis, spontaneo, vivacissimo, spesso gergale, costellato di volgarità colorite che diventano semplici intercalari; un modo di esprimersi personalissimo che contribuiva al fascino di quelle pagine ed era difficile da trasferire in italiano senza trasformarlo in una parlata stereotipata da personaggio di telefilm; uno dei pregi di questa nuova edizione è proprio l’aver limato certe imperfezioni della traduzione in questo senso, restituendo alle parole di Davis scorrevolezza e incisività, riproducendo ancora meglio il calore, la passione, la sincerità del suo racconto e di quei suoi nettissimi, vibranti giudizi in fatto di politica, di donne e soprattutto, ovviamente, di musica.
Per il lancio della prima edizione avevo organizzato una conferenza stampa a Bari, dove Miles teneva un concerto. Mi aveva assicurato che sarebbe intervenuto, ma naturalmente nessuno lo aveva visto e anche durante il giorno era rimasto chiuso in camera, con il telefono staccato. Così ero andato al concerto che si teneva allo stadio. Bari sembrava una città in stato d’assedio: era avvenuto pochi giorni prima un grande sbarco di albanesi e la città non era preparata a una simile emergenza. Lui, ignaro di quanto accadeva, era in camerino e già aveva cominciato a rendere difficile la vita degli organizzatori perché, diceva, non aveva trovato le salviette nel numero indicato dal contratto. Poi il concerto, tirato via in qualche modo, senza il suo feeling, quel bruciore ambiguo che sembra mischiare dolci sentimenti e ire metropolitane e che, nella sua musica, si trasforma in una poetica ansiosa, a volte delirante, dai tratti sanguigni, forti come nelle sue pitture, buttate sulla tela con un furore che si stempera in colori languorosi.
«Perché, Miles?» Me lo chiedo ancora, a volte, riascoltando qualche sua incisione. Perché accettare concerti sapendo di non poterlo fare, con quel diabete che lo costringeva a tre insuline al giorno, con una bronchite cronica, con la gamba, quella famosa dell’incidente con la Ferrari, che lo faceva camminare claudicante, proprio lui, l’ex pugile, l’atleta che aveva superato mille battaglie, perfino quella infinita della droga, e che non sopportava l’umiliazione della malattia?
Forse mi aveva guardato con odio, a quella domanda, perché conosceva bene la risposta: non ce la faceva a stare lontano dalla folla, dal successo, dalla musica, perché ce l’aveva nel sangue. Ed era viziato da quella sua energia interiore, troppo sicuro di poter superare di slancio ogni ostacolo. Uno sguardo simile mi aveva lanciato, in un’altra occasione, a bordo di un aereo che volava da Boston a New York. L’avevo visto salire, ma non avevo avuto il coraggio di andare a salutarlo, temendo che, come troppo spesso accadeva quando era in pubblico, rispondesse con una parolaccia. Poi mi ero accorto di una cosa che gli rodeva dentro: accanto a lui sedeva la moglie, l’attrice Cicely Tyson, una donna splendida, elegante e sicura di sé che aveva attirato gli sguardi di tutti, e più di un passeggero, passandole accanto, aveva abbozzato un saluto a lei, un sorriso, ignorando totalmente il grande Miles. Forse era questa la ragione per cui aveva accettato quella partaccia insulsa di spacciatore in quella altrettanto insulsa serie televisiva, , per dimostrarle che anche lui avrebbe potuto diventare un personaggio del piccolo schermo e ottenere gloria e denaro, senza dover in ogni occasione mettere a nudo la sua anima, soffiando nella tromba i suoni che covava dentro da sempre. Eppure quando Cicely l’aveva lasciato aveva avuto un periodo di scoramento. La solitudine, sulla quale aveva sempre pensato di poter contare come su una forza interiore capace di spingerlo sempre in avanti, ora gli tagliava la gola, lo svenava di ogni energia. Ma come sempre non voleva arrendersi e allora via coi concerti, spesso organizzati in luoghi inadatti, palasport colmi di insidie sonore, stadi realizzati per altre tenzoni, dove la sua musica si spegneva per forza di cose e le sue note estenuate, le sue note con la sordina, le sue frenetiche stilettate si disfacevano davanti a platee sudate che da lui, ormai, volevano soltanto il gesto cattivo, l’arrembaggio sonoro, l’atteggiamento strafottente della superstar viziata.
