E-Book, Italienisch, 218 Seiten
Reihe: Narrativa
Jacobsen Mare bianco
1. Auflage 2023
ISBN: 978-88-7091-856-4
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 218 Seiten
Reihe: Narrativa
ISBN: 978-88-7091-856-4
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
«Uscì sotto la neve che cadeva lenta, rimase un po' a contemplare le case, il fienile, i moli e la rimessa in riva al mare, con un'improvvisa meraviglia per tutto quello che l'aveva trattenuta sull'isola, che in verità non era niente. Tra poco la neve si sarebbe trasformata in pioggia e l'isola sarebbe diventata marrone come la scabbia e il mare grigio, se il vento non girava.» Ingrid è tornata nella sua Barrøy, isoletta a sud delle Lofoten e da tempo immemorabile piccolo regno della sua famiglia, che ne porta il nome. È il 1944, la Norvegia è occupata dai tedeschi e l'ultima generazione dei Barrøy sparsa per il paese. Ingrid, a trentacinque anni, si ritrova unica padrona di un'isola che pare abbandonata, in casa un silenzio ostinato, fuori il desolato lamento del mare. Ma «vivere su un'isola è cercare» e cogliere segni ad altri invisibili, e proprio quel mare che suo padre le ha insegnato a non temere le restituisce poco a poco le tracce terribili della guerra in corso, i corpi di una nave bombardata. Unico superstite è un giovane prigioniero ferito, che pur parlando una lingua sconosciuta entra indelebilmente nel suo cuore e nella sua vita. È per lei l'inizio di un tumulto di accadimenti che, tra amnesie e sporadiche riemersioni della coscienza, lentamente dovrà ricostruire. Dopo l'eterno presente in cui l'isola degli Invisibili sembrava immersa, la Barrøy di Mare bianco ha ceduto alla Storia. Stravolti gli antichi equilibri, Ingrid dovrà imparare a fare affidamento anche sugli altri, nuovi amici da accogliere e famigliari che tornano, con la prospettiva della ricomposizione di una piccola comunità.
Weitere Infos & Material
1
Il pesce è arrivato prima. L’essere umano è solo un tenace ospite del mare. Il caposquadra venne a chiedere alle ragazze se qualcuna di loro sapesse sfilettare, perché era entrato un banco di merluzzo che nessuno si aspettava. Ingrid alzò lo sguardo dalla botte delle aringhe e lo diresse alla banchina, dove i fiocchi di neve danzavano prima di sciogliersi nella struttura di legno nero, si asciugò le mani nel grembiule, seguì l’uomo nel locale di salagione e prese posto accanto al banco per la sfilettatura e a una vasca di pesce pulito. Si guardarono. Lui indicò con un gesto del capo il coltello sul banco, simile a una piccola ascia.
Ingrid prese dalla vasca del lavaggio un merluzzo bianco della lunghezza di un braccio e lo posò sul banco, gli tagliò la gola, sollevò l’opercolo delle branchie e passò il coltello dalla nuca al ventre, scivolando con la lama lungo la lisca fino alla pinna caudale, poi recise la lisca all’altezza dell’apertura anale, ripeté l’operazione dal lato destro e la sfilò come se aprisse in un colpo solo una chiusura lampo arrugginita. Alla fine si ritrovò immobile, con la lisca nella mano sinistra; il pesce sembrava un’ala bianca sul banco insanguinato, pronto per essere sciacquato e accatastato, pronto per essere salato, girato, messo a seccare e lavato e accatastato di nuovo, e infine venduto come l’oro bianco avorio che era, e che ha tenuto in vita quella costa affamata per gli ottocento anni trascorsi dalla prima volta che comparve in un manoscritto.
«Fa’ vedere la lisca.»
Ingrid passò lo scheletro nella mano destra per nascondere il taglio che s’era fatta tra il pollice e l’indice.
«Pulita.»
