Henriksen | Norwegian blues | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 336 Seiten

Reihe: Narrativa

Henriksen Norwegian blues


1. Auflage 2017
ISBN: 978-88-7091-218-0
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 336 Seiten

Reihe: Narrativa

ISBN: 978-88-7091-218-0
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Jim Gystad, discografico quarantenne di Oslo deluso dai successi preconfezionati che dominano il mercato, si ritrova in una chiesa di campagna in preda ai postumi dell'ennesima sbornia quando rimane folgorato da un canto celestiale. Tre voci autentiche, vibranti di vita, che sembrano sgorgare dall'anima di quella valle come il primo blues si levò dalle sponde del Mississippi. Sono Timoteus, Maria e Tulla Thorsen, un trio di fratelli ottuagenari che un tempo hanno fatto furore con le loro hit spirituali, fino a intraprendere un leggendario tour on the road nell'America degli anni '60. Finalmente Jim ha qualcosa in cui credere, una missione a cui votare il suo mestiere: scoprire perché i Thorsen all'improvviso si sono ritirati dalle scene e riportarli alla ribalta. Comincia così un viaggio nel passato di queste tre insolite rock star, che hanno vissuto la fede come un messaggio di libertà e da degni ribelli hanno sfidato l'ordine del loro mondo. Il passionale Timoteus, predicatore mancato, che incantava il pubblico con le sue liriche e poi spaccava il suo mandolino sul palco come gli Who; la misteriosa Maria, con il suo fiero look androgino che l'ha emarginata dalla comunità; la bellissima Tulla, che ha affrontato le barriere della segregazione razziale per sposare il suo amore afroamericano. Sulle note di un'inedita roots music del Nord e di uno humour in levare, Norwegian blues racconta una parabola romantica attraversata da un fiume di grandi nomi della musica dell'ultimo secolo. Un romanzo sul valore assoluto dell'ispirazione, in cui non è mai troppo tardi per voltare le spalle al successo e riscoprirsi a due passi dalla felicità.

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1


La prima volta che vidi i fratelli Thorsen fu in chiesa a Kongsvinger. Mi trovavo lì per fare da padrino a un battesimo, e raramente avevo avuto un peggior faccia a faccia con una domenica mattina. La sera prima era finita in un disastro totale. Un gruppo di musicisti locali – che a detta del padre del battezzando avevano fatto più di qualunque altra band norvegese per modernizzare il blues – aveva tenuto un concerto privato. Ma come produttore discografico ho un palato un po’ più esigente degli avventori mezzo sbronzi dei pub, e quel tentativo di servire roots music in veste nuova mi aveva solo spinto a cominciare a bere. E, ancor peggio, a continuare, io che non ho mai retto i distillati bruni. Quando la domenica mattina avevo disseppellito la mia faccia dal vapore sullo specchio del bagno, mi era parso altamente improbabile riuscire a recuperare un decoro sufficiente per presentarmi davanti a un fonte battesimale, senza contare che avrei dovuto sostenere lo sguardo del pastore il tempo necessario a pronunciare il nome Hubert senza farlo suonare come uno scongiuro.

Cercai di farmi forza visualizzando il volto del defunto chitarrista di Howlin’ Wolf, in onore del quale il battezzando avrebbe ricevuto il nome, ma tutto quello che riuscii a rievocare fu un gorgo nero che risucchiava tutto il mondo. Mi ci vollero due caraffe di caffè per rimettermi in piedi e trascinarmi in chiesa, ma già all’altezza della penultima panca dovetti far cenno al resto della comitiva che avevo bisogno di sedermi un attimo prima di raggiungere le file riservate a padrini, madrine e genitori.

