E-Book, Italienisch, 493 Seiten
Fader Giannis
1. Auflage 2022
ISBN: 978-88-6783-390-0
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
L'incredibile ascesa di un campione
E-Book, Italienisch, 493 Seiten
ISBN: 978-88-6783-390-0
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Giannis Antetokounmpo è uno dei più famosi campioni di basket del mondo. Due volte miglior giocatore in NBA, vincitore di un titolo con i Milwaukee Bucks, idolo di migliaia di tifosi, il giocatore greco ha però anche un'altra storia da raccontare. Nati in Grecia da genitori nigeriani, per anni Giannis e i suoi fratelli (due dei quali anche loro campioni NBA) hanno dovuto affrontare un'assoluta povertà e vivere da clandestini senza documenti e diritti. Per mantenersi, tutta la famiglia lavorava come commercianti ambulanti per le strade di Atene, e spesso a casa non c'era nulla da mangiare. È stata però la loro unione a permettere agli Antetokounmpo di andare avanti e continuare a credere in un futuro migliore. Poi la svolta, arrivata su un campo da basket, grazie ad alcuni allenatori capaci di vedere in Giannis un talento e una possibilità. I primi anni al Filathlitikos nella seria A2 greca, poi l'arrivo in massa degli scout NBA che scoprono in lui un diamante grezzo che non avrà bisogno di troppo tempo per mostrarsi al mondo. Mirin Fader ci restituisce la sua vera biografia, meticolosa e memorabile, nata da interviste con il giocatore, la famiglia, gli allenatori, gli amici e i compagni di squadra che lo hanno accompagnato in questi anni di incredibile ascesa. Un libro che rende omaggio a un gigante e che sa raccontare la favolosa umanità del più grande fenomeno sportivo degli ultimi anni. Il ritratto di Antetokounmpo fatto da Mirin Fader è eccezionale, sobrio e potente allo stesso tempo, proprio come lo è Giannis. Una biografia superba. - Jonathan Eig, autore di 'Muhammad Ali, la vita' In un mondo giornalistico sempre più basato sulle opinioni, Fader ha scelto di diventare una grande narratrice. - Jack McCallum, autore di 'Dream Team'
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FAME
Giannis aveva sei anni quando iniziò a fare il venditore di strada per aiutare la famiglia. Lo faceva con Thanasis e sua madre: trovavano qualche oggetto nei quartieri più poveri, lo compravano per un euro o due, e lo rivendevano a un prezzo maggiore, tre, quattro euro, nelle periferie di Atene. Andavano spesso in spiaggia, soprattutto quelle ricche come Alimos Beach, confidando che i turisti con i soldi avrebbero comprato qualcosa. Giannis con una mano teneva Veronica e con l’altra sventolava per aria la mercanzia sperando che qualcuno trovasse accattivanti le sue adorabili guanciotte e invitante il suo super sorriso.
All’inizio non capiva bene né che cosa stessero facendo né che cosa stesse succedendo e ne soffriva. Sapeva solo che le cose non andavano bene e che spesso, quando aveva fame, vedeva la dispensa e il frigo di casa vuoti. C’erano giornate in cui non riuscivano a vendere abbastanza per mangiare se non a notte inoltrata e allora capiva che essere lì, provando a convincere qualcuno a comprare qualcosa, era la differenza tra mangiare o non farlo, sopravvivere o non riuscirci.
Vedeva anche come sua madre non si lasciasse abbattere, la schiena dritta, lo sguardo alto. Manteneva sempre una certa fede, anche quando sentiva di non voler continuare ad andare avanti così, o quando non le sembrava possibile riuscire a sfamare i ragazzi e il marito. «Dio è buono», ricordava spesso a tutti loro. Vendeva qualsiasi cosa trovasse: occhiali da sole, DVD, borse contraffatte, orologi, giocattoli, vestiti, prodotti di bellezza. «Qualsiasi cosa», dice.
