Harding | Il gioco delle spie | E-Book | www.sack.de
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E-Book, Italienisch, 265 Seiten

Harding Il gioco delle spie


1. Auflage 2017
ISBN: 978-88-7521-863-8
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 265 Seiten

ISBN: 978-88-7521-863-8
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
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Siamo in un paesino della campagna inglese nel 1961. Un mattino d'inverno, quando Anna ha solo otto anni, sua madre muore in un misterioso incidente stradale. La sera stessa, il telegiornale annuncia la cattura di tre agenti del KGB in incognito, che conducevano insospettabili esistenze piccoloborghesi in provincia. Colpiti da questa e altre storie di spionaggio (è l'epoca della Guerra Fredda e della minaccia comunista), Anna e il fratello Peter si convincono che anche la madre, tedesca di nascita, fosse un agente segreto, e iniziano a indagare, guardando con occhi meno innocenti la loro routine domestica e la vita quieta del villaggio. In effetti nel passato della donna si annida una sconvolgente verità nascosta; ma Anna la scoprirà solo dopo quarant'anni. Un'appassionante storia di spionaggio e un ritratto del mondo adulto visto dai bambini, ma anche un grande romanzo storico sulla memoria, la perdita, i legami d'amore.

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Nebbia quella mattina, una nebbia gelata; le pietre fuori dalla porta di casa scure e scivolose. Assocerò sempre mia madre alla nebbia. Una volta andò a Londra durante uno degli ultimi nebbioni da romanzo ottocentesco, all’epoca avrò avuto al massimo sei anni, e al ritorno prese il treno più tardi del solito. Poi arrivò a casa in macchina, entrò e sotto la luce accesa dell’ingresso ci raccontò tutto, e quando si tolse il foulard di seta dalla testa mi parve di vedere caderne via un rimasuglio di nebbia, uno spruzzo di vapore opaco che si staccò dallo scintillio lucido della seta. Lo vidi come una mostruosità.

Era lì, le dissi. Lo smog. L’aveva portato a casa con sé.

Mia madre si guardò allo specchio dell’ingresso come per controllare, rivolse un sorriso raggiante al suo riflesso e si ravviò i capelli che il foulard aveva schiacciato.

«Adesso è andato tutto via».

Lo smog di Londra aveva un colore verde-giallognolo per via dei veleni che conteneva, che facevano tossire chi non portava una mascherina e uccidevano i più deboli. Lo smog era famoso, tanto che quando la gente ne parlava ti restava in mente.

Dalle nostre parti la nebbia era una semplice nebbia grigia di campagna, con dentro foglie morte e tanfo di vacca, e il suono sordo della mungitura che veniva dalla fattoria di fronte a casa. Niente veleni, solo torpore, un torpore che avevi già conosciuto in altri giorni, ormai dimenticati, che penetrava nell’erba, nella legna, nella pietra e nella pelle e le rendeva tutte uguali, fino a che ogni sensazione scompariva insieme con la vista del villaggio, della valle e delle colline, come se tutte quelle cose non esistessero più e ci fosse solo un unico luogo intorpidito e non se ne potessero conoscere altri.

Eppure le colline c’erano, anche se non riuscivo a vederle. Sapevo che erano lì; vicine, oltretutto, per niente lontane. Dove le case finivano la strada saliva bruscamente, faceva una serie di tornanti nel folto del bosco fino al crinale, e all’altopiano che si estendeva da quel punto in poi. Lassù sulle colline coperte dalla nebbia c’era il ghiaccio, sul manto delle strade che ieri erano bagnate di tutta la pioggia della settimana, nastri nascosti di ghiaccio sui pendii, sulle curve dove l’acqua era colata in rivoli neri sopra l’asfalto. C’era una pellicola di ghiaccio anche sulle fessure tra le pietre del vialetto del giardino. Più tardi sarei uscita con le galosce e l’avrei spezzata come fosse vetro, ma per adesso ero ferma e imbacuccata sulla porta di casa, ancora calda di letto, e sentivo il freddo sul viso nudo e sotto le suole delle pantofole, lo sentivo penetrare e scacciare il sonno.

«Non startene lì, Anna, muori di freddo». L’incancellabile traccia di tedesco nella voce di mia madre. «Corri dentro e vatti a vestire».

Il freddo che mi svegliava. Un mattino di gennaio durante la guerra fredda. Un morso nell’aria che mi toccò più a fondo del bacio di mia madre, il quale non fu altro che una carezza di alito e di guancia incipriata, e un arricciarsi di labbra appena tinte di rosso distanti dalla pelle quanto bastava per non lasciarci il segno, e io rimasi in pantofole sulla soglia ad assaporare già come un ricordo o un sogno il suo odore cereo e profumato, mentre lei metteva in moto la macchina e la lasciava scaldare un po’, col tubo di scappamento che sbuffava, grattando via la brina dal parabrezza e dai finestrini, poi entrò, chiuse la portiera e sembrò farmi ciao con la mano, anche se la parte di finestrino pulita era piccola e non si vedeva bene, e partì. I fari scomparvero, nel freddo.

