E-Book, Italienisch, 272 Seiten
Reihe: Narrativa
Lagerlöf Bandito
1. Auflage 2022
ISBN: 978-88-7091-912-7
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 272 Seiten
Reihe: Narrativa
ISBN: 978-88-7091-912-7
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Quando Sven Elversson torna a casa in Svezia, dopo anni di aristocratica educazione inglese e una spedizione al Polo Nord, ad accoglierlo trova solo diffidenza e disgusto: per quanto si metta al servizio della comunità, tutti lo evitano. Hanno saputo che lassù, tra i ghiacci, in preda alla fame e alla disperazione, ha mangiato carne umana, la colpa più grave che si possa commettere, che va contro uno dei più radicati tabù della civiltà: la sacralità della morte. Per i cannibali non c'è pietà. Neppure il giovane parroco riesce a perdonarlo. Anzi, è proprio lui, appena arrivato con la bella moglie Sigrun dalle lontane terre natali per fuggire la maledizione che grava sulla sua famiglia, a denunciarlo pubblicamente e a bandirlo dalla sua chiesa. E sarà lei, l'angelica Sigrun, che conosce la solitudine delle donne vittime di mariti che le «amano troppo» per lasciarle libere di realizzarsi, a vedere in Sven quello che è: un uomo buono e tormentato. Ma anche in quel villaggio di pescatori irrompe con la sua violenza la Prima guerra mondiale. E davanti alle atrocità di quella carneficina, sorge l'inevitabile interrogativo: è più sacra la morte o la vita? È più colpevole chi non rispetta un cadavere o chi accetta l'eccidio di uomini, donne e bambini? Con il crudo realismo di chi ha visto gli orrori del conflitto, ma anche con l'arte di chi sa fondere cronaca e leggende, avventure e senso del sovrannaturale, Selma Lagerlöf racconta una storia di caduta e redenzione che è una profonda denuncia non solo contro la guerra, ma contro tutto ciò che attenta alla dignità, alla libertà e alla sacralità di ogni singola vita umana.
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In chiesa
Sven Elversson, l’uomo che era stato accolto come figlio dai due vecchi di Grimö, era nella chiesa di Applum a ringraziare Dio per aver trovato un rifugio dove non era guardato con avversione e ribrezzo.
Su quella povera, piccola isola solitaria e rocciosa, con i suoi due abitanti, non doveva temere di vedere quella piega in giù agli angoli della bocca che denotava il disgusto. Il padre era anziano e non provava alcuna repulsione, avendo ormai perso ogni forte sentimento di attrazione come di ribrezzo. La madre aveva ancora tutta la sua sensibilità, ma lo amava.
La chiesa in cui si trovava Sven Elversson era una vecchia costruzione di legno, col soffitto decorato da un grande affresco del Giudizio universale. Ogni volta che alzava gli occhi, il suo sguardo cadeva inevitabilmente su un grosso diavolo nero sghignazzante, che attizzava le braci sotto un calderone pieno di peccatori che bollivano in un brodo sulfureo e schiumante. Sven riconosceva quel diavolo dall’ultima volta che era stato in quella chiesa, diciassette anni prima. Quello che lo rendeva indimenticabile era una lunga coda triforcuta di cui si serviva comodamente per mescolare il calderone di rame.
Da bambino aveva spesso fantasticato su quel mastro cuoco, che con così grande abilità si occupava al tempo stesso del fuoco e della marmitta. Ma ora aveva un unico pensiero in testa: «Se tutti quelli che ogni domenica contemplano quel buffo diavolo che cucina venissero tutt’a un tratto a sapere che in mezzo a loro si trova uno che ha davvero messo in bocca un pezzo di carne umana, difficilmente tollererebbero la mia presenza in chiesa.»
