E-Book, Italienisch, 240 Seiten
Reihe: Saggi
Horn Eva
1. Auflage 2024
ISBN: 978-88-6783-482-2
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Corpi e macchine per un mondo nuovo
E-Book, Italienisch, 240 Seiten
Reihe: Saggi
ISBN: 978-88-6783-482-2
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
«Se stai leggendo queste parole, l'unica cosa certa che so di te è che qualcuno, da qualche parte, ti ha portato in grembo prima che fossi una persona.» Comincia così la riflessione di Claire Horn su una tecnologia che ancora non c'è, ma che presto potrebbe entrare nelle nostre vite. L'ectogenesi, ossia la possibilità che la gestazione avvenga fuori dal corpo umano, non è più una visione fantascientifica, ma una realtà ormai prossima, e prima che questo avvenga dobbiamo affrontare una serie di questioni etiche e politiche, fondamentali per allontanare dall'orizzonte scenari preoccupanti di un eventuale uso ideologico. La possibilità di un utero artificiale - che cambierebbe il modo in cui oggi concepiamo la gravidanza - deve inserirsi in contesti in cui tutti i diritti riproduttivi siano garantiti, l'aborto sia una conquista definitiva e la salute sia prioritaria in ogni parte del mondo. Nessuna tecnologia è in grado, da sola, di farsi carico dei problemi di cui si occupa e proprio per questo serve una riflessione allargata e profonda sull'etica e sui temi della gestazione e della maternità. Un libro che guarda al futuro con la consapevolezza che, per affrontarlo nel modo migliore, è necessario preparare oggi le regole con cui lo accoglieremo.
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IL DILEMMA OSTETRICO
Il «dilemma ostetrico» è uno dei misteri più dibattuti nell’ambito dell’antropologia moderna. Il problema, formulato per la prima volta negli anni Sessanta del secolo scorso, nasce dalla considerazione che nell’essere umano l’esperienza del parto è molto più difficile e pericolosa rispetto a quella di tutti gli altri mammiferi. La radice di questo dilemma risiede nel conflitto tra la crescita dell’encefalo e il bipedismo, le due caratteristiche che ci hanno resi «biologicamente umani». Il restringimento del bacino richiesto dal bipedismo rende il parto tanto più complicato quanto il cranio del nascituro si ingrandisce. A livello evolutivo, questo conflitto anatomico comporta due svantaggi senza pari: da un lato, l’elevato rischio di morte per la partoriente e per il nascituro durante il travaglio; dall’altro, la necessità di anticipare il momento del parto, rendendo il neonato vulnerabile e completamente dipendente dagli adulti.
Nel corso dell’evoluzione, noi umane abbiamo sviluppato numerosi adattamenti per affrontare il problema, ma vorrei qui concentrarmi su un aspetto in particolare. Tra le diverse soluzioni proposte per il dilemma ostetrico, una delle più convincenti consiste nell’idea che il parto dell’essere umano non sia mai stato un’esperienza solitaria. Al contrario, fin dalle origini della nostra specie, l’assistenza di altre persone durante il travaglio – persone dotate di esperienza diretta della gestazione e del parto – avrebbe garantito alla partoriente e al nascituro una probabilità di sopravvivenza significativamente maggiore.1 Questa dimensione comunitaria non si sarebbe interrotta nel momento del parto; al contrario, una forma di «allevamento cooperativo» dei neonati avrebbe contribuito a sopperire alla loro nascita biologicamente «prematura», senza che questa gravasse esclusivamente sulla singola donna.
Alla luce di queste teorie, parlare di «parto naturale», almeno per quanto riguarda la nostra specie, significa avventurarsi su un terreno piuttosto scivoloso. Da quando esistiamo, la gestazione, il parto e la maternità non sono state semplici inevitabilità biologiche, «naturali» appunto, ma pratiche socio-culturali complesse. Nella storia antichissima della gestazione umana, la biologia e la cultura, che siamo abituati a trattare come due sfere rigidamente distinte, si sono sempre contaminate a vicenda: se da un lato l’anatomia del nostro corpo ci ha costrette a intessere una struttura di supporto sociale per sopravvivere, è stata proprio quella costruzione sociale che ci ha permesso – letteralmente – di venire al mondo. Se la cultura e la biologia, il corpo e la società, si sono da sempre intrecciati e co-evoluti, è particolarmente grave che oggi sia così difficile parlare di maternità senza appellarci continuamente a un’idea inflessibile di «natura».
Rispetto alle nostre origini preistoriche, si colloca all’estremo opposto della storia della gestazione e del parto: il loro futuro. L’ectogenesi, ossia la possibilità di separare la gestazione dal corpo della persona gestante attraverso la tecnologia, può apparire come una previsione fantascientifica senza grande fondamento. In realtà, come Claire Horn racconta in modo esaustivo e appassionante, l’ectogenesi ha una lunga storia, che dalle grandi esposizioni dell’epoca vittoriana ci conduce fino ai laboratori di biotecnologie contemporanei. Anche se la piena ectogenesi non è ancora stata realizzata, non è più un traguardo impensabile; per questo, davanti al cambiamento in corso, è urgente cominciare a interrogarsi sulle sue implicazioni etiche, filosofiche e politiche. Implicazioni che, spiega Horn, sarebbero complesse e di vasta portata: dal diritto all’aborto alle discriminazioni di genere, etnia e classe; dall’etica della sperimentazione sui soggetti umani all’eugenetica.
