E-Book, Italienisch, 403 Seiten
Hudson Sete
1. Auflage 2015
ISBN: 978-88-7521-699-3
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 403 Seiten
ISBN: 978-88-7521-699-3
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Dalla Siberia, Alena parte per Londra con il sogno di trovare un lavoro, un amore e nuove avventure da vivere. Ciò che l'aspetta appena atterrata nel Regno Unito è però molto diverso da quello che aveva in mente. Dave, cresciuto a Londra in un quartiere di case popolari, sognava di girare il mondo, e invece si ritrova imprigionato nella sua città, reduce da un matrimonio naufragato e schiavo di un lavoro che gli permette di sbarcare il lunario ma non gli dà nessuna soddisfazione. Alena e Dave si incontrano per caso, in circostanze che avrebbero dovuto fare di loro due nemici. E invece, contro ogni logica, si cercano, si trovano, e costruiscono una vita insieme in un precario equilibrio di silenzi. Nel breve periodo di un'estate insolitamente calda riescono a trovare conforto nell'illusione di poter dimenticare le proprie origini e il peso di scelte sbagliate. Ma scopriranno a proprie spese che la loro sete di avventura e libertà deve fare i conti con un passato troppo difficile da raccontare. Kerry Hudson tesse una narrazione equilibrata e sapiente fatta di flashback e introspezione che dà al lettore l'illusione di conoscere a fondo i personaggi, riservandogli invece, pagina dopo pagina, inaspettati colpi di scena. Un romanzo d'amore delicato e feroce, un incontro tra due persone, due mondi lontanissimi, due solitudini che si riconoscono e cercano di proteggersi vicendevolmente, in un mondo che li vorrebbe più cinici e spietati.
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1
Era ferma su Bond Street, in mezzo al flusso di turisti e di persone in giro a fare compere. Un gruppetto di ragazze uscì dal negozio dondolando le borsette e barcollando su quelle gambe secche e abbronzate che poggiavano su tacchi vertiginosissimi. Le davano l’idea di cerbiatte superaccessoriate. Alena si ripeté mentalmente le regole. Era una cosa buona avere delle regole. Regola numero uno: sempre meglio l’ora di pranzo, le commesse sono di meno e quelle che ci sono non ti guardano, hanno fame e aspettano infastidite i loro sessanta minuti di libertà.
Regola numero due: l’abbigliamento non conta. Il suo normalissimo prendisole giallo di cotone poteva anche essere di quella semplicità in realtà molto costosa. Se non fosse stato per le spalline che le segavano leggermente la carne in quel punto delicato tra l’ascella e il seno, nessuno avrebbe mai sospettato che quell’abito provenisse da uno scatolone di vestiti usati di una casa rifugio per donne. E comunque, le era capitato di vedere persone con addosso vestiti vecchi e orribili uscire da Harrods con le braccia cariche di buste lucenti, e salire su una Bentley, come se i soldi le esonerassero dagli standard comuni.
Regola numero tre: Fare Quella Faccia Lì. Anche se era nervosissima, La Faccia era qualcosa su cui poteva sempre contare. Riusciva a evocarla dal nulla e non le costava niente. Non essendo lei provvista di soldi né di quel senso di diritto inalienabile che gorgoglia dorato come champagne nelle vene di alcune persone, la gente nel vederla rimaneva spiazzata: quella faccia stonava con i suoi capelli dal taglio strano, con le spalle scheletriche e denutrite. Sollevò di pochissimo le sopracciglia, insieme al mento aguzzo e, con le palpebre a mezz’asta a comunicare indifferenza, scrutò l’ingresso del negozio.
Ma nonostante tutto il lavoro della Faccia, non riuscì a controllare il corpo: lo stomaco che borbottava, il tum tum tum del cuore che batteva così forte da slogarle quasi una costola, le ascelle tutte appiccicate di sudore; reazioni istantanee all’adrenalina che le entrò in circolo nel momento stesso in cui spinse la pesante porta di vetro e sentì l’aria condizionata che penetrava nella coltre di calore dell’esterno.
