E-Book, Italienisch, 226 Seiten
Genna Fine Impero
1. Auflage 2013
ISBN: 978-88-7521-531-6
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 226 Seiten
ISBN: 978-88-7521-531-6
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Che cosa accade a un uomo quando perde tutto? Se il paese è l'Italia e quell'uomo è un intellettuale che per sbarcare il lunario scrive per le riviste di moda, il dramma privato può rivelarsi una porta d'accesso verso un altro tipo di disastro: il mondo contemporaneo. Ecco allora che il protagonista di Fine Impero intraprende la sua discesa al centro della terra aggirandosi nella notte senza fine di ciò che per comodità chiamiamo ancora show business. A fare da traghettatore c'è zio Bubba, un uomo che è «più dei politici»: agente, impresario, personaggio misterioso e chiave di volta per comprendere in cosa ci sta trasformando lo spettacolo del potere che (dagli schermi tv invasi dai talent e dai reality, fino al profondo della nostra intimità) contempliamo senza sosta a occhi spalancati. Fino a quando non si spalancherà anche la piccola porta di una tragedia la cui potenza non è possibile arginare - il mistero inesplicabile della morte dei bambini su cui la grande letteratura non fa che interrogarsi ciclicamente. Giuseppe Genna, lo scrittore che meglio ha indagato le pieghe più inquietanti dell'Italia di questi anni, racconta una parabola che ci riguarda da vicino. Abbiamo dimenticato qualcosa di fondamentale tra le stanze di un brutto sogno, e l'unico modo per riprenderla è tuffarcisi dentro.
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I cipressi allargano le radici, i rametti creano concrezioni verderame, emettono un afrore acuto. È allo stesso tempo un profumo di vivescenza e un puzzo di disfacimento.
È possibile vederli verticali e obliqui, dal fondo nella fossa tombale, le pareti di fango compatto e scivoloso, da cui sdrucciola casualmente un minuscolo sasso.
Il cielo sfonda l’azzurro, è un’iride che vede tutto, al centro è il sole pallido, a cui si sono votati tutti i popoli che abbiano installato un regno sul pianeta. I loro imperi sono finiti, sempre, per sempre.
Si può spendere ogni propria forza soltanto per vedere cosa accade alla fine del regno, ansiosi di osservare abbattersi su di noi la sanzione definitiva.
Le automobili erano state abbandonate. Nella nebbia, alimentata dai vapori fognari della roggia a fianco della strada, davanti al parcheggio del cimitero, le auto apparivano latta priva di colore, una decina, reperti di una civiltà estinta.
Si sarebbe detto forse in un futuro: a quei tempi odiavano muoversi a piedi, utilizzavano questi meccanismi rozzi di latta.
La nebbia stava corrodendo invariabilmente il battistrada, l’umidità cattiva essudava da un ampio campo chimico oltre il ruscello nero. Era una evocazione della ruggine. L’acqua è letale. Tutto evoca la corrosione. Tutto è letale.
Una decina di auto, non oltre.
Il cimitero era stato concepito da nessun architetto, trattandosi di un camposanto periferico, fuori dal cerchio della città: da un geometra scordabile, invece. Si era costretti a strisciare, con una gamma ridottissima di stati d’animo, strisciare lungo il muro di finti mattoni rosso cotto, una moda anni Settanta in un’Italia oramai scomparsa oppure culminata in un regno che pareva senza fine e invece – chiunque lo stava comprendendo a proprie spese – pronto a crollare, fragile, da un istante con l’altro, non anni, non mesi, bensì ora, qui, in questi istanti, letteralmente, poiché tutto è letterale quando la fine sopraggiunge, sia pure estenuata.
La sciatteria si pratica, gesto finale, come barbarie normale e quotidiana. Chissà dopo cosa viene, cosa preme dietro ogni muro pronto al crollo.
Si strisciava lungo il muro, i mattoni essudavano la brina fognaria, di inverno investiti da folate di nebbia dal campo chimico antistante e dal ruscello fattosi gelato. Di estate, quel muro pareva la fronte di un impiegato in un film metropolitano anni Cinquanta, colavano rivoli di liquido nell’afa.
Al di là del muro stavano i morti.
Si entrava dopo avere strisciato per decine di metri e ci si perdeva nel dedalo di ghiaìni tra i lotti e le tombe. L’inverno faceva esalare un puzzo chimico nell’aria strinata, il caldo sollevava invece bolle termiche dolciastre, gas di petali decomposti.
Una decina di macchine erano state parcheggiate.
Quattordici persone hanno strisciato lungo il muro umido, è inverno, tutto è gelato, la nebbia rende ogni cosa sporca ma non occulta, spuntano rare sagome, il parcheggio è esteso ma non immenso, altri due veicoli sono distanti in sosta, immote entità spirituali. La piccola provinciale transita davanti al ruscello, un tir incede lento – i pachidermi del regno meccanico.
Quattordici persone qui giunte per assistere, per confortare, per testimoniare – cosa?
La ghiaia che crocchia sotto le suole e lisce e a carrarmato dei maschi. Disturba i tacchi appuntiti delle femmine. La specie che rimane divisa, nel luogo in cui la differenza è dimenticata, corrosa, occultata.
Nove uomini e cinque donne. Non sono giunti tutti insieme qui. Hanno atteso fuori del portone in metallo grigiolatte.
L’addetto aveva assicurato che li avrebbe avvertiti quando il padre e la madre terminavano di firmare le carte loro sottoposte da un secondo addetto, con il timore tipico di queste occasioni, il burocrate delle pompe funebri.
Alcuni si conoscono tra loro, due coppie segnatamente. Altri si sono limitati a salutarsi con un cenno riverente, con tutta la discrezione di cui è capace chi è costretto a venire qui, in un giorno simile, per una simile occasione.