«C’è una cosa», pensava, «e non so se non sia addirittura l’unica, che le persone civilizzate non possono fare. Uccidono, commettono adulterio, rubano, compiono atrocità, non si trattengono dall’ubriachezza, dallo stupro, dal tradimento, dalla delazione. Sono cose che si fanno tutti i giorni. Saranno anche riprovevoli per qualcuno, però si fanno. Uno dei peccati più antichi dell’umanità non viene più commesso nei paesi civilizzati. Non lo si può fare, perché suscita ribrezzo. Ma io quel peccato l’ho commesso. E sono più aborrito del diavolo.»
L’unica persona in chiesa, a parte i genitori, che sapesse il motivo del ritorno a casa di Sven Elversson era il pastore. Il quale, comunque, lo aveva accolto bene la domenica precedente, si era mostrato comprensivo, aveva parlato con suo padre, lo aveva accompagnato fino a Grimö, si era rallegrato dell’accoglienza amorevole della madre e aveva approvato la sua decisione di restare con loro. Si era dimostrato tollerante e magnanimo sotto ogni aspetto.
Eppure quella domenica, quando, entrando in chiesa, il suo sguardo cadde su Sven Elversson, l’uomo scampato alla fame sull’isola di Melville, seduto tra la folla, provò un senso di nausea.
Lo aveva aiutato e assistito, era stato felice di aver contribuito a restituire il figlio ai genitori, a trovare un rifugio per un infelice che aveva sofferto per un atto che era stato costretto a fare, un disgraziato che forse, altrimenti, si sarebbe suicidato. Ma non aveva immaginato di vederselo davanti in chiesa.
«In casa mia», pensò, «non avrei esitato ad accogliere quell’uomo, ma questo non posso accettarlo. Ha pur sempre mangiato carne umana. Ha commesso qualcosa di sacrilego, di abominevole. Doveva pur capirlo che questo va al di là di quanto posso tollerare.»
L’istante dopo si autopunì, si accusò di mancanza di amore, pensò a come Gesù chiamava a sé tutti i peccatori, cercò di ravvivare la compassione, rievocò il volto mite e gentile del povero peccatore, e si trattenne dal mandare il sagrestano a chiedergli di uscire dalla chiesa, seguendo il primo impulso. Ufficiò all’altare e predicò come sempre, senza però riuscire a liberarsi da quella sensazione di nausea.
Le parole che pronunciava gli si gonfiavano in bocca al punto che dovette fermarsi più volte durante il sermone per masticarle e deglutire prima di poter continuare. Sentiva il sapore di carne umana sulla lingua, vedeva la scena del gruppo di affamati che si avventavano sul corpo del suicida.
Non avrebbe mai provato tutto questo, se quell’uomo non fosse venuto in chiesa, ma ora ne era sopraffatto, inerme sotto la sua presa.
Strinse i pugni irato contro se stesso, si girò sul pulpito in modo da non vedere Sven Elversson, continuò a leggere il suo sermone, obbligando la mente a seguire le parole e d’un tratto gli parve di essersi liberato del suo malanimo.
Ma ecco che nella predica arrivò a un passaggio che riguardava le bugie bianche.
Questo riportò i suoi pensieri a Grimö e alla menzogna cui Joel Elversson era ricorso per far capire alla moglie quelli che erano i suoi veri sentimenti. Gli capitava spesso dal pulpito di raccontare episodi di vita vissuta per chiarire le proprie parole. Queste storie non le scriveva in anticipo, come il resto del sermone, ma le raccontava così, quando gliene veniva l’ispirazione. E ora gli parve che quel che era successo la domenica precedente a Grimö potesse servire da esempio illuminante.
Non ci aveva pensato prima, ma ora, trascinato dalla foga del discorso, si lanciò sull’argomento.
Aveva appena cominciato, quando ebbe una sorta di preallarme. «Forse non ho alcun diritto di raccontarlo all’intera congregazione», gli venne in mente. Anche se in verità nessuno gli aveva chiesto di non dirlo. Si sentì comunque a disagio, fece un tentativo di cambiare la storia, ma non ci riuscì e ogni cosa venne a galla. Cercò di mettere tutto il peso sulla bugia bianca, ma senza successo, e rivelò proprio quello che non avrebbe mai dovuto dire, dando tutta la storia in pasto all’assemblea.
