E-Book, Italienisch, 107 Seiten
Lindgren / Cangemi Greta Grintosa
1. Auflage 2017
ISBN: 978-88-7091-246-3
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 107 Seiten
ISBN: 978-88-7091-246-3
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
«Adesso vi svelo un segreto, una cosa che non sa nessuno all'infuori di me. Io ho una sorella gemella. Non ditelo ad anima viva! Non lo sanno neanche la mamma e il papà.» Greta Grintosa, che con la sua travolgente energia organizza da sola la festa di Natale per la nonna malata; Bertil che scopre che sotto il suo letto, nella vecchia tana di un topolino, vive un bambino alto un pollice che ha bisogno del suo aiuto; Göran che si è fatto male a una gamba ed è costretto a letto, ma ogni sera vive mille avventure volando sopra la città con il signor De Gigliis; la principessina Lise-Lotta che possiede un mondo di giocattoli bellissimi, ma desidera solo fuggire dal castello e poter conoscere altri bambini; il piccolo Kalle che è l'unico a non aver paura quando un grande toro scappa dal recinto, perché lui sì che sa come farselo amico. Dieci storie che brillano di inventiva e vitalità, dieci piccoli irresistibili eroi che con il potere della fantasia superano ogni ostacolo della realtà quotidiana, imparando a guardare il mondo con altri occhi, o forse a capirlo meglio degli adulti, e ad a?rontarlo con il sorriso. Dal genio di Astrid Lindgren una raccolta di racconti inediti in Italia, alcuni dei quali contengono le prime versioni dei suoi personaggi più famosi. Un inno alle avventure, all'intraprendenza e alla libertà dell'infanzia.
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IL CUCULO BURLONE
«Io non ne posso più», disse un giorno la mamma di Gunnar e Gunilla così, di punto in bianco, poco prima di Natale.
«No, nemmeno io», rispose il papà.
Gunnar e Gunilla, dai lettini di camera loro, sentirono tutto. Lo sapevano già di cosa non ne potevano più i loro genitori: non ne potevano più di Gunnar e di Gunilla. Era da quattro settimane ormai che erano costretti a letto. Non che fossero proprio malati malati… giusto quel tanto che basta per dover restare fermi immobili e far accorrere la mamma a suon di urla. Quattro settimane sono tanti giorni, tantissime ore e tantissimissimi minuti. E quasi ogni minuto Gunnar e Gunilla reclamavano la mamma e volevano che portasse dell’acqua o che leggesse una fiaba o ancora che rifacesse i letti perché li avevano riempiti di briciole. Le giornate scorrevano così lente per quei due che, se proprio non trovavano nient’altro con cui disturbare la mamma, potevano sempre strillare a squarciagola:
«Mamma, che ore sono?»
Così, tanto per controllare se non si stava avvicinando un qualche momento piacevole che spezzasse la monotonia, come ad esempio l’ora della merenda con sciroppo alla frutta e girandole alla cannella, o quella del ritorno a casa del papà dalla banca.
Quel giorno però anche lui aveva detto di non poterne più.
«Comprerò ai bambini un orologio tutto loro», continuò. «E lo farò domani stesso. Così, se non altro, avranno una cosa in meno per cui urlare.»
Il giorno dopo fu pieno di attesa febbrile per Gunnar e Gunilla, che facevano più fatica del solito a starsene buoni a letto.
«Chissà che tipo di orologio ci prenderà?» disse Gunnar.
«Forse una sveglia», fece Gunilla. «O magari una pendola di Mora.»
Ma quando finalmente il papà tornò a casa e scartò il pacchetto che aveva con sé, dentro non c’era nessuna sveglia, né tantomeno una pendola. C’era un orologio a cucù. Il papà piantò un chiodo e lo appese in cameretta e, appena ebbe finito, scoccarono le sei. Proprio allora – meraviglia delle meraviglie! – si aprì uno sportello, ed ecco uscire un piccolo cuculo di legno. Sei volte cantò a gola spiegata per far sapere che erano le sei, non un minuto di più, non uno di meno. Dopodiché sparì di nuovo all’interno dell’orologio e la porticina si richiuse. Il papà spiegò ai bambini il marchingegno che permetteva al cuculo di venir fuori a cantare, dicendo che quegli orologi erano fabbricati in Svizzera.
Gunnar e Gunilla lo trovarono un regalo stupendo. Era così emozionante stare lì ad aspettare che si facessero le sette, le otto, le nove, le dieci… sì perché, nonostante la mamma fosse passata già da un pezzo a dare la buonanotte e a spegnere la luce, erano quasi le dieci e loro ancora non dormivano. Tanto la cameretta non era mai completamente al buio: infatti si dà il caso che ci fosse un lampione proprio fuori dalla finestra. Secondo Gunnar e Gunilla era una gran fortuna.
Quando furono le dieci, il cuculo sbucò fuori e cantò dieci volte, che più preciso non si poteva.
«Per te come fa a sapere esattamente quante volte deve cantare?» domandò Gunilla.
«È ovvio, no? Dipende da quel marchingegno che diceva il papà», le rispose Gunnar.
Fu allora però che accadde l’impensabile! Lo sportello si aprì di nuovo e il piccolo cuculo di legno venne fuori.
