Gautreaux | Gli scomparsi | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 508 Seiten

Reihe: Sotterranei

Gautreaux Gli scomparsi


1. Auflage 2023
ISBN: 978-88-3389-474-4
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 508 Seiten

Reihe: Sotterranei

ISBN: 978-88-3389-474-4
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



La violenza ha sfiorato Sam Simoneaux fin da neonato. A sei mesi è sopravvissuto al massacro della sua intera famiglia, salvandosi solo perché il padre, prima di essere ucciso, è riuscito a nasconderlo dentro una stufa; ha evitato per un pelo la carneficina della prima guerra mondiale, arrivando in Francia il giorno dell'armistizio; il figlioletto di appena due anni è morto, ucciso dalla febbre. Tornato a New Orleans, trova lavoro come addetto alla sicurezza in un lussuoso grande magazzino, ma la sua vita finalmente tranquilla viene sconvolta dall'ennesimo tragico evento: due delinquenti rapiscono una bambina sotto i suoi occhi senza che lui riesca a impedirglielo. Da quel giorno la sua unica ossessione è rintracciare i sequestratori e restituire la bambina ai genitori. Comincia così un viaggio in battello sul Mississippi attraverso il cuore di tenebra dell'America, un lento inseguimento che porterà Sam a fare i conti con gli spettri del suo passato, con i pezzi mancanti della sua vita e con gli uomini che, un giorno di tanti anni prima, hanno indirizzato la sua esistenza verso il dolore e l'assenza.

/1947 è una delle voci più importanti della letteratura americana del Sud. I suoi scritti sono stati pubblicati, tra gli altri, su Best American Short Stories, New Yorker, Atlantic e GQ. Oltre a Gli scomparsi ha pubblicato due raccolte di racconti, Same Place, Same Things e Welding with Children e il romanzo The Clearing (di prossima pubblicazione per minimum fax), vincitore del SIBA Book Award.
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La mattina dopo il campo di battaglia luccicava argenteo per il gelo e Sam si svegliò tremando dal freddo. Lui e gli altri uomini si misero accanto al camion, masticando pane gessoso e nascondendosi dal vento prima di mettersi al lavoro. All’ora di pranzo diede una lunga occhiata al terreno sventrato e capì che non stavano facendo alcun progresso e che non ne avrebbero mai fatti contro quattro anni di proiettili e armi inesplose. Ogni strato di terra per almeno sei metri di profondità era un polpettone di munizioni, e il tenente disse che ancora più giù c’erano enormi bombe potentissime che nessuno avrebbe trovato per altri cento anni. Sam scosse la testa, si avvicinò a Robicheaux e gli raccontò una barzelletta su un pellicano e un’anatra, e questo li confortò, ricordandogli che quel posto non era casa loro. Nella fredda campagna le loro risate sembravano ghiaccio che si crepava.

All’estremità nord del loro quadrante trovarono un deposito di grossi pezzi d’artiglieria tedeschi, almeno trenta tonnellate. Trascorsero la mattinata lavorando in quattro a ogni granata, impilandone il più possibile, e quando finirono la pila era grande la metà di un vagone ferroviario. Il tenente si guardò alle spalle. «Quanto filo ci è rimasto?»

Dupuis si concentrò per fare il calcolo a mente. «Forse cinquecento metri, sì. Ma se lo facciamo così lungo e collego le capsule da innesco necessarie, il carico potrebbe essere eccessivo per la macchina. Potrebbe non far scoppiare tutte le capsule».

«Abbiamo abbastanza miccia?»

«Vuole accendere questa cosa e poi correre per mezzo miglio su tutto questo casino?»

Il tenente incrociò le braccia e si appoggiò all’indietro. «Hai ragione. Non funzionerebbe comunque. Una miccia lunga potrebbe dare a qualcuno la possibilità di passarle dietro». Guardò verso ovest, mordendosi le labbra. «Ecco. Metteremo una vedetta con una bandiera su quella collina. Dategli il binocolo buono. Quando alzerà la bandiera per farci sapere che non c’è nessuno nei paraggi, premeremo lo stantuffo».