Non sono mai stato particolarmente credente, ma mentre me ne stavo seduto lì in fondo, nel tempio di Dio, non potei fare a meno di ripensare a una storia della Bibbia che mio nonno amava raccontare: quella di san Paolo che cadde a terra sulla via di Damasco e dovette diventare cieco per riuscire a vedere. Quando mi precipitai fuori dalla chiesa e passai sopra a una discreta serie di tombe nel tentativo di raggiungere il bagno prima che la catastrofe diventasse realtà, feci appena in tempo a domandarmi se anch’io non fossi stato messo alla prova come lui, poi spalancai la porta del gabinetto e mi gettai in ginocchio davanti alla porcellana.

Tornato in chiesa mi sforzai di barcollare il meno possibile, mi lasciai cadere all’estremità di uno dei primi banchi e cercai di non respirare in faccia agli altri, mentre la nuova moglie del mio vecchio migliore amico assottigliava eloquentemente gli occhi. Raddrizzai la schiena e tentai di contrarre gli addominali, ma la forza di gravità mi strattonava come mai prima. Il sudore mi bruciava negli occhi e un brivido gelido lungo la colonna vertebrale, come se la Morte la percorresse su e giù con l’indice, spingeva il cuore a pompare a doppio ritmo.

C’erano tre bambini ad attendere il sacramento e la chiesa era quasi piena. Hubert Malling sarebbe stato l’ultimo a bagnarsi in quelle poche dita d’acqua davanti all’altare e io mi resi conto che non sarei mai stato in grado di arrivare alla fine della cerimonia. La navata della chiesa sembrava inclinarsi di lato, le tavole grezze del pavimento in legno erano invitanti come l’interno di una cassa da morto, ed ero ormai sul punto di capitolare quando i fratelli Thorsen mi salvarono. In seguito avrei ripensato alle loro voci come alla mano che ti afferra nell’istante in cui stai per sparire sott’acqua per la terza volta. Non saprei spiegarlo diversamente: i Thorsen toccarono il mio cuore inaridito di produttore discografico come nessun’altra voce mai prima.

All’inizio non osai voltarmi per paura di sollecitare il sudore e l’emicrania, ma quando partì la terza strofa, «Nessuna pena e nessuna gioia li priverà della mano del Signore», non potei fare a meno di girare la testa. Mi aspettavo di ritrovarmi ad ammirare la dentatura smagliante di una procace sirena del gospel, e dovetti guardare due volte prima di capire davvero chi fosse a cantare con quella intensità. L’uomo era al limite del pingue, i capelli sottili e candidi come il cotone idrofilo gli stavano incollati sulla sommità del cranio come i paralleli di un mappamondo. La donna più alta aveva una chioma corvina, e il fard rosso le accentuava a tal punto gli zigomi nel volto sottile da ricordarmi un uccello a becco lungo. L’altra donna nascondeva i capelli sotto un copricapo desueto, ma si capiva subito che un tempo parecchi uomini dovevano essere inciampati in cavalletti pubblicitari o andati a sbattere contro un lampione al suo passaggio. Seduti spalla a spalla, tre file di banchi dietro di me e molto più a nord nella vita, c’era ben poco in quei tre cantanti così avanti negli anni che lasciasse intuire un antenato comune, ma le loro voci avevano lo stesso dna musicale e non potei fare a meno di stupirmi per la maestria che dimostravano. In chiesa ci saranno state forse duecento persone, di cui almeno la metà stava intonando il salmo, eppure distinguevo nitidamente le voci di quei tre, che pronunciavano ogni singola parola come fosse un frammento di vita che avevano vissuto in prima persona. Il loro canto aveva in sé qualcosa di imponderabile, una lunga linea di movimento che cancellava i contorni di tutto ciò che mi circondava. Che innalzava il mio fragile corpo dalla valle d’ombra della morte e mi colmava di umiltà.

Quando arrivò il momento di prendere posto intorno al fonte battesimale mi sentivo vivo come immagino possa sentirsi solo chi è appena riuscito a trascinarsi fuori dalla carcassa di un’auto incidentata. Senza alcuna difficoltà pronunciai forte e chiaro il nome Hubert e le lacrime che spuntarono negli occhi del padre mi indussero a chinare il capo, come in soggezione nel trovarmi così vicino a qualcosa che nella vita di un’altra persona veniva percepito come pura, autentica felicità.

