E-Book, Italienisch, 228 Seiten
Malamud Dio mio, grazie
1. Auflage 2017
ISBN: 978-88-7521-814-0
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 228 Seiten
ISBN: 978-88-7521-814-0
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
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Riemerso da una spedizione in fondo all'oceano, il paleontologo ebreo Calvin Cohn scopre con sgomento che nel frattempo la Terra è stata colpita da un secondo diluvio universale. Per un «minuscolo errore» di Dio, Calvin è l'unico uomo a essere sopravvissuto. Si ritrova così naufrago su un'isola insieme a Buz, uno scimpanzé che un esperimento scientifico ha reso capace di parlare. Quando appaiono le altre creature scampate alla sciagura - degli scimpanzé, dei babbuini e un gorilla - Calvin si impegna a educarle come esseri umani, convincendosi poco a poco che grazie a loro potrà nascere la generazione che ripopolerà il pianeta, e che Dio tornerà ad amare le sue creature. Una svolta radicale rispetto agli altri romanzi di Malamud, una geniale favola di fantasia sul futuro dell'uomo e insieme una cruda parabola sulla sua natura, narrata con quella ricchezza d'invenzione e di scrittura che conferma Malamud fra i massimi scrittori americani di sempre.
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LE MIE PAROLE SONO DOMANDE
Bernard Malamud sapeva bene che ogni scrittura è una scrittura testamentaria, sin dal primo libro, e che il destino è troppo mutevole e assurdo per farsi irretire in un disegno coerente. Se qualcuno gli avesse detto che sarebbe stato il suo ultimo romanzo pubblicato in vita, nel 1982, e che era giusto così, per evidenti ragioni bibliche, trattandosi del settimo, il numero della perfezione divina e della completezza, ne avrebbe certo riso come di una gustosa battuta yiddish. Eppure, anche se nei quattro anni successivi che gli restarono da vivere lavorò a un ottavo romanzo, e altri ancora ne avrebbe scritti se il cuore glielo avesse consentito, è di fatto, senza suggestioni o significati a posteriori, il termine di un irripetibile ciclo narrativo cominciato trent’anni prima con . L’ultima fatica prima del riposo, qualcosa che somiglia a un involontario lascito o riflessione finale.
Apparentemente, sin dalle prime righe, si presenta come il più stravagante e insolito dei suoi libri. L’incipit ha il suono di una diceria bizzarra: «Questa è quella storia». A quale tempo appartiene? A un futuro prossimo o remoto? Alle narrazioni cicliche dell’antichità? O forse non è altro che una possibile declinazione del nostro presente indicativo e irreversibile?
Il passo sembra quello della leggenda e del mito, con qualche dissonanza. Una guerra termonucleare tra i Djank e i Druzhky ha distrutto il pianeta e annientato i suoi abitanti. Il cielo è rosso di polvere e cenere, la pioggia oleosa, le acque sommergono la terra bruciata. È in questo paesaggio primitivo, seguito al Giorno della Devastazione e al Secondo Diluvio, che, con un suo spaesato candore, riemerge dalle profondità marine un paleontologo ebreo, Calvin Cohn, miracolosamente scampato alla morte «in un malconcio scafo oceanografico munito di vele», la sua piccola arca. Dalla gobba sfolgorante di una nuvola nera giunge allora la voce di un Dio imbarazzato e senza volto, costretto ad ammettere il suo errore, seppure marginale, e la necessità incresciosa di doverlo riparare. L’incolumità di Cohn non c’entra nulla con il fatto che abbia studiato da rabbino, e che poi abbia smesso. Non si faccia illusioni: è soltanto per una svista se si è salvato. Per quanto la situazione sia seccante, lo scopo di Dio sarà inevitabilmente quello di emendare lo spiacevole equivoco.
Abbiamo scorso soltanto poche righe e Calvin Cohn è già al centro sia filosofico che tangibile della sua vicenda: è l’ultimo uomo sulla Terra, l’ultimo personaggio di romanzo, l’ultimo ebreo, e deve lottare per la sua vita. Ma la sopravvivenza è un dono o una responsabilità tremenda? E, soprattutto, è una condizione revocabile o permanente? Si tratta di una cantonata divina o di un’occasione?
Nonostante le contingenze, questa prima chiacchierata tra lui e Dio ha il ritmo, la brillantezza e l’intelligenza di un dialogo di Woody Allen. Se si era pensato che Malamud stesse per cimentarsi con la fantascienza, tentando un esperimento di , bisogna ricredersi subito. è soltanto la sua estrema, temeraria e sorprendente messinscena. Un sommario imprevedibile di tutti i temi affrontati in precedenza.
Come sempre, la sua tecnica narrativa si fonda su un’impostazione dialettica. Il racconto scaturisce dalla rappresentazione di un conflitto universale: tra religione e scienza, cultura e istinto, giustizia e caso, sesso e violenza, da cui derivano opposte possibilità tonali: la comicità e la tragedia, la storicizzazione e la parabola. Sullo sfondo lampeggia, intermittente, questa domanda: la vita dell’uomo è un malinteso della creazione? È quindi del tutto coerente la scelta di assumere il punto di vista di uno scienziato e affidargli quella che potrebbe essere, e in parte sarà, la sua ultima voce.
Procedendo per la strada che aveva già praticato con , Malamud allestisce un teatro ancora più essenziale. Riduce lo spazio a un’isola che ha la forma di una bottiglia corta e tozza o di una banana, a seconda di chi la guarda, e sulle sue spiagge dal silenzio irritante – non esistono più zanzare, né nessun’altra forma di insetto – fa naufragare il suo paleontologo.