L’immenso arco del cielo cobalto, il sole ghiacciato fora la cupola atmosferica, spacca il freddo e si spinge fino a impallidire sui granuli di cemento.
Si salutano tra loro i convenuti sommessamente, nel tempo in cui nulla più è sacro, anche se di moltissimo si ha ovunque paura. Questa è una occasione sacra: impone un silenzio ecclesiale.
L’addetto del cimitero ondeggia, la forma peroidale del suo corpo, i fianchi larghi e i lombi gonfi e flosci, i mocassini consumati troppo leggeri per un freddo tanto intenso, nelle caviglie stagna un sangue cattivo e regna la flebite. L’occhio è giallo, la bilirubina di chi ha bevuto molto e continua a farlo. Oppure ha un tumore al fegato.
«Ho un tumore al fegato, io!», si rivolge a un suo collega asserragliato nel gabbiotto con la stufetta Ariston che scalda in eccesso, e annuisce all’uomo peroidale.
Tutti i convenuti si guardano reciprocamente, oppure a terra.
«Ho fatto tre cicli di chemio...», l’addetto cimiteriale, ma in tono meno concitato, mostrando tre dita tozze sporche di terra e rivolgendosi a sorpresa direttamente a uno dei convenuti, un uomo piccolo di statura ed esile di corporatura, un architetto e designer, sorride forzosamente, gli altri del gruppo fissano l’asfalto roso dal clima. Dopotutto loro sono venuti qui per...
«Eccoli».
La madre.
Il padre.
Tra le mani il padre sostiene una scatola lucida bianca, laccata, sembra una scatola delle scarpe nuove, una scatola di latta dei biscotti, quando è vuota restano le briciole dolci, come ceneri grosse.
Lì dentro è il cadavere della bambina.
Qualcuno deve averla costruita, se esiste, la piccola bara bianca. Un uomo indelicato che sega automaticamente pannelli di legno mediamente pregiato, polvere lignea ovunque, un ronzio acuto dal seghetto automatico verticale, forerebbe i timpani, se l’uomo non indossasse le cuffie di ordinanza.
Sei piccole pareti: una scatola. Montarle. La laccatura bianca consiste nell’essiccamento di una sostanza che puzza di trielina e l’officina ne è saturata. Una pasta semiliquida bianca, non luminosa. Va stesa prima con un largo pennello, spatolata. Poi va cotta. Allora diventa lucida e priva delle tracce di lavorazione.
L’uomo segaligno con le cuffie avrà passato a qualche operaia la cassetta, non istoriata, se non nelle linee dorate sui fianchi, geometriche ed essenziali, poiché non è opportuno l’ornamento nella morte infantile. Sarà stata foderata. Il cuscino con le iniziali, trafilate con la macchina per cucire.
La morte più bianca conduce alla cassetta bianca.
Conduce a questa scatola tra le mani del padre. La tiene sollevata cercando di non sobbalzare, il passo cauto crocchia su residui di neve ghiacciata a lastra e la ghiaia sotto la lastra pare friggere.
Sarebbe necessario un meccanismo pneumatico: una pista semovente come quella all’aeroporto, le scale mobili, qualcosa su cui stare immobili procedendo in avanti senza scosse od ondeggiamenti, verso l’esito che è la fossa rettangolare piccolina. Invece il passo del padre fa ondeggiare e si avverte il peso dentro la piccola bara bianca, il corpo disteso, piccolino ma consistente, della bambina di dieci mesi. Si sposta dentro la piccola bara, come un coniglio intero morto nel sacchetto di plastica. La carne è carne: umana o di un erbivoro, una volta che sia scuoiato il coniglio sembra un neonato con il labbro leporino.
Il padre sta qualche centimetro avanti alla madre. Lei incede con minore cautela. Dà le spalle ai quattordici convenuti, che non parlano. Si direbbe «il mesto corteo». C’è silenzio assoluto. In questa sospensione è amplificato lo scricchiolio sul ghiaìno.
Seguendo qualunque altro feretro, qualunque altro cadavere, un figlio diciottenne sfasciato da un frontale sulla statale di notte, un oncologo che ha salvato molte esistenze mutilandole sapientemente, un benefattore che ha attraversato povertà dilagate in ogni continente – con chiunque altro steso in una bara, lì dietro, «il mesto corteo» non sarebbe assolutamente tale, o lo sarebbe solo in modo relativo, chiunque parlerebbe, alcuni anche riderebbero come sempre accade, si racconterebbero aneddoti, memorabili a parole, il corredo di simpatia o di constatazione del dramma o di pietà da pronunciare a vantaggio di chi resta, del parente mutilato sapientemente dalla morte, che è un dramma.
Qui, no. Chiunque tace.
Chi pronuncerebbe anche un’unica sillaba qui?
Cosa rimane, alla fine di un regno, di sacro e di templare, di enormemente scandaloso, di tale potenza da ammutolire gli umani e piegarli come si arroventa il metallo prima di scioglierlo?
È rimasta questa scatola per le scarpe laccata bianca, la bambina di dieci mesi probabilmente cianotica vestita con il completino in raso e appoggiato il capino cartilagineo sul cuscinetto dal sentore di lavanda qualche ora fa soltanto.
A fine regno, il messia è un cadavere infantile.
Squillerebbe un cellulare, nella tasca del più giovane dei convenuti, forse un collega del padre, che ritto continua a procedere con un passo quasi cardinalizio, preconclave. È un trentenne, tale collega, come si poteva una volta lavorare senza cellulare? Quando i ricordi erano fatti di pixel bianchi e neri oppure le basette maschili crescevano inelegantemente pronunciate? Il cellulare, invece che squillare, vibra, impostato in modalità «riunione» e, poiché il ragazzo...