Ed eccolo lì: il solito addetto alla sicurezza belloccio e inutile che c’era sempre in quel tipo di negozi. Questo qui indossava un elegante completo nero e sembrava uscito fresco fresco dalla pubblicità di un whisky: te lo vedevi semidisteso vicino a un camino, o magari con un micio al petto, nudo e lucido come quello del ragazzo sul poster che teneva appeso in camera sua quando aveva quindici anni. Fece una pausa che durò il giusto e sfoderò il suo migliore sorriso spocchiosetto, un freddo cenno di degnazione che aveva visto fare una volta a una signora di Chelsea. Regola numero quattro: attirare sempre l’attenzione su di sé, non dare mai l’impressione di voler entrare in modo furtivo.
«Buon pomeriggio, bella».
L’aveva chiamata bella? La Faccia ebbe un attimo di cedimento, la guardia fece un verso che forse era parte integrante di una risata e si massaggiò la fronte. Alena ebbe l’impressione che l’uomo fosse arrossito.
«Il pomeriggio... è bello. Cioè, volevo dire che è proprio un bel pomeriggio».
Riconobbe l’accento londinese doc, leggermente aspro. Ormai, dopo tanto tempo, riusciva a fare caso a questi particolari. L’accento stonava un po’ con quel viso grazioso. La sorprese anche quella timidezza, vederlo che si dondolava leggermente sui talloni. Gli lanciò comunque un’occhiata sprezzante, e con passo sicuro si avviò verso il terzo piano per dare inizio all’attenta e snervante ispezione delle calzature di lusso, alla ricerca del paio di scarpe che compariva nella foto della pagina strappata dalla rivista che ora si stava infradiciando di sudore nella coppa sinistra del reggiseno. Regola numero cinque: non doveva mai farsi beccare, mai e poi mai.
Era una cosa che odiava. Odiava soprattutto doverla fare al tavolo nel tetro seminterrato, nel magazzino, dove stava per cominciare la sua pausa pranzo. Lo stesso tavolo accanto al quale passavano le ragazze che tornavano nel negozio trasportando scatole di scarpe accatastate in bilico e tenute ferme col mento. Rallentavano per lanciare delle occhiatacce schifate alla ragazza, come se le scarpe che aveva rubato gliele avesse sfilate direttamente dai piedi. Era davvero molto carina, e non di quella bellezza stanca e truccata delle ragazze del negozio. Lui sapeva che era proprio questo che le faceva arrabbiare.
Aveva le spalle scoperte e, quando allungò le braccia sul tavolo, lui intravide la patina lucida di sudore nell’incavo dei gomiti. Era nervoso. Gli occhi chiarissimi della ragazza caddero sulla stagnola aperta di un sandwich posato tra di loro, accanto alle scarpe incriminate.
«Mangi?»
«Che co–? No, stavo per pranzare...» Ecco di soppiatto un balbettio di nervosismo, una leggerissima confusione all’inizio delle parole che lui cercò di dissimulare con un colpo di tosse.
«Ti dispiace? Grazie».
Non sapeva cosa rispondere e rimase a guardarla mentre lei con mani ossute afferrava il suo sandwich sul tavolo – corned beef, sottaceti in quantità, quel sandwich che aveva bramato per tutta la mattina – e dava una serie di morsi famelici lasciando una mezza luna rossa attorno al fantasma dei denti bianchi affondati nel pane.
«Come ti chiami?»
«David, Dave, in realtà». Sorrise e raddrizzò la schiena. «Ma non è questo che conta, vero? Come ti chiami tu? Ecco» annuì, come se finalmente si fossero messi in carreggiata, «è questo che conta».
«Vado domani» disse lei, lasciando intravedere un pezzo di sandwich mezzo masticato.
«Che cosa? Dov’è che vai?»
«Ho detto, vado domani». Espirò rumorosamente dalle narici.