Quello che feci subito dopo lo feci con la decisione di una bambina lasciata improvvisamente a badare a se stessa. Rientrai in casa come mi era stato ordinato, chiudendo il grosso chiavistello sulla parte bassa della porta che non dovevo aprire agli sconosciuti. Finii una ciotola di Rice Krispies ormai mollicci e poi salii al piano di sopra e di nuovo obbedii agli ordini. Mi misi una canottiera bella calda, calzettoni lunghi e un paio di jeans. Avevo un maglione verde di mohair che dopo quel giorno conservai per anni, finché non diventò troppo piccolo e logoro in vari punti, con fili penzoloni che si impigliavano da tutte le parti, ma non volevo saperne di buttarlo via. Quel mattino lo misi perché faceva freddo. In seguito cominciai a indossarlo qualunque tempo facesse. Ripiegai il pigiama e lo infilai sotto il cuscino, rassettai il letto e tirai su la trapunta, ci sistemai sopra i miei animaletti. Dal pianterreno arrivava il suono goffo di Margaret che faceva le pulizie, che spostava cose qua e là mentre spolverava il soggiorno. (Che ragazza inutile, diceva spesso mia madre, accarezzando il ripiano di un tavolino e osservando la polvere che le si raccoglieva sulla punta delle dita. Ma non ce li ha gli occhi per vedere?) Scesi senza far rumore, sgattaiolai davanti alla porta aperta della stanza dove Margaret, girata di spalle, stava srotolando il filo dell’aspirapolvere. Trovai la cartella in cucina, presi il cappotto dall’appendiabiti dell’ingresso e uscii dal retro, tirando fuori le muffole e il cappello ficcati nelle tasche e infilandomeli al volo, appena il freddo mi colpì. Mi incamminai verso casa di Susan, a passi svelti nonostante la nebbia, con la testa bassa, perché quel percorso ormai sapevo farlo quasi a occhi chiusi, girai intorno alla casa, percorsi il vialetto di pietra e arrivai in strada, poi entrai dal cancelletto nel suo giardino, e la nebbia era fitta e il ghiaccio sottile, mi si sbriciolava in fango sotto i piedi, e la signora Lacey come al solito mi fece entrare e dopo un po’ ci accompagnò a scuola in macchina. La signora Lacey guidava piano, pulendo il parabrezza con la mano e chinandosi sul volante come se quei pochi centimetri facessero una gran differenza in ciò che riusciva a vedere. E per tutto il giorno la nebbia non si alzò mai. Era come un alito lattiginoso fuori dalle finestre della scuola, a ricreazione, a pranzo, quando la signora Lacey ci venne a prendere a fine giornata, illuminandola coi fari davanti alla macchina. Anche quando fece buio e il camino fu acceso e le tende tirate, sapevo che la nebbia c’era ancora.

(Tornandoci ora, ripassando tutte queste cose, leggo i giornali di quel giorno.) La prima pagina è dedicata in gran parte agli annunci. Com’era anonima, all’epoca, la prima pagina del , una paginona interamente coperta di caratteri tipografici, elenchi in corpo minuscolo stipati dentro sette colonne fitte fitte: Nascite, Matrimoni, Morti, Annunci Personali (ma quanto impersonali), Automobili Ecc., Spedizioni, Agricoltura.

Il comunicato su una nave della Blue Star Line che partiva da Londra, via Lisbona, diretta in Brasile, Uruguay e Argentina, soltanto prima classe.

Le notizie cominciano ad apparire solo a pagina sei. L’articolo su Portland è lì in mezzo a tutti gli altri. Si tratta di poche frasi standard, non più di questo. Lo stile giornalistico è bizzarro, datato: i titoli privi di enfasi, le formule convenzionali, la formalità con cui vengono citati i nomi delle persone, le immagini piccole e strizzate, fotografie a mezzobusto soprattutto del primo ministro, di dignitari e personaggi con titoli ufficiali. Il tono è rispettoso, compassato, compunto come le voci della BBC dell’epoca, addestrato all’obiettività. ...

La stessa notizia doveva essere stata data per radio quella mattina. Può darsi che mia madre l’abbia sentita in cucina, prima di uscire, ma era presto e andava di corsa, quindi è più probabile che l’abbia ascoltata in macchina mentre guidava. Non si è mai così soli come dentro una macchina in mezzo alla nebbia fitta. Sicuramente avrà tenuto la radio accesa a farle compagnia, mentre viaggiava così lenta che ogni curva di quella strada ben nota le sembrava sconosciuta, rallentata, fuori posto, e i fari delle macchine che incrociava le venivano incontro con aria stranamente minacciosa, la superficie della strada si rivelava sempre troppo tardi, e bisognava fidarsene per forza. Avrà sentito quelle voci in sottofondo mentre si concentrava sulla sua destinazione, cercando un qualche movimento nell’aria, sperando che la nebbia si alzasse una buona volta in cima alla collina, o nella valle successiva, o al di là di tutte le colline.

Le previsioni del danno nebbia sul versante occidentale dell’Inghilterra, fitta ma in lenta diminuzione; strade ghiacciate al mattino; vento debole, variabile. Ma io non mi ricordo nessun vento, e la nebbia non si diradò mai. Nel Gloucestershire, dove trascorsi la giornata, l’aria rimase completamente ferma, come se quello fosse un giorno mai esistito.

Se qualcuno mi avesse detto che era un giorno che dovevo ricordare per sempre, ovviamente l’avrei passato in maniera diversa. Ero abbastanza grande per conoscere le convenzioni che si adottano in questi...



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