Dupuis schioccò la lingua. «Mi ci vorrà tutto il giorno per allestire la carica e calcolare la distanza a cui dovremo tenerci. Devo mettere dei booster nella linea e a volte fanno cilecca». Rifletté un attimo. «Qualcuno sa far funzionare un cannone?»

Il tenente si pizzicò una linguetta di pelle da sotto il mento. «Un cannone?»

«Laggiù c’è un 155 francese rovesciato». Indicò un punto a sud. «Tra tutta quella robaccia ai piedi di quella collina bruciata. Saranno otto o novecento metri».

Sam seguì la loro linea visiva lungo il terreno grigio spolverato di fiocchi di neve. «Vuoi sparare al mucchio con un cannone da campo?» Esausto e infreddolito, si girò e guardò a lungo i proiettili inesplosi con un dubbio che gli strisciava come un brivido lungo la schiena. Gli sembrava una pessima idea, ma se si fossero sbarazzati di tanta roba in una volta sola sarebbero potuti tornare al camion, dividersi il brandy, magari organizzare una partita a poker sotto il tendone sul retro. «Be’, la maggior parte di quei proiettili sono fusi. Potrebbe funzionare».

La squadra cominciò a scendere per la collina verso il cannone, ognuno badando a dove metteva i piedi. Si trattava di un pezzo abbastanza grande, rovesciato per tre quarti, ma la culatta era chiusa e un otturatore ostruiva la canna. Da un tamburo di metallo uscivano alcune munizioni, e un altro più intatto subito accanto conteneva dei sacchi di cordite asciutti. Due uomini tornarono al camion per prendere le corde, poi sellarono i cavalli e li portarono con loro lungo le creste dei crateri di granata. Dopo pochi minuti gli animali riuscirono a raddrizzare il cannone sulle ruote con uno schianto, mentre le zolle cadevano tra i raggi. Comeaux, che veniva dalla scuola d’artiglieria, scelse una granata e due sacchetti di polvere mentre il tenente lavorava sull’angolo di elevazione finché la canna non sembrò puntare direttamente sul mucchio di granate in cima alla collina. Lottò con il meccanismo di puntamento, che era intriso di fango arrugginito.

Comeaux guardò il fianco della lunghissima canna. «Ora, non posso garantire dove finirà questo colpo. Penso che dovremmo prima puntare al pendio sotto le granate, così forse capiremo come regolarci».

Sam aveva ventitré anni, un’età in cui un uomo farebbe qualsiasi cosa senza pensarci troppo, ma guardando lungo la traiettoria si sentì a disagio. Se fossero riusciti a trovare un punto d’impatto con questo colpo di prova, sarebbe stato difficile mancare il cumulo di granate al secondo. Cercando di raccattare un ottuso ottimismo per il colpo perfetto, decise di non chiedere al tenente di ripensarci. Immaginò persino un encomio per aver sviluppato una nuova tecnica di smaltimento dei resti sul campo di battaglia. Improvvisamente qualcosa di grosso esplose a due miglia di distanza, una nuvola di fumo nero si alzò come un segnale indiano, e la sua fiducia si ridusse. Si guardarono nervosamente l’un l’altro.

«Ricordati di mirare basso», disse Sam a Comeaux, che girò la ruota di elevazione per abbassare la canna e poi estrasse l’otturatore.

«Va bene, va bene!», gridò Robicheaux. «Facciamo una bella buca».

Comeaux teneva il cordino in mano con aria incerta mentre il tenente scacciava i cavalli, agitando il berretto e gridando come un ragazzino. Tutti tranne Comeaux si accucciarono dietro una fila di sacchi di sabbia.

Comeaux si girò di spalle e strizzò gli occhi. «Fuoco?»

«Prima controlla la vedetta», gli disse il tenente.

Comeaux alzò gli occhiali da campo e vide una bandiera di fortuna a un chilometro verso ovest, che sventolava sulla collina.

«Dice che è libero».

