E-Book, Italienisch, 119 Seiten
Reihe: Narrativa
Lagerlöf L'anello rubato
1. Auflage 2024
ISBN: 978-88-7091-758-1
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 119 Seiten
Reihe: Narrativa
ISBN: 978-88-7091-758-1
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
«A me la storia è stata raccontata al crepuscolo accanto al fuoco», dice Selma Lagerlöf chiedendosi se ha senso cercare di rievocare con la scrittura le emozioni, i brividi di piacere che dà la paura e l'atmosfera magica che può avere una storia di fantasmi narrata nella penombra in una sera d'inverno. Da quei racconti della sua infanzia, dall'immenso patrimonio della tradizione popolare svedese, questo romanzo attinge a piene mani: il motivo dell'anello rubato, che passa di mano in mano portando la propria maledizione a chiunque lo possegga, lo spettro che vaga fra i vivi, perseguitando con la sua vendetta colpevoli e innocenti, il ricorso al giudizio di Dio, il sovrapporsi di personaggi immaginari a figure storiche. Ma Lagerlöf si serve della trama «gotica» per riaffermare quello che resta il tema centrale della sua opera: l'amore come unica forza che si contrappone al male, come sola via liberatoria che può spezzare la catena dell'odio. E di questa positività, del calore e dello slancio della vita, portatrici sono sempre le donne, anche se il lieto fine non è garantito. Perché l'ingenuità è solo un trucco del mestiere di una scrittrice consapevole, capace di variare i ritmi, di creare suspense e colpi di scena, di ricorrere al gioco dell'ambiguità dei punti di vista, un'artista che sa che nelle storie umane, con o senza fantasmi, non è sempre facile dire dov'è il vero.
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4
L’anello del generale era sparito ormai da molti anni, quando un bel giorno il parroco di Bro fu mandato a chiamare al capezzale di un povero contadino, Bård Bårdsson della cascina di Olsby, che era in fin di vita e voleva a tutti i costi parlare personalmente con lui prima di morire. Il parroco era un uomo anziano, e quando seppe che si trattava di un malato che abitava a parecchie miglia di distanza, in mezzo al bosco, lontano dalle strade, propose che andasse il vicario al suo posto. Ma la figlia del moribondo, che aveva portato il messaggio, insistette con determinatezza che doveva essere assolutamente il parroco o nessuno. Il padre l’aveva pregata di dire che aveva qualcosa da confidare solo a lui e che nessun altro al mondo doveva sapere.
Sentito questo, il pastore cominciò a cercare fra i suoi ricordi.
Bård Bårdsson era stato un brav’uomo. Forse un po’ sempliciotto, ma non era questo un motivo di cui preoccuparsi sul letto di morte. Giudicando da un punto di vista umano, il pastore lo riteneva uno di quelli che dovrebbero godere di un certo credito presso Nostro Signore. Negli ultimi sette anni era stato perseguitato da tutte le sofferenze e le disgrazie possibili e immaginabili. Gli era bruciata la casa, il bestiame gli era morto per malattia o sbranato da animali selvatici, il gelo gli aveva distrutto i raccolti, tanto che era diventato povero come Giobbe. E, per finire, tutte quelle disgrazie avevano gettato la moglie in un tale stato di disperazione, che si era annegata nel lago. Bård era andato a vivere nella malga del pascolo di montagna, che era l’unico possedimento che gli era rimasto. Da allora né lui né i suoi figli si erano più fatti vedere in chiesa. Si era parlato spesso del fatto in canonica, chiedendosi se erano ancora o meno nella parrocchia.
«Se conosco bene tuo padre, non avrà certo commesso crimini tali da non poterli confessare al mio vicario», disse il parroco con un sorriso benevolo alla figlia di Bård Bårdsson.
Era una ragazzetta di quattordici anni, ma alta e robusta per la sua età. Aveva un viso largo dai lineamenti marcati. Sembrava un po’ ingenua, come suo padre, ma un infantile candore e una limpida franchezza le illuminavano il volto.
«Il reverendo parroco non avrà mica paura del Forte Bengt, visto che non osa venire da noi?» chiese.
«Cosa dici, bambina mia?» rispose il pastore. «Di quale Forte Bengt stai parlando?»
«Di quello che è la causa di tutte le nostre disgrazie.»
«Ah», fece il pastore, «e così è uno che si chiama Forte Bengt?»
«Non lo sapeva, reverendo parroco, che è stato lui a bruciare Mellomstuga?»
«No, non l’avevo mai sentito dire», rispose il pastore.
Nel frattempo si era alzato dalla sedia e aveva tirato fuori il breviario e un piccolo calice di legno che era solito portare con sé nelle sue visite pastorali.
«È stato lui che ha spinto la mamma nel lago», continuò la ragazzina.
«Ma è terribile», esclamò il pastore. «È ancora vivo questo Forte Bengt? L’hai mai visto?»
«No, io non l’ho mai visto», disse lei, «ma vivo lo è di sicuro. È per causa sua che ci siamo dovuti trasferire lassù in mezzo al bosco. E là ci ha lasciati in pace fino alla settimana scorsa, quando mio padre si è ferito un piede con l’ascia.»
«Vuoi dire che è stata colpa di Forte Bengt?» chiese il pastore con voce calma, ma aprendo intanto la porta e ordinando al garzone di sellargli il cavallo.
