Fröberg Idling | Canto della tempesta che verrà | E-Book | www.sack.de
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E-Book, Italienisch, 351 Seiten

Fröberg Idling Canto della tempesta che verrà


1. Auflage 2014
ISBN: 978-88-7091-380-4
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 351 Seiten

ISBN: 978-88-7091-380-4
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Cambogia, 1955. Il paese è di fronte a un grande cambiamento, ha finalmente ottenuto l'indipendenza dal dominio coloniale francese e si prepara alle prime elezioni libere. Il principe Sihanouk è al potere e tra le file dei suoi oppositori compare il giovane Sar, destinato a essere conosciuto dal mondo intero come Pol Pot. Sar ha una doppia vita, di giorno intellettuale Democratico appena rientrato dai suoi studi a Parigi e di notte membro dell'Organizzazione che trama la rivoluzione comunista. Ma al centro dei suoi desideri c'è Somaly, la sfuggente fidanzata di sangue reale, da poco eletta Miss Cambogia, che non disdegna le attenzioni di Sary, il suo potente avversario al governo. Nel corso di trenta giorni, mentre il triangolo precipita insieme al clima politico sempre più frenetico e repressivo, Sar, Sary e Somaly giocano la propria partita con il potere e la passione, Sar per un amore impossibile che ancora lo trattiene dalla lotta armata, Sary per la sua insaziabile ambizione e Somaly per inseguire il suo sogno di bellezza e libertà. Ispirandosi ai racconti dei sopravvissuti ai khmer rossi, Idling compone un romanzo teso e vibrante, che con la sensualità di una partitura musicale riporta in vita una Cambogia perduta, tra calde notti d'estate e raffinati vestiti di seta, caffè fumosi e sfarzose soirées dansantes nei palazzi reali, dipingendo l'affresco inedito dell'attimo in cui la storia avrebbe potuto prendere un altro corso, quando la vicenda intima di tre vite ha inciso sul destino di un popolo e di un paese.

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martedì 23 agosto 1955

Sei davanti a un’auto. È nera, ed è tua. L’hai ereditata. L’hai ereditata da tua sorella che l’ha avuta in regalo dal suo amante. Non è nuova, ma vent’anni fa era un’auto riservata a re e primi ministri e la vernice e le parti cromate luccicano ancora. I fari sono due grandi occhi gialli sopra l’alta curva dei parafanghi. Sulle lamelle della mascherina, due V rovesciate. Il volante è bianco.

In mano stringi le chiavi.

Tra un attimo salirai sull’auto e percorrerai la città già svuotata dal buio. Ma rimani qui per un istante, nella breve luce color miele che precede il tramonto.

La serata è afosa e immobile. Se vuoi puoi prendere il portafogli dalla cartella, estrarre la fotografia. Lasciare che lei ti sorrida, la testa leggermente inclinata a destra. Le dita fresche di manicure della mano sinistra sfiorano la clavicola. I capelli scuri, sciolti e arricciati, incorniciano il viso pallido e liscio. Da sotto le sopracciglia leggermente marcate gli occhi incrociano i tuoi. Scoppia nella sua risata argentina, chiude in un sorriso le labbra sui denti regolari e trattiene il tuo sguardo nel suo prima di lasciarlo andare. Poi raddrizza la schiena, e la camicetta di seta cangiante passa dal bianco gesso al grigio viola. Il cameriere versa altro vino ma lei porta la mano sul bicchiere mezzo pieno per fermarlo. E tu finalmente riesci a distogliere lo sguardo abbassandolo sul piatto bianco con il sorriso ancora sulle labbra. Tagli un boccone di petto d’anatra, lo passi nella salsa e affetti una patata. Poi vedi la sua mano chiudersi leggera intorno al calice e involontariamente segui la parabola del bicchiere che sale di nuovo verso la bocca.

Sei davanti a un’auto. Sali e prendi posto. Avvia il motore, ascoltane il borbottio regolare. Poi ingrana la prima e mettiti in viaggio come previsto. Non fare deviazioni, se non per evitare il quartiere del Marché Abattoir con le sue fangose vie accidentate. Procedi tranquillamente tenendo le marce alte fino al fiume. Sul promontorio dove il Mekong incontra il Sap l’occhio del faro traccerà i suoi cerchi nel buio mentre tu proseguirai lungo il Quai Sisowath e il Quai Norodom e il Quai Lagrandière fino a parcheggiare sotto i grandi alberi davanti alla cattedrale. Lì dovrai aspettare ancora qualche istante prima che ti scivoli incontro silenziosa la grande ombra di un risciò. Dopo esservi scambiati le parole d’ordine salirai sul risciò.

Sali sul risciò.

Ti porterà in un luogo completamente diverso, lontano da tovaglioli inamidati e vestiti dai colletti alti ricamati d’oro.

Y

YY

Sei in un luogo diverso, davanti a una casa semplice sospesa su alti pali. Dalle finestre filtra la luce di una lampada a cherosene. Nell’aria il grufolare di un maiale nel suo recinto, i folti banani sono un’oscurità più buia del buio tutt’intorno.

Il risciò si allontana alle tue spalle dopo che per un attimo hai visto il viso del conducente che si è acceso una spessa sigaretta arrotolata con verdi foglie di tabacco. Un vecchio, un viso che nella luce incerta della fiammella ti ha quasi fatto paura.

Vai verso la casa. Vai verso la casa e la sua scala ripida, anche se può essere una trappola. Può sempre essere una trappola. Abbassa il cappello sulla nuca per poter guardare in alto senza piegare la testa all’indietro. Premi il fazzoletto in fondo al taschino della giacca per non offrire a un cecchino un bersaglio bianco a cui mirare.