Cohn è il secondogenito di un rabbino che un tempo fu cantore, a sua volta primogenito di un altro rabbino ucciso in un pogrom. Il suo vero nome era Seymour, ma lui decise di cambiarlo in Calvin. L’origine della vita è il mistero che più lo tocca, ma alla religione preferì la scienza, la domanda invece della risposta. Nel cataclisma, in mare, ha perso la macchina da scrivere, ma ha conservato una lampada a cherosene, un fonografo e una batteria di dischi in cui è incisa la voce del padre, che ascolta di continuo. Con la barba lunga e marrone e il corpo abbronzato prende presto l’aspetto di un secondo Robinson con i jeans, le scarpe da ginnastica blu e verdi e una camicia bianca di seta. In questo ambiente primitivo – molti tratti del territorio sono coperti dalla foresta pluviale, fatta di grandi alberi candelabro dalla fioritura scarlatta – Cohn impara a cuocere vasi, a plasmare piatti e posate, a estrarre la birra dalle banane e a berla sotto i baobab, a nutrirsi di noci di cocco. Per dimora, sceglie una caverna; fuori, si costruisce un capanno veranda.
Da tempo aleggiava sulla letteratura il fantasma di Robinson Crusoe e di un nuovo diluvio, rievocato dalla paura dello sterminio atomico che aveva impregnato la sensibilità dei decenni seguiti a Hiroshima e ad Auschwitz. In Italia si erano avventurati su questa strada scrittori diversi come Scerbanenco, con (1963), e Cassola, con (1978). La versione di Malamud segue di qualche anno quella di Michel Tournier che in (1967) aveva smantellato il mito borghese dell’uomo che rifonda la società e rovesciato i rapporti di forza tra le parti in gioco attribuendo al selvaggio Venerdì il ruolo di protagonista. Malamud apporta a questa demolizione abbondanti dosi di ironia ebraica, sovrappone Robinson a Noè e si spinge fino a una radicale contestazione della divinità. Non è soltanto con Defoe che sente la necessità di fare i conti, ma con la Bibbia stessa, in particolare con il libro del Pentateuco e la narrazione fondante degli ebrei.
Dio è l’antagonista. Quando è chiamato in causa, Cohn lo immagina con una mascherina da macellaio o con una pistola a spruzzo. Con lui discute dell’imperfezione dell’uomo, ma non si fida troppo e nasconde i suoi pensieri, perché sa che Dio è uno che con le parole se la cava piuttosto bene. È un grande fan del Sabato, d’accordo, ma il guaio è che «gli piace l’esibizione, lo spettacolo: la gente in pericolo è il Suo circo più divertente. Adora le storie tristi, con un cast gigantesco». Senza potergli dare un volto, più che il suo silenzio, Cohn è costretto a misurare l’infinito dorso del Signore.
Il discorso tra i due avrebbe potuto riempire tutto il libro e trasformarlo in un’operetta morale o in un dialogo platonico. Ma Malamud introduce un terzo soggetto. Se Defoe aveva dato a Robinson come compagno un selvaggio non civilizzato, lui sceglie per Cohn addirittura una scimmia. Ma una scimmia convertita al cristianesimo, che sa farsi il segno della croce e per di più ha una laringe artificiale, applicatale da un dottore. In omaggio a uno dei discendenti del fratello di Abramo, Cohn la chiama Buz, anche se la scimmia continua a ripetergli che il suo nome è Gottlob, e nella solitudine dell’isola le insegna a parlare. Presto i due intraprendono affilate dispute teologiche sulla comparsa di Satana o sull’Olocausto: per Buz Dio è amore, ma Cohn non ne è così convinto. La scimmia si augura almeno che vi sia libertà di religione sull’isola.
Le cose si complicano quando entrano in scena altri attori: prima un gorilla solitario ed enigmatico; poi quattro scimpanzé maschi e uno femmina, a cui Buz assegna nomi esemplari come Melchiorre o Saul di Tarso o Esaù o quello, inconsapevolmente seducente, di Mary Madelyn (a pensarci bene, è tutto un traffico di battesimi imposti e respinti, questa storia); infine, una banda di babbuini, che vengono trattati come degli stranieri ottusi e irrilevanti.
Tutti gli animali sono in grado di apprendere la lingua, di eseguire lavori manuali e persino di provare sentimenti umani. Incoraggiato dai loro straordinari progressi, Cohn predispone un albero-scuola e si dedica, da insegnante dilettante, a una metodica campagna di alfabetizzazione. Per fortuna ha ancora con sé la piccola ma utile biblioteca del suo scafo. Manca il Nuovo Testamento, come gli fa notare Buz, ma ci sono tutte le opere di Shakespeare, la Torà, una , del dottor Bünder, diversi trattati di paleontologia e alcuni prontuari di auto-aiuto: , e un .
La colonia inizia a prosperare: i campi sono coltivati a risaie, dagli alberi si raccoglie la frutta e Cohn parla felicemente agli scimpanzé dell’opera di Freud, di Kierkegaard, di Ortega y Gasset, riassumendogli la storia dell’uomo in cicli di sei lezioni, perché non ripetano gli stessi disastri. Nelle festività, suona sul fonografo i dischi del padre, mentre le scimmie ballano la quadriglia.
Potrebbe essere l’inizio di una nuova era. Ma servono delle leggi, dei nuovi comandamenti. Cohn ci pensa su e scrive sette ammonizioni, le...




