Lipsyte | Venus Drive | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 134 Seiten

Lipsyte Venus Drive


1. Auflage 2011
ISBN: 978-88-7521-313-8
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 134 Seiten

ISBN: 978-88-7521-313-8
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Dai pornoshop di Times Square agli uffici delle mega-aziende, fra drogati che aiutano le vecchiette, ragazzine che pattinano di notte fin dentro l'obitorio cittadino ed ex icone punk finite a lavorare dietro una scrivania, questi tredici racconti di Sam Lipsyte raccontano gli angoli più disperati e surreali dell'America di oggi con un originalissimo black humour e uno stile serrato e incisivo che ricorda il 'realismo sporco' di Denis Johnson e Raymond Carver.

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ANIMA VECCHIA


Per un paio di dollari potevi toccare. Il finestrino della cabina si alzava e tu ci infilavi le banconote. A volte ti dicevano di non dare pizzicotti, ma tanto io ero uno che preferiva le carezze. Mi sa che certi vogliono lasciare il segno. A me piace la sensazione tattile, invece.

Mi sono fermato lì mentre andavo a trovare mia sorella. Sopra l’entrata c’era un occhio illuminato, con un sopracciglio, e davanti un tipo con un marsupio per cambiare gli spiccioli, un grembiule con su scritto Peep City. Il Peeptown era più avanti. Lì non c’era il sopracciglio sopra l’occhio.

Perché li fanno tanto bui, quei posti? A me piace palpare le tette con la luce. Si vede che sono uno svergognato. Forse ho superato la vergogna molto tempo fa. Qualcuno mi ha detto che ho l’anima vecchia e secondo me intendeva dire che sono più vecchio della mia vera età, o che ho vissuto cose che non ho vissuto.

Lì dentro ci si vedeva a malapena, dentro il Peep City, e tutta quella musica disco, quell’ammoniaca, mi nauseavano. Mi guardavo in giro in cerca di una ragazza con un bel paio di tette, una che magari mi avrebbe detto che ero dolce. A volte ti chiedevano se volevi servizietti di mano, di bocca, di tutti i tipi, ma io non sono mai voluto arrivare fino a quel punto. Mi dispiaceva per loro. Qualcuno mi aveva detto che venivano sfruttate. Io pagavo sempre tariffa completa.

Quella volta, tanto per variare, ho scelto le parti basse di una di loro, costava qualche dollaro in più. Era una gigantessa ben fornita quanto a petto, ma io ho messo giù una carta da cinque. Lei si è girata sulla mensola, ha sporto dal davanzale un culo impomatato di lustrini. L’ho accarezzato col palmo della mano, col pollice ho toccato un brufolo vicino alla fessura tra le chiappe. Perché diavolo sto pagando per questa roba?, mi sono chiesto mentre lo toccavo.

La gigantessa stava parlando con un’altra ragazza strizzata accanto a lei sulla mensola. L’altra ragazza era un dondolio di capelli che si muoveva come un metronomo. Il dondolio assumeva il colore delle stroboscopiche.

“Cosa ti sta facendo lì sotto?”, ha chiesto l’altra ragazza.

“Ma niente, Cristo”, ha risposto la gigantessa.

Io ci ho infilato una nocca.

“E che cazzo”, ha detto la gigantessa. La veneziana si stava chiudendo con un ronzio.

“Stronzo”, ha detto.

Vicino alla porta c’era un secchio con dell’acqua saponata. Mi sono chinato come per allacciarmi una scarpa e ho immerso la nocca nel secchio. È arrivato il tipo col grembiule.

“Era piena di microbi del culo”, ho detto.

Ho capito che da allora in poi sarei andato al Peeptown.

Mi restavano ancora un po’ di ore prima che finisse l’orario delle visite all’ospedale dove era ricoverata mia sorella, così sono andato a trovare un mio amico. Era il tipo che mi aveva spiegato che le ragazze del Peep City venivano sfruttate. E anche quelle del Peeptown. Faceva il turno di notte nella sala spedizioni di un grande supermercato. Ancora un anno, mi aveva detto, e forse l’avrebbero trasferito al piano di sopra. La mattina lavorava in casa, riempiva buste, vendeva erba. I tipi del genere speri sempre che abbiano una vocazione segreta, o magari una chitarra. Ma Gary voleva vivere, e basta. O forse credeva di voler essere libero. Per alcuni è così.

Quando sono arrivato Gary ha riempito una pipetta e me l’ha passata. Gli ho raccontato tutto del Peep City, del brufolo, della ragazza.

“Dovresti stare alla larga da quel posto”, ha detto Gary.

“Non c’è molta scelta, ormai”, ho detto io.

“Da tutti quei posti, amico. Sei malato nell’anima”.

“Se non sbaglio mi avevi detto che avevo un’anima vecchia”, ho risposto. “E ora mi dici che è malata”.

“È vecchia, malata e bastarda”, ha detto Gary. “Vai a trovare tua sorella. Se non la vedi te ne pentirai”.

“Ho ancora tempo”, ho detto io.