«Il babbo dice che Forte Bengt gli ha stregato la scure, altrimenti non si sarebbe mai tagliato. La ferita non era grave, ma oggi il babbo si è accorto che gli è venuta la cancrena. Ha detto che ormai non gli resta che morire, perché Forte Bengt ha avuto la meglio su di lui, e mi ha mandato fin qui per pregare il reverendo parroco di venire di persona, il più presto possibile.»
«Verrò», disse il pastore, e mentre la ragazzina parlava si era già messo il mantello da cavallo e il cappello. «Ma continuo a non capire perché questo Forte Bengt ce l’abbia tanto con tuo padre. Bård deve pur avergli fatto qualcosa in passato?»
«Sì, il babbo non lo nega», rispose lei, «ma non ha mai voluto dire cosa, né a me né a mio fratello. E credo sia proprio di questo che voglia ora parlare con il reverendo parroco.»
«Se le cose stanno così», disse il pastore, «non arriveremo mai troppo presto.» Si infilò i guanti e uscì dalla stanza con la ragazzina, pronto a montare in sella.
Durante la cavalcata verso la malga del pascolo il pastore parlò appena. Ripensava a tutte le cose bizzarre che la ragazzina gli aveva raccontato. Personalmente aveva conosciuto un solo uomo che veniva chiamato Forte Bengt, poteva comunque darsi che la ragazzina non si riferisse a lui, ma a qualcun altro.
Arrivato alla cascina, gli andò incontro un giovane. Era il figlio di Bård Bårdsson, Ingilbert. Di qualche anno maggiore della sorella, era alto e robusto come lei e le somigliava nei lineamenti, ma i suoi occhi erano più infossati, e non pareva altrettanto franco e buono.
«Dev’essere stato un lungo tragitto per il signor parroco», disse aiutandolo a scendere da cavallo.
«Eh sì», rispose il vecchio, «ma più veloce di quanto non pensassi.»
«Sarei dovuto venire io a prenderla», riprese Ingilbert, «ma sono stato fuori a pesca da ieri sera. Ho saputo solo adesso, al ritorno, che al babbo era venuta la cancrena e che aveva mandato a chiamare il signor parroco.»
«Märta è stata in gamba come un uomo», disse il prete, «è andato tutto bene. Ma come va Bård?»
«Piuttosto male, ma è lucido di mente. Era contento quando gli ho detto che avevo visto il signor parroco al limitare del bosco.»
Il pastore entrò da Bård e i fratelli rimasero ad aspettare fuori, seduti su due grosse pietre. Avvertivano la gravità del momento e parlavano del padre che stava per morire. Dicevano che era sempre stato buono con loro, ma che non era mai più stato felice dal giorno che Mellomstuga era bruciata, tanto che era quasi meglio per lui andarsene da questa vita.
Fu a quel punto che alla sorella venne da dire che il padre doveva però avere qualcosa che gli pesava sulla coscienza.
«Lui!» esclamò il fratello. «E cosa potrebbe avere? Non l’ho mai visto alzare un dito neppure contro una mosca.»
«Eppure c’è qualcosa che voleva confidare al parroco, e solo a lui.»
«Ha detto così?» chiese Ingilbert. «Ha detto che c’era qualcosa che voleva dire al parroco prima di morire? Credevo l’avesse chiamato solo per la comunione.»
«Quando mi ha mandato da lui, oggi, mi ha detto di pregarlo di venire, perché era l’unica persona al mondo a cui poteva confessare il suo grande peccato.»
Ingilbert rimase un attimo pensieroso.
«È molto strano», disse, «mi chiedo se non è qualcosa che si è messo in testa a furia di starsene quassù solo, fuori dal mondo. Come tutte quelle storie che racconta sempre su Forte Bengt. Sarà anche quella frutto della sua immaginazione.»
«Era proprio di Forte Bengt che voleva parlare col parroco», osservò la ragazza.
«Allora puoi scommetterci che è una pura fantasia», affermò Ingilbert.
Intanto si era alzato, avvicinandosi a una piccola fessura nel muro che serviva a far entrare un po’ d’aria e di luce nella malga priva di finestre. Il letto del malato era così vicino che da fuori si poteva sentire tutto quel che veniva detto. E Ingilbert si mise a origliare senza il minimo scrupolo le parole del padre. Forse nessuno gli aveva mai detto che era male ascoltare una confessione e, comunque, era sicuro che il padre non avesse nessun grave segreto da rivelare.
Rimase lì un attimo in ascolto e poi tornò dalla sorella.
«Cosa ti avevo detto?» cominciò. «Il babbo sta raccontando al pastore che sono stati lui e la mamma a rubare l’anello del re al vecchio generale Löwensköld.»
«Che Dio ci protegga!» esclamò la sorella. «Non sarebbe meglio spiegare al parroco che è tutta una sua invenzione?»
«Ora non possiamo fare niente», disse Ingilbert, «lasciamo che gli dica quello che ha da dirgli. Poi parleremo noi col parroco.»
Si accostò di nuovo silenziosamente alla fessura per ascoltare, ma poco dopo tornò dalla sorella.
«Ora sta dicendo che Mellomstuga bruciò la stessa notte che lui e la mamma erano scesi nella tomba e avevano rubato l’anello. Crede che a incendiarla sia stato il generale.»
«Vedi bene che si sta inventando tutto», disse la sorella, «a noi ha ripetuto centinaia di volte che a incendiare Mellomstuga è stato Forte Bengt.»
Prima che finisse di parlare, Ingilbert era tornato alla sua postazione. Questa volta rimase più a lungo in ascolto e quando tornò dalla sorella era sbiancato in volto.
«Dice che è stato il generale a...




