Fitzgerald / Antonelli | Il grande Gatsby | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 228 Seiten

Reihe: Minimum classics

Fitzgerald / Antonelli Il grande Gatsby


1. Auflage 2018
ISBN: 978-88-7521-322-0
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 228 Seiten

Reihe: Minimum classics

ISBN: 978-88-7521-322-0
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



'Il grande Gatsby' (1925) è il terzo romanzo di Francis Scott Fitzgerald e a giudizio di molti la sua opera più compiuta (T.S. Eliot lo definì «il primo passo avanti per la narrativa americana dai tempi di Henry James»). Nella storia di Jay Gatsby, oscuro avventuriero alla ricerca di un personale posto al sole nel sogno americano, e del suo amore impossibile per Daisy Buchanan, Fitzgerald sembra riversare tutte le inquietudini celate dietro lo sfarzo degli anni Venti, rinunciando alla spensieratezza dei libri giovanili in favore di toni più crepuscolari e raggiungendo un equilibrio stilistico che fa di questo romanzo uno dei grandi classici del Novecento.

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Prefazione di Sara Antonelli


Per ci vado matto. Il vecchio Gatsby. Vecchia lenza. Mi lasciava secco.

J.D. Salinger,

«Fatemi dire una cosa su quelli molto ricchi. Sono diversi da voi e me». Così spiega l’anonimo narratore di «Il giovanotto ricco» (1926), uno dei racconti più noti di Francis Scott Fitzgerald (1896-1940). Scritto a Capri tra la primavera e l’estate del 1925, «Il giovanotto ricco» affida la narrazione delle peculiarità della classe agiata a un testimone periferico che, estraneo a quel mondo, riconosce apertamente l’esistenza di una difficoltà insormontabile: «[È] difficile comprenderli, a meno di non essere nati ricchi».

Irriducibilmente diversi, lontani, impenetrabili: sono questi i ricchi narrati nella letteratura di Fitzgerald. Non solo quelli che si incontrano in «Il giovanotto ricco» ma anche quelli di «Sogni invernali», un racconto del 1922, che col primo condivide l’appartenenza alla scarna galassia di testi che circonda (1925), il libro più famoso dello scrittore statunitense. Lo circonda, giacché vi possiamo trovare la prima versione del romanzo (in «Assoluzione», 1922) o un diverso trattamento dello stesso tema (l’incanto del denaro e dell’amore, in «Sogni invernali») o una sua feconda ramificazione (il legame tra successo e felicità, in «La cosa sensata», 1924) o, infine, un impiego più radicale della narrazione omodiegetica (in «Il giovanotto ricco»). tuttavia viene circondato, ma non imprigionato e neppure diminuito. L’equilibrata eleganza di questo gruppo di racconti – poi antologizzati in (1926) – evidenzia piuttosto la lucidità di un autore che fino a quel momento molti avevano considerato vacuo e leggero, e che ora, trovato il materiale più adatto alla propria sensibilità, andava perfezionandolo incessantemente.

È significativo, a tale proposito, ciò che scrive Ernest Hemingway in (1964), ripercorrendo le fasi iniziali della loro amicizia: «Lo avevo creduto un autore più vecchio, che aveva pubblicato un libro assai stupido [, 1920], mal scritto e da studente, seguito da un altro [, 1922] che non ero riuscito a finire. Tre anni prima aveva scritto dei racconti leggibili per il , ma non pensavo certo che fosse un autore serio». Erano bastate tuttavia poche settimane perché il giudizio di Hemingway cambiasse: «Se [Fitzgerald] era in grado di scrivere un libro bello come », riconosce, «di certo avrebbe potuto scriverne uno anche migliore».

Un simile ravvedimento è indicativo del rapporto conflittuale tra questi due autori e al contempo anticipa l’accoglienza ricevuta da presso i recensori, i quali furono tutti concordi nel considerarlo un punto di svolta nella carriera di uno scrittore che fino a quel momento era sembrato troppo incline ai meccanismi narrativi più semplici. Illuminante appare oggi quanto scrisse Carl Van Vechten, il quale, su , in un articolo eloquentemente intitolato «Fitzgerald on the March», spiegava che rappresentava il coronamento di un’evoluzione già ravvisabile nel raffinato «Assoluzione». Perché nel nuovo romanzo, accanto alle feste spensierate e alle , accanto a una capacità di visione precisa come quella di Booth Tarkington e a una vena graffiante che ricorda Frank Norris, Fitzgerald – scrive Van Vechten – inserisce un ingrediente nuovo: un protagonista, Gatsby, degno di Henry James; e ciò accade non solo per la scelta di affiancargli un narratore «spettatoriale», quanto per il motivo romanzesco adottato. Come in «Daisy Miller» (1878), conclude Van Vechten, Gatsby è «una personalità manchevole e ordinaria trasformata e resa pateticamente affascinante grazie al possesso di un idealismo appassionato».

Qualche mese dopo, l’aspetto jamesiano del romanzo avrebbe colpito un altro lettore eccellente, T.S. Eliot, il quale inviò a Fitzgerald una breve lettera in cui lo informava di aver letto per ben tre volte e che nessun romanzo recente, inglese o americano, lo aveva tanto interessato ed entusiasmato. «Mi pare rappresenti il primo passo avanti per la narrativa americana dai tempi di Henry James», spiega il poeta prima dei saluti, e non senza aver invitato il giovane romanziere a spedirgli i suoi nuovi racconti per un’eventuale pubblicazione sulla rivista che dirigeva, la sofisticata .