Il motivo per cui vale la pena interrogarsi sull’ectogenesi, però, non è soltanto la necessità di farsi trovare preparate a un ipotetico futuro, utopico o distopico che sia. L’ectogenesi, il dibattito che la circonda, e le nostre emozioni complicate su di essa hanno molto da dirci sul rapporto tra corpo, genere e tecnologia nel presente. L’aspetto più affascinante del dibattito sull’ectogenesi, in effetti, è proprio la sua capacità di aprire e problematizzare lo spazio tra la natura e la società. Davanti alla possibilità speculativa di una gestazione pienamente tecnologica, siamo chiamate a chiederci in che cosa consista una maternità «naturale», se mai è esistita, e se la naturalità costituisca un valore intrinseco che siamo tenute a difendere. Shulamith Firestone (la femminista radicale più controversa della seconda ondata, il cui nome è evocato spesso in queste pagine) riteneva che «un valore naturale non è necessariamente un valore umano»;2 a renderci umane, invece, è la realizzazione di un progetto politico egualitario, un futuro di cui una tecnologia liberata dal capitalismo e dal patriarcato sarà un’inevitabile alleata.
Al contrario, il clima politico attuale in Italia (e non solo) non sembra lasciare spazio a molti dubbi: la «natura» sembra l’unico valore da difendere, sia essa «umana» oppure no. Ma in cosa consiste questa «natura» cui facciamo continuamente appello? Shulamith Firestone riteneva che il corpo femminile fosse intrinsecamente svantaggiato come conseguenza della sua biologia; che la diseguaglianza politica, sociale ed economica delle donne fosse la diretta, «naturale» conseguenza dell’anatomia del loro corpo. In questo senso, Firestone era una materialista: si riteneva addirittura più materialista di Karl Marx, perché aveva individuato un’«accumulazione originaria» ancora più antica di quella del capitale, ossia la differenza biologica tra i sessi. Così come la piena automazione del lavoro avrebbe liberato la classe operaia, Firestone riteneva che soltanto la piena automazione della riproduzione avrebbe liberato le donne dalla loro oppressione.
Se la teoria di Firestone oggi ci appare limitata è soprattutto perché la nostra visione della «natura» è cambiata. Dove il femminismo marxista degli anni Settanta individuava nel corpo un fatto naturale ovvio, un fondamento materiale indiscutibile dell’oppressione di genere, in quegli stessi anni comincia a emergere l’urgenza di decostruire l’idea stessa di «natura», mostrando che essa non è affatto un territorio neutrale, ma un complesso fenomeno storico e politico. In altri termini, la «natura» non è un dato immutabile su cui si erge la nostra «cultura» e che possiamo scegliere di rispettare o di modificare con la tecnologia. Al contrario, la natura è costruita dalla società tanto quanto la società è costruita sulla natura: la natura è già una tecnologia, ed è spesso utilizzata come dispositivo di potere.3
Nei suoi scritti, la storica e teorica femminista Barbara Duden ha illustrato come la «natura» del corpo delle donne, in particolare nel contesto della gestazione e nel parto, sia cambiata attraverso i secoli.4 Per le donne contemporanee, l’esperienza della gestazione è mediata dalle immagini; l’idea che il feto sia un individuo «contenuto» dentro al proprio corpo, ma in qualche modo separato da sé, è inscritta nell’esperienza incarnata delle gestanti fin dalle prime settimane. Ciò avviene sia attraverso lo sguardo tecnologico dell’ecografia, sia attraverso l’estrema medicalizzazione e autosorveglianza imposte alle gestanti «per il bene del feto», come Claire Horn racconta in modo molto incisivo in queste pagine. Al contrario, Duden illustra come per una donna del XVII secolo il feto, in quanto soggetto separato da sé, fosse a tutti gli effetti inesistente; la gestazione era legata a sensazioni corporee non visive e la gravidanza non era sorvegliata da uno sguardo medico «esterno», ma confermata attraverso l’autopercezione del movimento del nascituro nel grembo.
«Storicizzare la natura» è un lavoro faticoso, ma con conseguenze politiche molto importanti: ci fornisce strumenti utili per controbattere a chi si appella alla naturalità del corpo per imporre politiche riproduttive violente e reazionarie. Pensiamo, ad esempio, a come le politiche antiabortiste sono determinate dalla visione dogmatica del feto come una «persona», e a come questa visione sia a sua volta sostenuta dalla strumentalizzazione politica di un apparato tecnico-scientifico tutt’altro che «naturale». O ancora, a come l’idea di una «famiglia naturale», cioè eterosessuale e monogamica, limiti i nostri diritti civili e ci impedisca di immaginare altre forme, più egualitarie, di comunità.5
Per la stessa ragione, dobbiamo anche essere molto attente a ciò che le tecnologie – reali e immaginarie, passate e future – ci raccontano sulla «natura» che la cultura in cui viviamo ha costruito per noi. Se una tecnologia è presentata come una soluzione tecnologica miracolosa a una natura ingiusta, dobbiamo,...