Dopo che la pastora1 ebbe sollevato Hubert davanti all’altare, in modo che l’intera comunità potesse dargli il benvenuto, tornammo a sederci e il sagrestano salmodiò qualche passo della Prima lettera di Pietro. Mi sentii invaso da una pace celestiale e feci in modo di sedermi il più scomodamente possibile per evitare che mi si chiudessero gli occhi. Dentro di me avevo già allungato la mano verso la prima Budweiser del rinfresco, e quando la pastora invitò tutti a unirsi nella preghiera del Signore, credetti per un istante che i tre cantanti avessero cominciato a parlare in altre lingue. Poi riconobbi il Padre Nostro, ma le loro parole suonavano ben diverse da quelle che uscivano da tutte le altre teste chine intorno a me.

«Che succede?» domandai a Malling facendo un cenno del capo all’indietro.

«Protestano contro la riscrittura del Padre Nostro, rifiutano la nuova versione in uso proprio da oggi»,2 mi bisbigliò lui con lo sguardo fisso sul foglio che teneva in mano.

«Chi sono quei tre vecchi?»

«Sono tre fratelli. Vengono da un villaggio qui vicino. Hanno inciso parecchi dischi e sono stati anche piuttosto famosi nello scorso millennio.»

«Che genere di musica facevano?» chiesi sempre a bassa voce.

«Sono pentecostali. Canti cristiani», rispose Malling per poi concentrarsi di nuovo sulla preghiera.

Quando mi voltai i tre si erano alzati in piedi e qualcosa nel loro aspetto mi rievocò una delle foto più emblematiche della storia del rock. Fu scattata a Oakland, in California, nel 1970 e mostra l’accoglienza che il pubblico riservava ai Creedence Clearwater Revival all’apice della loro carriera. Il fotografo ha immortalato la marea umana dal fondo del palcoscenico. E in quella moltitudine di volti esaltati, braccia alzate e corpi pressati si distinguono tre ragazze. Svettano di parecchio al di sopra degli altri, probabilmente sono sedute sulle spalle di qualcuno, ma mi è sempre piaciuto credere che fosse la capacità di lasciarsi trasportare dalla musica a innalzarle e sostenerle. Anche se i Thorsen non scuotevano la testa febbrilmente, i loro volti ardevano della stessa passione. In compenso, se il John Fogerty della foto ha l’aria di essere del tutto a proprio agio nel suo ruolo e solleva il braccio sinistro come a impartire una benedizione sulla folla, la pastora di Kongsvinger sembrava piuttosto impacciata. Assistere al suo tentativo di guidare la comunità nella recita del nuovo Padre Nostro era come guardare una trasmissione tv con l’audio fuori sincrono: vedevo muoversi le sue labbra, ma quelle che sentivo erano le voci dei tre Thorsen.

Terminata la cerimonia ci disponemmo davanti all’altare per una foto ricordo, ma il mio sguardo era inesorabilmente attirato dai tre cantanti che in quel momento stavano uscendo di scena. Notai con sorpresa che da lontano sembravano molto più vecchi e che l’uomo camminava con un deambulatore. Ma poi riconobbi l’atteggiamento di un complesso rock abituato a lasciare il palco con una coreografia di movimenti ben rodata: in testa il leader della band e dietro gli altri, in diagonale, perfettamente sincronizzati. Stavo per fare qualche altra domanda a Malling sul loro conto quando i flash cominciarono a crepitare tutt’intorno, e passai i minuti successivi a sfoggiare il mio miglior sorriso da popstar.

Mentre uscivamo dalla chiesa mi trovai accanto alla pastora. La ringraziai per la bella predica e le chiesi chi fossero quei tre che cantavano così meravigliosamente.

«Maria, Timoteus e Tulla Thorsen», mi rispose.

«Davvero carismatici», dissi sforzandomi di non tradire la mia impazienza, perché volevo...



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