Quando nacque Alex lo portava con sé nei giri più vicini a casa, svegliandosi presto per non mancare il mercato di Laikh a Sepolia il mercoledì. Era un mercato all’aperto nel centro della città, con una serie di baracche. Aveva tutto: prodotti, erbe, tè, yogurt. Gli immigrati vendevano bigiotteria ai lati del mercato, spesso senza i permessi necessari per farlo.
Negli anni successivi Veronica si allontanava sempre di più per riuscire a vendere la propria merce, ma non voleva lasciare Alex da solo troppo a lungo per cui divenne il suo compagno di missioni. «Mi sono spinta anche fuori Atene, per tre giorni, e non potevo farlo da sola: lui è il mio bambino».
Non voleva questa vita, stare agli angoli della strada per ore, ma non c’erano molte opzioni. Come immigrata nera faceva fatica a trovare qualsiasi altro impiego stabile, soprattutto negli anni successivi alla crisi finanziaria del 2008. Era stato il peggior momento dell’economia dagli anni Trenta: erano fallite alcune banche, il valore delle azioni era precipitato, tutta l’Europa era impantanata in una pesante recessione.
I posti di lavoro, soprattutto quelli che cercavano due immigrati come Charles e Veronica, erano pochissimi. Perfino i cittadini greci non trovavano un’occupazione. In Europa i disoccupati erano oltre ventuno milioni, tra cui due quinti dei giovani greci. In tanti avevano perso la casa, o avevano parenti malati cui non potevano garantire le cure, figurarsi l’affitto in alcune aree residenziali.
Sopravvivere era dura per un cittadino greco bianco, ma per una donna immigrata dalla Nigeria era impossibile. Anche se era in Grecia che stava crescendo i propri figli, per le strade del Paese, frequentando le chiese di Atene, Veronica non era considerata greca. Per molti era soltanto una nera che stava crescendo i propri figli neri, e nessuno sembrava rispettare ciò che era riuscita a ottenere, anche professionalmente, in Nigeria. «Lì ero una segretaria, avevo lavorato in diversi uffici, in posti di una certa importanza. Ma quando arrivi in Grecia, niente di tutto questo ti viene riconosciuto», racconta Veronica. «Nessuno lo fa.»
* * *
Nel 1991 Charles e Veronica vivevano a Lagos, in Nigeria, insieme al loro figlio più grande, Francis, nato nel 1988. Stavano cercando di capire dove emigrare, e cosa fare. Ogni giorno il loro Paese diventava sempre più instabile. Dall’anno dell’indipendenza, il 1960, la Nigeria aveva già vissuto sei colpi di Stato e l’assassinio di tre presidenti, senza contare la guerra civile tra il 1967 e il 1970, nota come la Guerra del Biafra, durante la quale si stima siano morti tra uno e tre milioni di persone.
Alla fine degli anni Ottanta l’economia nigeriana era crollata. L’orgoglio nazionale era il petrolio, che costituiva il 95% delle esportazioni nazionali, ma quando il prezzo dell’energia e gli introiti del petrolio crollarono, il Paese si ritrovò con un debito estero di ventuno miliardi. Così, quando nel 1985 il generale Ibrahim Babangida prese il potere con un colpo di Stato, la Nigeria, come dichiarava uno studio condotto dal ministero delle Finanze, era sul bilico di una fragorosa bancarotta.
Charles, che apparteneva all’etnia yoruba, e Veronica, che era invece una igbo, sentivano crescere ogni giorno l’incertezza sul futuro, anche perché trovare lavoro sembrava impossibile. Veronica aveva sempre amato cantare e, da corista, aveva anche preso parte alla registrazione di un album con diverse canzoni tradizionali e un paio di pezzi in inglese. Amava Whitney Houston, Celine Dion e anche il reggae, ma non sembravano esserci troppe opportunità in giro. Charles era un giocatore di calcio talentuoso, che aveva giocato da professionista. Aveva velocità naturale, grande atletismo ed era forte mentalmente, ma anche nello sport le opportunità erano sempre meno.