Sali una ripida scala di cemento. La notte è piena di tutti i versi degli animali notturni, ma nient’altro. Hai in mano una cartella e nella cartella un elegante portafogli e nel portafogli la fotografia di una giovane donna che porti nel cuore dietro il fazzoletto bianco.

Hai salito una ripida scala e ora ti trovi sotto un portico. I tacchi delle scarpe hanno segnato ogni passo sulla scacchiera di piastrelle di ceramica. Appoggia la mano sul legno lucido della porta, rimani così per un attimo. Considera ancora una volta le tue alternative. Quello che può succedere. Può succedere di tutto, ma pensa a cosa succederà se sarà la polizia segreta ad aprire. Sarà un uomo alto e magro con le mani nodose e una cicatrice sull’avambraccio sinistro. Oppure uno tarchiato con il baricentro basso, i capelli corti come setole sulla nuca. Chiunque ti apra, sarà un uomo della tua età e con un’agile mossa ti agguanterà per la manica della giacca o ti sferrerà un calcio all’inguine. Potrebbe anche colpirti alla tempia con un manganello di bambù oppure stringere un revolver carico tra le mani.

Pensi a quello che succederà dopo. A come il racconto si dirama e si biforca di volta in volta. Una parte di te propende per la versione in cui gli uomini ti ascoltano, colpiti dalla tua imperturbabilità e dal tuo sorriso affabile. Contro ogni aspettativa si lasciano convincere dalla tua spiegazione sul perché ti trovi proprio lì e in quel momento con una cartella piena di materiale compromettente e, dopo un aspro rimprovero e una strizzata d’occhio, ti lasciano andare. Oppure, in una fase successiva, ti concedono un colloquio con il direttore della prigione che crede alla tua sincera indignazione per essere stato assimilato, innocente, a comunisti e assassini.

Ma sai che è solo un’incursione nella più pia delle illusioni della tua coscienza tesa fino allo spasmo, che la versione reale è quella del manganello di bambù sulla tempia, il dolore stordente e lo sgambetto che ti fa rovinare a terra prima di arrivare alla scala. Dell’uomo tarchiato che prima ti lega a una sedia e poi, senza preavviso, ti fracassa i molari con un calcio che ribalta te e la sedia. Delle dita che vengono spezzate una a una nonostante tu tradisca i tuoi amici uno a uno.

Sei lì con il palmo sul legno della porta e quelli dentro ti aspettano.

Bussa.

Bussa una, due, tre volte e aspetta il sussurro dall’altra parte.

Rispondi al sussurro.

Y

YY

Sei seduto accanto a una lampada a cherosene. Sei seduto in una stanza che al di fuori del cono di luce gialla della lampada si perde nel buio. Davanti a te fluttuano due volti illuminati, uno con la mandibola marcata e l’altro magro. Il tavolo è coperto di fogli con parole francesi e lunghe righe nella tua lingua. Sopra un letto basso è appesa una zanzariera annodata. I tuoi interlocutori sono vestiti come te, in camicia bianca a maniche corte e pantaloni scuri, le giacche gettate sullo schienale della sedia.

Conosci i due uomini che hai davanti. Li conosci da tempo. Li hai incontrati nel circolo a casa di Vannsak, a Parigi. Insieme avete fantasticato sulla vita che ora conducete parlandone nei caffè, dopo le conferenze, davanti a pasti a buon mercato in trattorie a buon mercato. Il volto dalla mandibola marcata si chiama Yan, quello magro Sok. Vi vedevate regolarmente in rue Lacépède, in quella che con il tempo era arrivata a chiamarsi cellula. E ora fate lo stesso, anche se non sai il nome di quella via.

Parlate a voce bassa. Se ci fosse qualcuno sotto la finestra ad ascoltare di nascosto sentirebbe solo un mormorio. Parlate concentrati, vi scambiate occhiate pensose e con le penne stilografiche raschiate parole sui fogli che la stagione umida ha riempito di bolle.

È una riunione segnata dall’urgenza e dall’importanza della posta in gioco. Ascolti con attenzione gli altri ma tieni un orecchio teso verso qualsiasi rumore che non appartiene ai soliti della notte: cani che abbaiano contro qualcosa, una portiera d’automobile che sbatte, un ordine impartito, il risuonare di passi veloci sulla scala.

Hai davanti il tuo ordine del giorno. È stato scritto frettolosamente e i molti punti a inchiostro blu formano una colonna che tende verso il centro del foglio. Mancano meno di tre settimane alle elezioni parlamentari e anche se fai finta di niente hai l’impressione che la terra si sposti. Come se si muovesse quasi impercettibilmente e nella direzione sbagliata. Ma in una sera come questa, con Yan e Sok dall’altro lato del tavolo, non è la cosa giusta da dire. Forse avvertono anche loro quell’inesorabile smottamento, ma siete qui per pianificare un’altra cosa. Siete qui per pianificare la vittoria. È una notte all’insegna della serietà e dell’entusiasmo.

Sul tavolo ci sono dei bicchieri alti. Cinque, anche se siete solo tre. Tutto per confondere eventuali ospiti indesiderati. Dentro, un torbido tè al gelsomino che rifulge ambrato nella luce fioca. Ciascuno è coperto da un sottobicchiere per impedire che si riempia di insetti annegati.

Affrontate punto dopo punto. Vi scambiate documenti e bevete il tè tiepido. Fuori regnano la notte, il buio e un silenzio benedetto e Yan pone la questione americana. Tu non hai niente di nuovo da aggiungere in proposito e lo dici: dato lo stato precario delle cose, Vannsak ritiene che si debba lasciare da parte, e tu sei d’accordo con lui.

Yan pone la questione cinese e quella francese e poi torna a quella americana, ma tu non cambi...



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