Decisamente positivo fu anche il giudizio di Gertrude Stein, cui Fitzgerald era stato presentato a Parigi, all’inizio di maggio del 1925, da Hemingway. Al termine dello stesso mese, in una lettera molto affettuosa, la grande autrice americana scriveva a Fitzgerald di aver letto e molto apprezzato , e lo ringraziava – visto che lui gliene aveva data una copia con dedica – con un pezzo di bravura composto in una prosa musicale ed elaborata come quella di Fitzgerald, ma autoriflessiva, come quella del suo personalissimo modernismo:

[H]o letto il tuo libro ed è un buon libro. [...] Mi piace la melodia della tua dedica e mostra che hai un sottofondo di bellezza e tenerezza e questo è un sollievo. [...] Scrivere frasi ti viene naturale e si possono leggere tutte e questo, tra le altre cose, è un sollievo. Stai creando il mondo contemporaneo così come Thackeray fece in e e questo non è un cattivo complimento. Costruisci un mondo moderno e l’orgia moderna ed è ben strano che non fosse mai stato fatto prima che lo facessi tu in . La mia opinione su era corretta. Questo è un buon libro e diverso e più antico ed è così che succede, uno non diventa migliore, bensì diverso e più antico e questo è sempre un piacere.

Oltre all’originalità dell’espressione, segno di una sensibilità per i suoni della lingua che Stein, evidentemente, sa di poter condividere col più giovane autore, in questo come negli altri autorevoli pareri colpisce l’improvvisa posizione avanzata in cui viene collocato , rispetto non solo alla carriera di Fitzgerald, ma anche alla tradizione romanzesca anglosassone. Poiché a ordinarli in successione, gli accostamenti alle opere di Tarkington, Norris, Thackeray e James sembrano enfatizzare non tanto il debito quanto piuttosto il distacco dello scrittore rispetto ai maestri e innovatori delle generazioni precedenti. Fitzgerald, per esempio, impiega un personaggio sufficientemente curioso e affidabile, Nick Carraway, per raccontarne un altro, Jay Gatsby, ma in un’opera che inevitabilmente – e proprio a causa del punto di vista circoscritto – lascia aperto un gran numero di «residui congetturali irrisolti», come li definisce Paola Pugliatti. In altre parole, in questo romanzo il narratore con funzione testimoniale rinuncia fin dall’inizio allo «studio del personaggio» (sia esso Gatsby sia, naturalmente, Nick) James, all’illustrazione dei costumi di una data società (lo scopo, secondo il critico Percy Lubbock, di William Thackeray) e al disvelamento delle forze che la governano – come nei romanzi realisti di Norris e Tarkington.

Per tali ragioni, un narratore come Nick sembra accostabile piuttosto a quello incontrato in (1902) di Joseph Conrad, un autore molto amato e studiato da Fitzgerald. Come Charlie Marlow, infatti, Nick si trova ormai lontano dal luogo degli eventi e racconta di un mondo e di una persona che ha provato a conoscere; come Marlow, punta la propria attenzione su un altro diverso da sé, del quale sente dapprima parlare e poi raccoglie le confidenze: un altro personaggio, Gatsby, che Nick, facendone un ritratto positivo, usa per redimere il mondo delle merci che li circonda. Come vedremo più avanti, in questo romanzo l’illusione non è solo un problema di Gatsby, ma anche e soprattutto di Nick, il quale, spiega Francis Mulhern, avanza una «difesa feticistica contro la realtà di una società feticistica».

Retrospettivamente, continuando a leggere i diversi pareri e recensioni, colpisce che alcuni lettori eccellenti non abbiano colto in pieno il senso di così tante novità. Edith Wharton, per esempio, scriveva a Fitzgerald che il suo Gatsby sarebbe stato davvero «grande» se solo fosse stato equipaggiato di una storia precedente, esposta non in forma di sommario – si riferisce evidentemente all’inizio dei capitoli VI e VIII – ma con l’azione romanzesca. In prossimità dei saluti, però, la scrittrice ammetteva pure che «tu dirai che questo è un modo vecchio e quindi non il tuo modo; & in ogni caso ce n’è abbastanza per fare felice questa lettrice [...] Grazie ancora!»

Eloquente appare anche il giudizio dell’indiscusso maestro di stile per i giovani autori come Fitzgerald, H.L. Mencken, il quale, pur celebrando l’incantevole bellezza della prosa romanzesca, sul del 25 aprile scriveva: «La storia ovviamente non ha alcuna importanza. [...] Fitzgerald sembra molto più interessato a mantenere la suspense che a superare la superficie dei personaggi che la popolano. [...] Solo Gatsby vive e respira in modo genuino». Mencken ha ragione quando scrive che la trama di è sciocca e pretestuosa. In un libro tanto smilzo ci sono ben due adulteri, due omicidi e un suicidio: effettivamente è un po’ troppo. Ma forse proprio per questa ragione...



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