Hancock / Dickey | Possibilities. L'autobiografia | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 369 Seiten

Hancock / Dickey Possibilities. L'autobiografia


1. Auflage 2015
ISBN: 978-88-7521-701-3
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 369 Seiten

ISBN: 978-88-7521-701-3
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In Possibilities, il leggendario pianista e compositore Herbie Hancock riflette su ben sette decenni di vita e carriera vissuti da vero innovatore, nei quali ha esplorato ogni genere musicale e lasciato un'impronta indelebile sul jazz, l'r&b e l'hip-hop, garantendosi al contempo il successo testimoniato dai quattordici Grammy Awards vinti. Dagli inizi come bambino prodigio al lavoro in quintetto con Miles Davis, dalle innovazioni introdotte come leader di un sestetto rivoluzionario alla collaborazione con musicisti del calibro di Wayne Shorter, Joni Mitchell e Stevie Wonder - passando per le sue influenze musicali, divertenti dietro le quinte, il suo matrimonio lungo e felice e il suo rapporto creativo e personale con il buddismo - queste pagine rivelano il metodo che si cela dietro l'innegabile genio musicale di Hancock. Illuminante e vitale come l'uomo che l'ha scritta, questa autobiografia è un prezioso contributo alla letteratura jazz e una lettura obbligata per gli appassionati e gli amanti della musica.

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CAPITOLO DUE


Il primo ragazzo bianco lo conobbi quando andavo al liceo. Alle elementari di Forestville avevo avuto qualche maestro bianco, ma i miei compagni erano tutti neri. Nel quartiere non c’erano famiglie bianche, e io non mi muovevo mai, perciò non mi capitava di incontrarne. Nella nostra zona di Chicago, gli unici bianchi che si vedevano erano quelli che venivano a riscuotere i soldi: gli agenti delle assicurazioni e i padroni di casa.

Dei bianchi sapevo soltanto ciò che imparavo dalle storie che mi raccontava papà. L’infanzia l’aveva trascorsa nel Sud, dove la segregazione razziale era forte, e prima di trasferirsi a Chicago aveva frequentato una scuola elementare mista, dove spesso finiva per fare a botte. Ecco spiegato come mai all’inizio del primo anno alla Hyde Park High School, i cui studenti erano per tre quarti bianchi, ero decisamente sul chi vive.

Alle elementari avevo saltato una classe, perciò la prima volta che misi piede nei corridoi della Hyde Park avevo solo dodici anni, uno in meno degli altri. Non era la scuola di zona, non abitavamo in quel distretto, ma mia madre voleva a tutti i costi che andassimo lì, perché era migliore del nostro liceo di quartiere. Avevamo una coppia di zii che vivevano a Hyde Park, così i miei usarono il loro indirizzo per iscriverci.

Con la testa piena delle storie di papà, il primo giorno di scuola mi aspettavo qualcosa di terribile. Ero pronto a menare le mani, ma con mia grande sorpresa i ragazzi bianchi si rivelarono... semplicemente ragazzi. Tornato a casa di corsa, spalancai la porta e gridai: «Mamma, mamma, sono come noi!» Oggi fa sorridere, ma per me fu davvero una sorpresa.

La Hyde Park era una scuola progressista, perciò noi studenti ci consideravamo di larghe vedute, dal punto di vista razziale e non solo. Parliamo però degli anni Cinquanta, quando tanta gente storceva ancora il naso davanti alle coppie miste. Ciò non toglie che gli attacchi razzisti più espliciti che subivo arrivassero dalla mia famiglia allargata, non dai miei compagni di scuola. Nelle famiglie nere, chi ha la pelle più scura degli altri diventa un facile bersaglio. A volte, quando mi comportavo male, mi chiamavano «brutto birbante nero». A scuola, invece, per quanto possa ricordare nessuno mi insultava alludendo al mio colore.

Se anche ci avessero provato, io avrei fatto del mio meglio per ignorarli, perché avevo deciso di non fare caso alle questioni razziali. Non che volessi negare la realtà, ovviamente: nell’America degli anni Cinquanta il razzismo era parte del tessuto della vita quotidiana. Non c’era bisogno di andarlo a cercare: era onnipresente, dai privilegi finanziari, professionali e immobiliari riservati ai bianchi al «negro» con cui i bianchi apostrofavano la gente di colore. E tuttavia, mi resi conto subito di avere un’alternativa. La strada più facile era starmene fermo ad aspettare il razzismo, vedere ingiustizia e cattive intenzioni ovunque, dire e vivere la mia vita di conseguenza. Be’, io scelsi la strada opposta.

Ci sono neri che il razzismo lo cercano, ma io decisi di non farlo, perché è un atteggiamento che finisce per alimentare una mentalità vittimistica controproducente. Una mentalità che nel mio quartiere andava per la maggiore, ma io in qualche modo riuscii a tirarmene fuori. In parte lo devo ai miei genitori, che ci insegnarono a credere di poter ottenere qualsiasi risultato, ma era più che altro una questione di curiosità. Al liceo, per la prima volta nella mia vita mi ritrovai circondato da persone di ogni tipo, e invece di sentirmi escluso o giudicato volevo scoprire tutto di loro.

Dopo un’infanzia interamente trascorsa in mezzo ai neri, tutto a un tratto avevo amici ebrei, italiani e asiatici, delle cui culture non sapevo nulla. Volevo sentirli parlare, scoprire come vivevano, capire in cosa credevano. Alla Hyde Park i gruppi etnici tendevano a stare per conto proprio, ma io non volevo frequentare solo i neri.