Era difficile guardare avanti senza certezze sul futuro e allo stesso tempo era difficile pensare di lasciare la Nigeria per andare in un posto dove non si conosceva nessuno, e dove nessuno sapeva cosa aspettarsi. La Nigeria era casa, ma nell’estate del 1991 gli Antetokounmpo decisero di lanciarsi, e partirono alla volta dell’Europa. Francis rimase in Nigeria, per prendersi cura dei nonni. Charles aveva un’opportunità di giocare a calcio da professionista in Germania, ed è lì che lui e Veronica pensavano di andare per restare. Originariamente la Grecia non era nei loro piani, ma quando la famiglia arrivò in Germania, Charles si infortunò e questo mise di colpo fine alla sua carriera. Per due immigrati africani altre opportunità per restare non ce n’erano, e si rimisero in moto.
Ancora.
Decisero di andare in Grecia, una destinazione che tanti migranti scelgono per raggiungere Paesi europei più ricchi, oppure dove provano a fermarsi cercando asilo politico. Fu in Grecia, a Sepolia, un quartiere a nord del centro di Atene, che Veronica nel 1992 partorì Thanasis, il cui nome completo è Athanasios. Il nome era ispirato dall’amore di Charles per la parola greca “immortalità”: Athanasia (??a?as?a). Giannis nacque nel 1994, Kostas (Kostantinos) nel 1997 e Alex (Alexandros) nel 2001. Quattro bambini neri in un Paese a maggioranza bianca.
«Siamo sempre stati degli outsider», commenta Alex.
Veronica e Charles scelsero di dar loro nomi greci per aiutarli nel processo di assimilazione nel Paese adottivo, visto che tutti loro, figli compresi, erano allora considerati immigrati illegali.
A differenza di quanto accade in America, in Grecia lo non esiste: essere nati lì non garantisce automaticamente la cittadinanza. Il significato del loro nome africano, però, è qualcosa che ha continuato ad avere grande importanza per tutti loro: Adetokunbo significa “corona che arriva da un mare lontano” nel linguaggio yaruba di Charles (dove vuol dire “re”). Il secondo nome di Giannis, Ugo, significa invece “la corona di Dio”, nel linguaggio igbo, quello di Veronica.
Sepolia era un quartiere popolare, sempre pieno di gente, soprattutto immigrati, non soltanto africani ma anche albanesi, pakistani, afghani, bengalesi, tutti alla ricerca di un posto dove vivere e di un lavoro. Proprio come Charles e Veronica, molti avevano lasciato il loro Paese sperando in un nuovo inizio, ma avevano presto capito che di opportunità ce n’erano davvero poche.
«Restavano solo perché gli affitti erano bassi», afferma Notis Mitarachi, il ministro greco per le Politiche migratorie e di asilo, «e perché potevano svolgere il loro lavoro, molti erano venditori ambulanti, nello stesso posto dove vivevano, per le strade del loro quartiere.»
Il quartiere era composto da tanti caseggiati di cinque o sei piani con terrazze aperte su ogni piano. Il treno della linea 1 della metropolitana (il “treno elettrico”, o ) passava attraverso quelli che sembravano tagli del normale tessuto urbano, sotto il livello dei marciapiedi.
C’erano parecchi caffè e posti di ritrovo, ma meno spazi verdi e strutture sportive che in altre aree della capitale. Parcheggiare era un’impresa perché la zona era molto trafficata. Senza i documenti, trovare un luogo dove vivere era difficile perché c’era bisogno di un codice fiscale che veniva assegnato solo a chi già aveva uno status legale o ai richiedenti asilo. Si poteva però andare ovunque a piedi, ricorda Alex: «Tutti conoscevano tutti, e ogni posto era vicino».
Veronica si divideva tra lavori di babysitting e pulizia di case. A un certo punto entrò anche nell’impresa di pulizie della stazione dei treni di Sepolia. Si stancava parecchio, aveva diversi acciacchi, ma era sempre di buonumore, e continuava a lavorare. «Ricade tutto sulle mie spalle....