Il tempo si ferma, passa, si ferma di nuovo. Quando si ha l’anima vecchia come me, tutto invecchia molto in fretta. Niente è nuovo. Un avocado, un bicchiere di birra, tutto ha il sapore di qualcosa che è rimasto su un tavolo per troppo tempo.

Gary a forza di libertà ha collassato. Io mi sono trovato un locale con l’happy hour. Conoscevo il barista, aveva quel taglio a spazzola dai tempi della seconda guerra mondiale. Era tedesco, stava dall’altra parte. Ora gli erano rimasti solo un po’ di scaffali di vodka del New Jersey e una fissazione contro gli ebrei. Io lo lasciavo sbraitare. Pensavo che forse, con un’anima vecchia come la mia, potevo aver ucciso suo fratello con una granata a frammentazione durante la battaglia delle Ardenne.

“Ho l’anima vecchia”, gli ho detto.

“Eh? La Cecoslovacchia? Che si fotta”.

“No, non la Cecoslovacchia, l’anima vecchia”, ho detto.

“Macché anime”, ha detto lui. “Affanculo. E anche la Cecoslovacchia. Praga è piena di giudei”.

Una ragazzina con la canotta è venuta a strusciarmisi addosso. Non puzzava, ma sulle spalle, sui capelli aveva una patina sporca, da sonno.

“Assomigli a quel cantante rock”, mi ha detto. “Tu ti fai?”

“Sono fatto”, ho detto.

“No, parlo di roba pesante”.

“Ah”, ho detto io. “Qualche volta”.

“Offri tu”, ha detto.

Siamo andati in una casa, casa sua, del suo ragazzo, di sua madre, come facevo a capirlo? Non lo puoi capire da una poltrona. O da un divano. Non lo puoi capire da un tavolino, o da una croce appesa al muro. Lei ha preso quello che avevamo comprato e si è chiusa in bagno. Io ero in un momento di anima vecchia. Ho perso il conto di quanto è rimasta in bagno.

“Sandy?”, ho detto. Avrebbe capito che parlavo con lei.

Mi stavo preparando a sfondare la porta. Mi stavo preparando a fare la parte di quello che deve raccontare tutta la storia alla polizia, e magari beccarsi qualche cazzotto perché era quello che stava lì sulla poltrona, sul divano. La porta si è aperta ed è uscita Sandy, pulita e avvolta in un asciugamano. I capelli profumavano di miele, o di ibisco, roba del genere. Aveva gli occhi come capocchie di spillo e mi ha passato un sacchetto, la roba per bucarsi.

“In bagno c’è della candeggina”, ha detto.

“No, grazie”, ho detto io. “Devo solo pisciare”.

Ero in piedi davanti alla tazza ma non usciva niente. Quando dico che devo pisciare e non è vero, va a finire che non ci riesco. Fissavo la carta da parati, erano dei picchi. Sul becco di alcuni, o sul petto, e sulle foglie degli alberi, c’erano dei minuscoli spruzzi di rosso. Ce n’erano anche sull’orlo della tazza e sulle piastrelle.

Sono tornato a sedermi insieme a lei.

“Mi sa che dovrei farti un pompino”, ha detto.

“Devo andare”, ho detto io.

“Non andare via”.

“Puoi tenerti la roba che abbiamo comprato”, le ho detto.

“Sei gentile”.

“Sono dolce”, e le ho infilato la mano nella canotta, tastando quello che l’eroina non si era mangiata. “Non è vero che sono dolce?”

“Sì che sei dolce”, ha detto lei.

“Ho l’anima vecchia”, le ho detto io.

“Cosa intendi dire?”

“Sono a un livello avanzato”, ho risposto.

“Io sono a un livello intermedio”, ha detto lei. “Agli scout mi hanno dato un distintivo”.

Ho preso la metro verso i quartieri alti, dove era ricoverata mia sorella. C’è tutto un isolato di edifici enormi per gente meno fortunata. Mia sorella stava nel Padiglione Tal dei Tali. Respiratore automatico, tubicino per l’alimentazione, le avevano attaccato di tutto per fare in modo che non andasse da nessuna parte.

Nella stanza c’era un tipo che avevo già visto. Alle superiori. In classe mia. Mi sa che il suo cognome aveva la stessa iniziale del mio. Una volta l’ho beccato che faceva un ditalino a mia sorella sotto il tavolo da ping pong. Quella volta, quando mi ha visto, ha tolto il dito. Non fare il cretino, gli ho detto, finisci. Ora aveva le mani sulle ginocchia e un libro in grembo.

“Hai fatto bene a venire”, ha detto.

“Come sta?”, gli ho chiesto.

Arrivato vicino al letto ho capito che era una domanda idiota. Mia sorella una volta era carina, era un tipo. Ed era ancora carina, se a uno piacevano le ragazze che sono dei teschi pelle e ossa con qualche filo di cotone al posto dei capelli. Si stentava a credere che sarebbe sopravvissuta ancora un minuto. Andava avanti così da mesi. Volevo entrare nel letto, abbracciarla, ma avevo paura di staccare qualche tubo.

“Permetti?”, ho chiesto a Inclassemìa.

Ho chiuso la porta e mi sono seduto sulla sedia,...



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