«Ma quale marchingegno e marchingegno!» sibilò su tutte le furie. «Mai sentito parlare di mente matematica? Io ce l’ho. Vuol dire che so contare. Eccome se so contare!»
Gunnar e Gunilla, dritti come fusi, lo fissavano seduti sul letto. Magari stiamo sognando, pensavano.
«Pa… parla», sussurrò Gunnar alla fine.
«È chiaro che parlo», disse il cuculo. «Pensavi forse che cantassi e basta?»
«N-no, ma…» rispose il bambino imbarazzato.
«Sono un cuculo di mondo io, e molto in gamba», continuò l’uccellino di legno mentre volava a posarsi sul bordo del letto di Gunnar. «Ho viaggiato in lungo e in largo e ho visto tante di quelle cose che, a pensarci, quasi mi gira la testa.»
Gunnar e Gunilla spalancarono ancora di più gli occhi.
«Non sei attaccato all’orologio?» chiese infine la bambina in tono molto garbato.
«Certo che no», disse il cuculo con aria di rimprovero. «Questo è quello che crede la gente.»
Proprio allora la mamma venne a controllare come mai non ci fosse silenzio in cameretta. Il cuculo scomparve fulmineo dentro l’orologio, sbattendosi lo sportello alle spalle. Prima di riaffacciarsi aspettò che la mamma se ne fosse andata da un pezzo.
«Uh, ma perché non hai fatto vedere alla mamma che sei vivo?» gli domandò Gunilla.
«È un segreto», rispose il cuculo. «Un segreto che svelo solo ai bambini. I grandi non ci crederebbero comunque. Sono convinti che i cuculi degli orologi a cucù siano tutti di legno. Ah ah ah, di legno saranno loro, ecco chi, quant’è vero che mi chiamo Burlon Cucù.»
Burlon Cucù… sia Gunnar che Gunilla trovavano che il nome gli si addicesse. Erano sempre più contenti del loro orologio nuovo.
Burlon Cucù svolazzava avanti e indietro per la stanza e intanto parlava allegramente con loro.
«Promettete di non svelare mai a nessuno che sono vivo», disse. «Perché se lo fate non dirò mai più una parola e suonerò solo le ore. A proposito», proseguì, «adesso è meglio infilarsi sotto le coperte. Ho sempre paura di non riuscire a svegliarmi, specialmente quando devo alzarmi per suonare le tre del mattino. Mi sa che avrei bisogno anch’io di una sveglia», disse Burlon Cucù e sparì dietro la sua porticina.
Il mattino seguente, Gunnar e Gunilla stavano bevendo il tè a letto come al solito. La mamma era seduta accanto a loro mentre facevano colazione. Burlon Cucù uscì e cantò otto volte. Ma non disse niente, è ovvio. Si limitò a strizzare l’occhio ai bambini. Gunnar e Gunilla si scambiarono uno sguardo esultante. Non se l’erano sognato, era vivo davvero. Meravigliosamente, fantasticamente vivo!
Con il trascorrere della giornata, la mamma di Gunnar e Gunilla era sempre più sorpresa. Dalla cameretta dei bambini nessuno strillava reclamando dell’acqua o una fiaba. Si sentiva solo qualche misteriosa risatina divertita di quando in quando. Ogni tanto la mamma faceva un giro da quelle parti per capire cosa stesse succedendo, ma trovava i bambini seduti a letto da bravi. Avevano solo le guance stranamente rosse e sembravano ridersela sotto i baffi per qualcosa. La mamma se ne tornava perplessa in cucina, senza riuscire a scoprire cosa ci fosse in ballo.
Eh, naturalmente non sapeva che Burlon Cucù si era appena esibito in una dimostrazione di volo per Gunnar e Gunilla. Si era tuffato in picchiata sui letti e aveva fatto capriole in aria, il tutto cantando a squarciagola. Gunnar e Gunilla si erano divertiti tanto da squittire di gioia.
Poi Burlon Cucù si appollaiò sulla finestra e si mise a guardare fuori e a descrivere ai bambini cosa succedeva per strada. La neve cadeva che era un incanto. Presto sarebbe stato Natale e c’erano molti bambini che camminavano a passo svelto, carichi di pacchetti.
Gunnar e Gunilla sospirarono.
«Quest’anno non possiamo comprare i regali», disse Gunnar tristemente.
«Già, perché non potremo alzarci almeno fino alla Vigilia», aggiunse Gunilla.
«Questa è una faccenda che posso sistemare io», disse Burlon Cucù. «Basta che mi apriate la finestra e me ne occupo subito.»
«Non abbiamo soldi», fece notare Gunnar.
«Cioè, non molti», disse Gunilla.
«Anche questa è una faccenda che posso sistemare», rispose Burlon Cucù. «Depongo uova d’oro. Stanotte ne ho fatte tre. Sono su nell’orologio.»
E in un batter d’occhio volò nell’orologio e ne uscì con un bellissimo ovetto d’oro nel becco. Lo posò nella mano di Gunilla, che pensò fosse la cosa più bella che avesse mai visto.
«Tienilo pure», disse il cuculo. «Tanto ne deporrò ancora. Adesso però apri la finestra, così vado a prendere...