«Allora spara», disse il tenente riparandosi dietro i sacchi di sabbia.

Comeaux spalancò la bocca, piegò le ginocchia e diede uno scossone al cordino.

L’arma rinculò con una potenza formidabile. Sam sentì il palato molle cadergli in gola e le orecchie che stridevano come se fossero state colpite da un fulmine. Tutti si strinsero a terra, Comeaux si tuffò sotto l’asse del cannone mentre questo oscillava avanti e indietro e, mentre la palla percorreva sibilando la sua traiettoria, tutti si prepararono alla seconda esplosione che sarebbe caduta su di loro come una montagna.

Non sentirono nulla. Sam alzò lo sguardo e vide che la pila era intatta. Stupito, Comeaux sbloccò la bocca del cannone e guardò nel buco fumante, come se fosse convinto che la palla non fosse stata lanciata. Si girò lentamente e alzò le spalle. Poi, lontano, lo sentirono: un sordo e profondo, forse a cinque miglia di distanza.

«L’abbiamo mancato», annunciò Sam, e la voce gli risuonò metallica nelle orecchie sibilanti. Capì che avrebbe dovuto impedirgli di sparare quel colpo, e che per il resto della sua vita, ogni volta che avrebbe fatto qualche stupidaggine per risparmiare tempo o inconvenienti, si sarebbe sentito come ora: sciocco, pigro e avventato.

«Oh, cielo», disse il tenente.

Si guardarono tutti l’un l’altro, immobili, consapevoli.

Sam iniziò a correre verso uno dei cavalli.

«Dove stai andando?», gridò il tenente.

«Devo vedere dov’è caduta quella maledetta palla».

L’ufficiale gli corse dietro per alcuni metri, gesticolando selvaggiamente, ma Sam era saltato sul baio sfregiato ed era partito. «Fermo, soldato! Quel cavallo potrebbe calpestare una granata».

L’animale, dapprima confuso, si mise gradualmente a galoppare in modo approssimativo intorno ai ceppi, ai crateri e alle isole di filo spinato fino alla strada in rovina che correva lungo un pendio nella direzione in cui era volata la palla di cannone. Quando Sam si voltò indietro vide gli uomini che lo fissavano immobili, e il tenente magrissimo che ora salutava come un parente verso un treno in partenza. Poi girò una curva e sparirono. Si lanciò lungo i solchi di terra secca, tra camion e carri armati distrutti e un aeroplano bruciato, riportando il cavallo nella direzione giusta quando la strada deviava altrove. Pregando perché la fortuna lo assistesse, trovò un vecchio muro di pietra per il pascolo e lo seguì al trotto, con il cavallo che si lasciava dietro una scia di fucili. Centinaia di Mauser tedeschi giacevano abbandonati lungo la recinzione e Sam immaginò il combattimento, l’uccisione delle truppe che si avvicinavano al muro, la controcarica alla baionetta, il panico e la ritirata su per la collina, le urla del massacro. In una gola tra due lunghe colline fece girare il baio lungo una fenditura nella pietra, ma l’animale si fermò di botto. Sam gli diede un calcio sui fianchi, ma il grosso cavallo si limitò a incassare e rimase in piedi come una colonna. Si guardò intorno chiedendosi se l’animale ricordasse quello che era successo qui, e smontando guardò nei suoi occhi liquidi, che sembravano deliberatamente assenti. Gli mise una mano sul collo e sentì che i muscoli erano tesi come fili di recinzione, notò che gli tremavano le gambe. Lo ricondusse per le briglie oltre il muro, rimontò e poi fece avanzare l’animale lungo le pietre, allontanandosi da quel punto in cui venti avantreni in frantumi e molti cavalli gonfi giacevano come se fossero piovuti da un cielo assassino.

Studiò il terreno davanti a sé e nel giro di un miglio si imbatté in una squadra che accatastava sacchi di cordite per la demolizione. Tirò le redini. Un soldato semplice allampanato gli disse di aver sentito una granata passargli sulla testa. «Non staranno...



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