Pur vergognandosi di se stesso, si sentiva pervadere dall’incontenibile gioia di poter calpestare quell’anima impura che aveva osato presentarsi in chiesa. «Spregevole serpe», pensava, «perché dovevi proprio mostrarti nella mia casa di Dio?»
Quel disgusto che aveva cercato di soffocare si era impadronito di lui per vie traverse.
Per tutto il resto del giorno il prete se la prese con se stesso. Per non essersi comportato da uomo capace di autocontrollo, per aver agito come un bambino, come un selvaggio guidato dall’istinto.
Cercò di pensare a come riparare al danno, ma non gli venne in mente niente. Doveva aspettare che gli si presentasse l’occasione giusta. Qualsiasi cosa facesse in quel momento, rischiava solo di peggiorare la situazione.
Ma quale potere, quale spaventoso potere c’era nel disgusto, se arrivava a privare così del suo controllo un uomo come lui, mentre parlava e predicava in una chiesa cristiana, in mezzo a fedeli cristiani!
Nel momento stesso in cui era sceso dal pulpito, i parrocchiani di Grimö erano spariti dalla chiesa.
Una volta fuori, si fermarono un attimo senza volerlo davanti alla porta, guardandosi in giro.
Intorno alla chiesa si estendeva qualcosa che si vede raramente nel Bohuslän, ovvero una piana molto uniforme e aperta. Non proprio vasta, ma neanche tanto piccola. Non grande al punto da non arrivare a vedere da un capo all’altro e non sapere cosa succede dai vicini, ma neanche così piccola da non esserci abbastanza posto, oltre che per la chiesa e la canonica, anche per una dozzina di fattorie.
E intorno alla piana correva un muro grigio di montagne. Non proprio basso, ma neanche tanto alto. Non abbastanza alto da impedire ai venti del Nord e dell’Ovest di valicarlo, ma nemmeno così basso da non impedire la vista di qualsiasi cosa al di là, sia colline che montagne.
E su tutta la piana si stendevano campi, uno dietro l’altro. E non erano né grandi né piccoli, ma delle dimensioni che si addicono a contadini benestanti. E tra i campi si ergevano case rosse, blu e bianche. Anche quelle di dimensioni simili e adeguate. Nessuna dimora lussuosa che umiliasse le vicine, né povere casupole che facessero apparire più belle le fattorie confinanti e insuperbire chi vi abitava.
Quanto alla vegetazione, non si può dire che fosse lussureggiante, dal momento che non si vedeva traccia di alberi, né in boschi sulle montagne, né in macchie sparse in pianura e neppure in filari lungo le strade. Ma neanche si poteva negare che la terra fosse fertile e produttiva, visto che si stendeva intorno a loro in tutto il suo splendore autunnale, come un mare ondulato di frumento, di erba, di piselli, di trifoglio e di fave.
E più o meno in mezzo alla piana sorgeva la chiesa da cui erano appena stati, per così dire, cacciati. Era una di quelle chiese in legno all’antica, e non si poteva dire che fosse brutta, con il suo piccolo campanile sottile e audace che attirava i pensieri in alto verso le cose celesti, ma non si poteva neanche definire bella, con quella navata buia e opprimente che riportava l’anima a pensieri terreni.
E sul muretto di pietra che circondava la chiesa, un gatto grigio tigrato passeggiava avanti e indietro, mentre i tre fedeli erano fermi lì fuori. Era un bell’animale, ben fatto, con un pelo folto e lucido e una piacevole morbidezza nei movimenti.
Ma dopo essere rimasti un bel po’ a osservare il gatto, i tre cominciarono a pensare che c’era qualcosa di inquietante nel modo in cui gli arti si muovevano sotto la morbida pelliccia. Non era solo quel suo...




