E-Book, Italienisch, 280 Seiten
Reihe: Narrativa
Deville Kampuchea
1. Auflage 2022
ISBN: 978-88-7452-988-9
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 280 Seiten
Reihe: Narrativa
ISBN: 978-88-7452-988-9
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
L'esploratore Henri Mouhot, col retino in mano, insegue una farfalla, mette un piede in fallo e sbatte la testa. Si riprende, alza lo sguardo, e resta stupito di fronte alla rivelazione dei templi dimenticati di Angkor Wat. Circa un secolo e mezzo dopo, in Thailandia imperversa la rivoluzione delle Camicie Rosse, e in Cambogia viene processato Duch, direttore dell's-21, luogo di tortura dei Khmer rossi. Dal francese Mouhot a Pol Pot, che imparò il comunismo a Parigi, da Bangkok al confine cinese, Patrick Deville racconta la Cambogia e l''Indocina' intera, il dramma e la bellezza, tra re e contadini, truppe coloniali e rivoluzionari comunisti. Come Conrad e Coppola prima di lui, Deville s'addentra nel cuore di tenebra, risale il fiume della storia, qui il Mekong, alla ricerca della verità nelle vicende umane.
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un cacciatore di farfalle
Lui è Mouhot. Henri Mouhot. Henri la Scienza. Riprendiamo dall’inizio. Il suo armamentario da lepidotterologo. Guardiamolo avvicinarsi alla foresta con il suo retino da farfalle, e svanire nell’ombra; non ne uscirà più. Mouhot è scomparso.
Mouhot è il naso di Cleopatra e la teodicea di Leibniz, la storia del battito d’ali di una farfalla che provoca una catastrofe a migliaia di chilometri di distanza o decine di anni dopo. Senza Mouhot, forse, niente rue Saint-André-des-Arts per Ieng Sary e Ieng Thirith, né per Pol Pot.
Questo erudito tranquillo fa scontrare qui l’Oriente e l’Occidente, trascina sulla propria scia l’esplorazione, la conquista, la colonizzazione, la guerra. Eppure Mouhot non è il primo europeo a scoprire i templi di Angkor. Sperduti viaggiatori portoghesi avevano menzionato fin dal XVI secolo i grandi fantasmi di pietra sotto la notte umida della foresta. Ma il fatto è che Mouhot scrive e disegna piuttosto bene. E che è munito di un sestante e di un compasso. Alcuni mesi dopo la sua morte nella regione di Luang Prabang, vengono ritrovati i suoi effetti, i suoi boccali d’insetti, i suoi animali impagliati, i suoi erbari, il suo diario soprattutto, nel quale è segnata la posizione dei templi di Angkor. Sotto il Secondo Impero vanno di moda questi viaggi in terre sconosciute che la morte solitaria aureola di una cristologica grandezza. Le riviste delle Società di Geografia vanno a ruba, e anche Le Tour du monde, che pubblica a puntate il diario di Mouhot, ma Mouhot non ne saprà mai nulla. Mouhot è celebre. La gloria in vita ha i suoi vantaggi.
Chi fu quest’uomo che gli dei scelsero per sconvolgere la Storia al punto che, qui in Cambogia, si potrebbe rimpiazzare il 1860 con l’anno Mouhot, l’anno zero a partire dal quale ogni avvenimento sarebbe datato come avanti H.M. o dopo H.M.? Si sa che era in preda all’irrequietezza. Se no cosa diavolo ci sarebbe andato a fare in Russia un ragazzo povero di Montbéliard nato sotto la Restaurazione? Ci resterà dieci anni, spingendosi fino a Voronež, dove diventerà precettore aspettando di meglio, l’avventura. Potrebbe proseguire la sua traiettoria verso est, la Siberia inesplorata dove già sono stati deportati i decabristi. Ma è a Jersey che si installa, per studiare le farfalle e sedurre una nipote di Mungo Park. È così che gli vengono alcune idee e le prime entrature alla London Geographical Society. Mungo Park aveva guidato due spedizioni sul fiume Niger, era stato ridotto in schiavitù per alcuni mesi dagli arabi, poi era fuggito da solo nel deserto. Attaccato dagli Hausa, era annegato nel grande fiume che voleva cartografare. Anche Mouhot è uno di quegli eruditi enciclopedici discesi dall’Illuminismo, al tempo stesso entomologo, botanico, idrografo, archeologo. È con un ordine di missione e dei fondi inglesi che s’imbarca per l’Asia.
Il pianeta non è ancora un granello di senape. Non lo si attraversa ancora in giornata. Ci volevano allora centotrenta giorni di viaggio a vela per andare da Londra a Singapore. Una progressione di un centinaio di chilometri al mese. Da Bangkok raggiunge la Cambogia. “Phnom Penh, situata alla confluenza di due grandi corsi d’acqua, racchiude una decina di migliaia di abitanti, quasi tutti cinesi, senza contare una popolazione in transito almeno doppia”. Avanza verso il nord a dorso di elefante, passa i primi mesi del 1860 ad Angkor, che scrive Ongkor, dove si costruisce una capanna di bambù, ma sono le bestiole a interessarlo. “Le mie peregrinazioni mi hanno ricondotto più volte verso le grandi rovine che si trovano in mezzo alla foresta, dove ho raccolto una collezione di bellissime farfalle e di vari nuovi insetti”. Decide comunque di percorrere, e documentare, “le incontestabili vestigia di un impero crollato e di una civiltà scomparsa”. Lungo le sue marce nella foresta, su distanze considerevoli, è a poco a poco sconvolto da tutti quei templi abbandonati, divorati dalle liane e dalle radici, invasi dalle scimmie, e si rende conto di aver scoperto, disseminata, un’opera “che non ha forse eguali sul globo. Con quanta eloquenza parlano queste pietre! Con quanta solennità proclamano il genio, la forza e la pazienza, il talento, la ricchezza e la potenza dei Khmerdom o cambogiani di una volta!”