Aggiunse che poteva restare finché c’era bisogno, non si sa mai, in autunno…
«Tocca che ti trovi un paio di guanti, però.»
Ingrid abbassò gli occhi a guardare il sangue mescolarsi con quello del pesce e formare una goccia, che cadde nel momento in cui il caposquadra le voltò le spalle e tornò nel suo ufficio con le suole di gomma che gorgogliavano.
Ingrid sognava di andar via, di tornare a Barrøy, ma nessuno può vivere da solo su un’isola, quell’autunno non c’erano uomini né animali laggiù, Barrøy era vuota e deserta; dalla fine di ottobre era perfino invisibile, ma lei non poteva nemmeno restare più lì a Hovedøya, l’isola maggiore.
Sfilettava pesce dieci ore al giorno, tenendo il ritmo di due salatrici, e dopo una settimana non riuscì più a dormire nella soffitta gelida del bottaio che divideva con Nelly e due ragazze del continente venute qui a causa della guerra. Fingevano di non piangere tutte le sere prima di addormentarsi, evisceravano le aringhe, le sfilettavano e le salavano nelle botti, rabboccavano la salamoia e bevevano surrogato di caffè, salavano, dormivano e si lavavano a sere alterne nell’acqua ghiacciata, i capelli una volta alla settimana, sempre nell’acqua fredda e rugginosa, sotto un firmamento di scaglie luccicanti d’aringa, e Ingrid sfilettava il merluzzo come un uomo.
A metà della seconda settimana una delle due salatrici sparì e Nelly fu mandata a lavorare con Ingrid. Il giorno dopo ci fu burrasca e i pescherecci cercarono riparo tra le isole. Non rientrarono in porto né il giorno seguente né quello dopo ancora e la mattina del terzo, quando riuscirono a emergere dalla tormenta, non avevano più un pesce a bordo.
Però erano in tanti ad aspettarli, un intero villaggio era lì per dare il benvenuto a uomini che tornavano a casa vivi, ancora una volta. Poi vennero altre burrasche, con pause forzate a terra e attrezzatura rovinata, carichi di pesce inutilizzabili, salvo che per farne guano, forse, dipendeva da tante cose, soprattutto dai prezzi in un mondo diverso dal loro; i pesci rimasti furono legati a due a due e appesi a essiccare e la strana avventura dell’autunno finì così.
Ingrid e Nelly giravano il pesce sotto sale, scartando gli esemplari rovinati e facendo in modo che quelli in fondo a una catasta si trovassero sopra in quella nuova. Poi anche le aringhe finirono e le due ragazze venute da fuori furono congedate, riscossero il loro magro salario, si tolsero a vicenda le scaglie dal viso e si lavarono a vicenda le mani nell’acqua fredda, si asciugarono, si pettinarono e controllarono che i cerchietti fossero a posto sui capelli, poi, ridendo, s’imbarcarono sul vapore in abiti che nessuno gli aveva mai visto addosso.
Con lo stesso vapore arrivò una lettera della zia di Ingrid, Barbro, che era in ospedale. Gliel’aveva scritta un’infermiera che aveva la calligrafia di un medico: Ingrid riuscì a leggerla ma non a capirne la portata. Sua zia non poteva tornare su a nord perché la frattura al collo del femore non guariva e perché non trovava un passaggio… ma sarebbe stata a casa per Natale, lo scriveva due volte. Barbro aveva cinquantanove anni e Ingrid trentacinque, quella sera si addormentò presto e non fece sogni.
Si svegliò altrettanto presto e rimase a letto ad ascoltare il vento che raschiava il tetto d’ardesia e il mare che gorgogliava e soffiava tra i pali della banchina e i respiri di Nelly. Il sonno di Nelly era umano, e il rumore del suo sonno, notte dopo notte, era l’unica cosa a essere come doveva, lì dentro, ormai però era diventato insopportabile.