Così di tappa in tappa, di fatica in fatica: lo ricordo nell’85, nello stadio di Perugia, quando per la prima volta si era concesso, scendendo dal palco, suonando fra la gente impazzita ed era sembrato, in quella occasione, che il grande incazzato si fosse un po’ ammansito, nell’86 a Bari, nell’88 ad Aosta, sempre capace di cavare dal petto suoni esaltanti, sempre capace di dare alla musica un senso nuovo. Poi nell’89 quella brutta faccenda, a Rimini, del concerto con Zucchero. L’uomo del blues italico aveva convinto Miles a dividere una serata con lui: il gruppo di Davis, quello di Zucchero e un finale insieme, una sorta di apoteosi. Per Zucchero, ovviamente. Non so come Miles si fosse lasciato convincere, certo è che a Rimini si era presentato davanti a una gran folla che voleva l’altro, non lui. Aveva suonato in qualche modo, quasi indifferente alla situazione, come se neppure lo riguardasse, ma a mano a mano che passava il tempo cresceva in lui l’idea di essere caduto in una trappola. Così il duetto si era trasformato in qualcosa di irreale, con il pubblico che avvertiva benissimo quanto i due fossero distanti, estranei, appiccicati l’uno all’altro da una volgare questione di denaro. L’arte? Finita chissà dove, lontano.
Mai lo avevo visto così furente; mai così avvilito. La stanchezza l’aveva già preso per le braccia. Suonava sempre meno. Fino all’ultimo atto, che doveva essere d’amore ma che aveva segnato la sconfitta: Montreux, con l’orchestra di Gil Evans, ancora attiva grazie al figlio Miles e alla moglie Anita, perché lui, il sorridente santone del jazz, se n’era andato per sempre un anno prima, e quella di George Gruntz, entrambe dirette da Quincy Jones e impegnate nei classici arrangiamenti di Evans, pochi segni buttati sul pentagramma, praticamente illeggibili per chiunque, che Gil Goldstein, il pianista, aveva dovuto completare per renderli decifrabili. Erano sfilate, in quella notte sul lago svizzero, le note di «Summertime», di «Blues for Pablo», di «Solea», con Miles che faticava e Wallace Rooney accanto a lui a sostenerlo in ogni momento. E la gente, forse, non era lì per ascoltare la sua musica, ma piuttosto per vederlo morire a poco a poco, eroe disfatto da tanti combattimenti, eppure ancora in piedi.
Poi l’ospedale, l’ultima ribellione contro chi voleva addomesticarlo. Immagino il suo ultimo «figlio di puttana» lanciato contro il medico, ma anche contro quel mondo cane, fatto di bianchi, che gli aveva reso difficile la vita e al quale lui, in ogni momento, aveva risposto con una indicibile rabbia.
La racconta lui stesso, la sua vita tribolata, in questo libro che è uno straordinario documento su uno dei pochi eroi del jazz, l’unico che abbia saputo attraversare tutte le mode, tutti gli stili, anche di costume, del secondo mezzo secolo del Novecento, captando l’evolversi delle forme, accettando i mutamenti, addirittura facendoli suoi, ribaltandone i contenuti, offrendo inedite dimensioni alla musica, aprendo nuovi spazi. E anche con le parole, come fa con la musica, si espone di continuo, non tollera i mezzi termini, si spinge fino al limite della volgarità e si compiace, quasi, dell’antipatia che può provocare. Ma non lo fa per vezzo, non per rimanere nel personaggio scorbutico che si è creato addosso. Sente l’impulso di ribellarsi, Davis, sempre e ovunque. È stato questo impulso a impregnargli la vita da quando, uscito dall’atmosfera rassicurante della casa paterna, scoprì la verità della strada, l’avvilimento di essere nero e, insieme, l’orgoglio di fare parte di quella razza, di quella musica svergognata che stava diventando la musica dell’America, la musica del secolo, l’unico progetto musicale autenticamente originale del Novecento. Ed è questo pensiero, forse, che lo sorregge sempre e che lo spinge a cercare dentro di sé i valori più grandi, costringendo anche gli altri, quelli che di volta in volta chiama a suonare con lui, a interrogarsi sulla verità della musica e a cercarla in ogni momento, inventando nuove cose, scrutando in ogni...