Mouhot naviga sul grande lago Tonlé Sap, che scrive Touli-Sap. “Acquistai una barca piccola e leggera che potesse contenere tutte le mie casse, con uno stretto spazio coperto per la mia persona e un altro per i bipedi o quadrupedi che compongono la mia famiglia d’adozione: due rematori, una scimmia, un pappagallo e un cane. Uno dei miei domestici era cambogiano, l’altro annamita, entrambi cristiani e con qualche rudimento di latino e d’inglese che, uniti al poco siamese che già avevo potuto imparare, dovevano bastarmi per farmi grosso modo comprendere”. Al largo, più nessuna farfalla, e s’improvvisa ornitologo.
È stupito di vedere la corrente risalire dal sud al nord invece di scendere verso il fiume di cui sembra tributaria. Gli viene spiegato il movimento annuale di riflusso del grande lago, il cuore del paese che batte due volte l’anno, affluente e poi defluente del Mekong. “Lo straripamento periodico delle acque s’incarica di rendere di una straordinaria fertilità le terre della piana. Qui l’uomo deve solo seminare e piantare, lascia ogni altro compito al sole, e non conosce né sente il bisogno di tutti quegli oggetti di lusso che fanno parte della vita degli europei”. Sembra una sorta di Jean-Jacques botanico ottant’anni prima o di Pol Pot un secolo dopo. L’amore per la natura e l’odio per la modernità, il gusto per la vita semplice e frugale. La sete di avventura gli gonfia il petto. Maneggia il plurale enfatico: “Confessiamo sinceramente di non essere mai stati tanto felici come in seno a questa bella e grandiosa natura tropicale, in mezzo a queste foreste, il cui solenne silenzio è turbato soltanto dalla voce degli animali selvatici e dal canto degli uccelli. Ah! Se anche dovessi lasciare la vita in questi luoghi sperduti, li preferirei a ogni gioia, a ogni rumoroso piacere dei salotti del mondo civilizzato, dove l’uomo che pensa e sente si trova così spesso solo”. Ma è soltanto così per dire. Cambierà opinione, Mouhot. La misantropia del passeggiatore solitario è deliziosa finché si è in salute. La sua, nei primi due anni, sembra essere di ferro. Soli e ammalati si fa meno i furbi.
Risale il Mekong in direzione del Laos. I paesani che incontra sono pacifici e lo prendono per un pazzo gentile e inoffensivo, osservano divertiti la sua attività di tassidermista: “Una folla di curiosi cinesi e siamesi viene a vedere il farang e ad ammirare le sue collezioni”. Scherza ancora, Mouhot, felice nella natura, tra marce e scoperte, il vigore del suo corpo di giovane sano, gli si rizza ancora, a Mouhot. La solitudine dell’uomo bianco è sempre popolata da donne indigene. Ma il suo diario, lo sa bene, potrebbe finire nelle mani della nipote di Mungo Park. È più loquace quando si tratta dei molluschi d’acqua dolce. Con la sovranità di un dio tassonomista, battezza e classifica: gli dobbiamo il Bulimus Cambogiensis e l’Helix Cambogiensis, e poi, alla fine, forse perché a corto di idee, o per modesta vanità, l’Helix Mouhoti.
Ma ecco che il passo si fa pesante, strascica. Il corpo esausto resiste meno alle amebe, alla dissenteria, ai parassiti, a tutte le schifezze di cui rigurgita quella grandiosa natura tropicale che si finisce per detestare e aborrire. Si è perduti, lontano da tutto salvo da Luang Prabang, dall’altro lato del Mekong, e senza rimedi ai mali. Si è diventati mineralogisti o setacciatori, forse resi folli anche dalla febbre dell’oro. Si è trovata qualche pepita o pagliuzza nel letto del Nam U. Eppure ci si annoia mortalmente, bisogna pur ammetterlo. Il tono del diario s’incupisce. Si giunge a rimpiangere l’idiozia e la meschinità dei salotti di Montbéliard: “Mi sento triste, pensieroso e infelice. Rimpiango il suolo natale. Vorrei un po’ di vita. La solitudine continua mi pesa”. Un po’ al di sopra del fiume, è sdraiato nella sua capanna sotto la pioggia calda, rannicchiato nel suo giaciglio infestato da insetti che schiaccia senza più cercare di dargli un nome, se la fa addosso, beve dell’acqua fangosa, scrive sempre meno. Una sola frase il 19 ottobre 1861: “Sono in preda alla febbre”. Poi niente per dieci giorni. E infine le ultime parole, tracciate con mano implorante il 29: “Abbi pietà di me, o mio Dio”. Muore a trentacinque anni.
Qualche mese dopo, dei portatori trasportano verso Bangkok i boccali, i quaderni scarabocchiati in una lingua e in un alfabeto sconosciuti, gli abiti sudici, forse il retino da farfalle bucato. Le bestiole e le conchiglie non basteranno a garantire la fama a Mouhot. È l’uomo che è morto per avere scoperto il tempio di Angkor. Il suo diario viene pubblicato nella rivista Le Tour du monde e fa nascere in Francia il mito di Angkor. Così, in mezzo alla foresta oscura, Angkor Wat attendeva la Francia. I cambogiani, che ancora non ne sono al corrente, presto se ne renderanno conto.
Le civiltà al loro apogeo amano contemplare l’apogeo di civiltà scomparse e...