Ingrid si alzò, si lavò nel secchio di zinco e preparò la valigia, non mangiò né fece il caffè, con i vestiti da lavoro che puzzavano di pesce scese dietro la fabbrica di conserve, nel posto dove i tedeschi bruciavano i rifiuti in un bidone di petrolio, ce li buttò dentro e rimase a fissare le fiamme finché cominciò a venire gente sulla banchina, e cadeva una neve leggera.
Tornò indietro e preparò una specie di caffè, riempì una tazza e la mise sulla sedia accanto alla testata del letto di Nelly, che continuava a sembrare un cadavere sereno; aspettò che il riflesso sul muro le dicesse che anche il caposquadra era arrivato, che il giorno stava sorgendo nel buio, poi si alzò, scese con la valigia e disse che voleva regolare i conti.
Il caposquadra posò il mozzicone di matita con aria sorpresa, disse che lo coglieva alla sprovvista, non poteva fare a meno di lei, aspettavano il pesce per quella sera, era indispensabile e superflua al tempo stesso, la solita contorta frode del lavoro salariato, ma Ingrid veniva da un’isola, il cielo era il suo tetto e le sue pareti, perciò ripeté che voleva i soldi e aspettò pazientemente che tutti i cassetti fossero aperti e richiusi, le carte sfogliate, che si esaurissero i sospiri ambigui sul foglio degli orari e la conta minuziosa dei biglietti di banca gualciti, come se fosse un insulto chiedere il salario, come se nel giorno di paga quello da compatire fosse il padrone e non lo schiavo.
Ingrid percorse la strada ghiacciata fino al negozio, aspettò che Margot aprisse, comprò i prodotti di cui aveva bisogno, compresi caffè e margarina, pagò con bollini e soldi, prese in prestito la carriola di Margot e portò la spesa fino al pram che era rimasto ormeggiato sotto la banchina per tutto l’autunno.
Tolse la neve con la sassola, caricò a bordo spesa e valigia, riportò su la carriola e, di ritorno al molo, passò davanti a due soldati tedeschi che fumavano al riparo dell’impianto di salagione: dovevano essere stati lì a guardarla per tutto il tempo.
Scese in barca con la scaletta, sciolse la cima d’ormeggio e si mise ai remi. Uno dei soldati venne sulla banchina e le gridò dietro qualcosa, agitando la mano che reggeva la sigaretta, un occhio rosso nell’inverno. Ingrid si appoggiò sui remi e lo guardò interdetta. Lui gridò altre cose incomprensibili, la neve vorticava più fitta e il soldato sparì dalla vista.
Ingrid remò fino all’isolotto allungato di Gråholmen, seguendo le rocce lisce a un remo di distanza finché non scomparvero, non c’era visibilità, il mare era calmo e pesante.
Fece mentalmente il punto sull’ultimo scoglio e navigò mantenendo lo stesso angolo tra la scia della barca e la direzione dell’onda lunga fino a incontrare Oterholmen, un’oretta dopo. Se lo trovò a sinistra, mentre doveva essere a dritta. Corresse la rotta, proseguì secondo un nuovo angolo tra il moto delle onde e la scia sinuosa e arrivò a Barrøy mezz’ora dopo aver perso di vista Oterholmen.
Portò le provviste a terra, aprì le porte della rimessa e tirò dentro la barca con l’argano che suo padre aveva montato quando lei era piccola, raddrizzò la schiena e si guardò intorno, le case lassù, nella massa grigia sul dorso curvo dell’isola, visibili da quindici, venti miglia con il bel tempo, ora delle scatolette nere sotto uno strato sottile di latte, nessuna luce, nessuna impronta sulla neve. Si caricò il giogo sulle spalle, ci agganciò le provviste e affrontò la salita. Le scatolette divennero case, casa sua, circondata di alberi simili a dita carbonizzate. Entrò, passò da una stanza all’altra, accese le lampade e il fuoco sia in cucina che in salotto. Nemmeno qui poteva stare. Uscì di nuovo e tornò nella rimessa, verificò che le...