Una delle mie prime ragazze era bianca, si chiamava Barbara Laves e suonava il violino nell’orchestra. Era una brunetta minuta con due occhi azzurri mozzafiato, e tutti i giorni la accompagnavo a casa dopo la scuola. Con Barbara non durò a lungo, e cominciai a uscire anche con ragazze nere tra le quali Peggy Milton, la mia dama al ballo di fine anno. Del colore della pelle non m’importava, però: se una ragazza mi piaceva, le chiedevo di uscire, punto. Se questo dava fastidio a qualcuno, non lo sapevo o – più probabilmente – non ci facevo caso.

Per un certo periodo i miei cercarono di trasformarci in fedeli osservanti, ma non funzionò. La prima chiesa alla quale ci portarono era la Ebenezer, una delle decine di chiese battiste sparse nella nostra area del South Side. La musica era fantastica: c’erano due cori gospel, uno di giovani e uno di adulti, e la parte cantata delle funzioni mi piaceva. I sermoni però erano tutti incentrati sul fuoco eterno, e non facevano molta presa su di me, né su mia madre. Semplicemente, non vedevo cosa ci fosse di istruttivo nello stare ad ascoltare uno che non parlava d’altro che di inferno e dannazione.

Poi ci portarono a una chiesa metodista episcopale africana. Anche lì avevano buoni cori, ma non mi piacevano gli inni che cantavano, e ancora oggi non mi piace quel messaggio: l’idea del paradiso, dell’inferno e del castigo non faceva colpo su di me. Evidentemente nemmeno sui miei genitori, perché da lì passammo a una chiesa unitariana, dove nelle prediche non c’era traccia di fuoco eterno. A mia madre quella chiesa piaceva – era più aperta e sembrava fare leva sull’intelligenza più che sulle emozioni – ma non frequentammo a lungo neppure quella.

Nessuna chiesa mi toccava il cuore, eppure i grandi interrogativi sull’esistenza mi incuriosiscono sin da quando ero piccolo. La sera, quando mio fratello si addormentava, mi sedevo sul davanzale della finestra a guardare le stelle e riflettere sulla vita, la morte e l’universo. Arrivai alla conclusione che la vita non finisce mai, e che dopo la morte ciascuno di noi si reincarna in un’altra creatura. Anni dopo avrei scoperto che questi erano i fondamenti del buddismo.

L’idea del paradiso e dell’inferno mi sembrava assurda. Non riuscivo a concepire che una volta morti potessimo svanire nel nulla per ricomparire in un luogo sconosciuto. Al mondo niente sparisce in quel modo: materia ed energia si trasformano, ma non scompaiono. Il seme diventa albero, l’albero diventa sedia, la sedia diventa cenere: è un ciclo continuo, non capivo come potesse non valere anche per la vita e la morte.

Ero fatto così, la mia mente mi portava a cercare la sequenza logica delle cose. Da piccolo adoravo la meccanica e la scienza, e passavo ore a smontare orologi e tostapane per capirne il funzionamento. Ero affascinato dall’ordine razionale dei sistemi, rapito dalla possibilità di smontare un oggetto per comprenderlo a fondo.

Un giorno, a scuola, decisi di applicare la stessa logica ad altri aspetti della mia vita. Avevo fatto arrabbiare i miei, che per punirmi mi impedirono di andare a una festa alla quale tenevo molto. Non pensavo di meritarmelo, ed ero fuori di me. Non mi arrabbiavo spesso, ma quel castigo mi sembrava così immeritato che persi completamente le staffe. Era una barriera che non riuscivo a superare: mi sentivo indifeso, vittima dell’ingiustizia. Tenni il broncio per giorni.

Il pomeriggio della festa, chiuso in camera mia, pensai: , e decisi di smontarla come facevo con gli oggetti meccanici. La festa cominciava alle dieci, e per via del mio coprifuoco avrei comunque dovuto andarmene a mezzanotte. Due ore della mia vita: una volta trascorse, sarei passato a qualcos’altro, fossi andato alla festa o no. All’improvviso, fu tutto chiaro: .

E così feci. Dalle dieci a mezzanotte rimasi in camera a leggere, e una volta passata la mezzanotte era tutto finito. Non mi sentivo più una vittima, anzi, ero fiero di me. Avevo preso il controllo delle mie emozioni e trovato il modo di superare la rabbia. A partire da quel momento, nessuna punizione mi fece più alcun effetto, perché sapevo di poter scegliere come reagire. Avevo imparato a tenere a bada le emozioni.

Mi sembrava un grande progresso: mai più mi sarei sentito vittima delle circostanze, perché ora sapevo controllare l’impatto che esercitavano su di me. Per molti versi mi fu utile, ma con il tempo finii per portarlo all’estremo e desensibilizzarmi. Non ero mai stato un ragazzino particolarmente emotivo, ma a partire dal liceo lo fui ancora meno. Non piangevo quasi mai, per quanto triste o sconvolto fossi. Se qualcosa mi turbava, mi chiudevo in me stesso per non sperimentare emozioni negative.

Con una sola, clamorosa eccezione. Stavo cominciando l’ultimo anno di liceo quando venne assassinato Emmett Till.

Emmett Till aveva quattordici anni, uno solo meno di me, e anche lui veniva dal South Side di Chicago. Nell’agosto del 1955 era andato nel Mississippi per fare visita ad alcuni parenti. La madre lo aveva messo in guardia: il Sud era diverso dal Nord, e lui doveva comportarsi di conseguenza. Un giorno Till e i suoi amici entrarono in una drogheria per comprare dei dolciumi, e uno degli altri ragazzi lo sfidò a rivolgere la parola alla ventunenne Carolyn Bryant, la commessa bianca del negozio. Per impressionare gli amici lui le fece un fischio, pare, e Bryant lo raccontò al marito Roy, che decise di farla pagare al ragazzo.

Alcuni...



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