Lui alzò di poco la voce. «E stanotte dove hai dormito?» Scandiva le sillabe, faceva lunghe pause tra una parola e l’altra e per qualche istante lei mise giù il sandwich e lo guardò in cagnesco, come avrebbe detto la madre di Dave.
«So parlare inglese, Dio santo. È ostelo a Peckham». Alzò anche lei la voce e fece pause ancora più lunghe.
«Hotel? Sei qui in vacanza?» Cominciava a cavare qualche ragno dal buco.
«No, . Io lì. Domani vado a cercare stanza dove stare».
La ragazza aveva strappato un pezzetto di carta stagnola e cominciò ad appallottolarlo. Dave non riusciva a smettere di guardarla.
«Dov’era prima di Londra?» le chiese.
«Siberia».
Ora, con il palmo della mano la ragazza faceva rotolare la palla avanti e indietro sul tavolo. Dave si sentì stupido e non riusciva a staccare gli occhi dall’andirivieni di quella mano fluttuante a mezz’aria.
«È Russia».
«Sì, lo so». Anche se, al massimo, ci sarebbe arrivato tirando a indovinare. «La smetti, per cortesia?»
Si allungò verso di lei e le strappò di mano la palla di carta stagnola, ricevendo in cambio una beffarda, impercettibile alzata di sopracciglio e un lentissimo sorriso.
«Alcuni non lo sanno».
Le ragazze continuavano a salire le scale col passo pesante, parlando tra loro a bassa voce. Più tardi quelle stesse ragazze si sarebbero sedute a quello stesso tavolo a spettegolare sulla taccheggiatrice con i capelli rossi, la stronzetta sfacciata che si era mangiata il sandwich del povero Davey. Le scarpe quasi rubate – argentate, col tacco alto, di pelle morbida e scivolosa – stavano lì tra Dave e Alena, la quale, infilandosi in bocca l’ultimo pezzetto di crosta, giocherellava con uno dei lacci. Sbatté le palpebre e alzò gli occhi verso Dave che notò una bambinesca chiazza d’unto di sottaceti all’angolo della bocca. Fu tentato di pulirgliela, anzi per poco non lo fece, ma si strinse le mani in grembo.
«Bene. Allora, vedo che non si riesce a ottenere risposte franche. In questi casi il regolamento del negozio impone di chiamare la polizia. E quindi. Vuoi dire qualcosa prima che arrivino le forze dell’ordine?»
Dave non capì se fu la bocca, gli occhi o l’inclinazione del capo, ma in quel momento tutta la faccia di Alena subì un cambiamento. Gli disse solo due parole.
«Per piacere».
La ragazza si guardò le mani e quando sollevò di nuovo gli occhi aveva un’espressione più mite, una mano poggiata sul collo.
«Io chiede scusa. Sono confusione». Mentre parlava contava qualcosa sulla punta delle dita. «Sono nuova, provo le scarpe, sono confusione quando devo togliere».
I picchi e le cadute del suo accento gli evocavano l’immagine di gabbiani che si fiondavano sugli avanzi di cibo. Sentì una contrazione allo stomaco. Fortunato com’era non si sarebbe stupito di non aver digerito il sandwich che aveva mangiato lei.
«Hai cercato di uscire dal negozio con quelle scarpe ai piedi». Tirò fuori un paio di infradito azzurre dalla suola ricurva. «Queste qui ti sono cadute perché camminavi troppo veloce. Dopo che hai fatto scattare l’allarme hai cercato lo stesso di uscire dal negozio. Sinceramente, vorrei poter essere io a decidere, ma...»
Lei raddrizzò la schiena e appoggiò le braccia sul tavolo, lo guardò e per la prima volta incrociò il suo sguardo, un sussulto, poi cominciò a parlare a voce bassa, così bassa che Dave dovette sporgersi in avanti fino a sentire l’odore acre e dolciastro del sudore che le si asciugava sulla pelle.
«Io mi chiedo scusa. Per piacere. Ho detto che mi dispiace. Ho fatto sbaglio....




