Malamud | Il barile magico | E-Book | www.sack.de
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E-Book, Italienisch, 242 Seiten

Malamud Il barile magico


1. Auflage 2011
ISBN: 978-88-7521-377-0
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 242 Seiten

ISBN: 978-88-7521-377-0
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
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Un umile ciabattino polacco che sogna un futuro migliore per la sua unica figlia; un pensionato che lotta disperatamente contro uno sfratto ingiusto; un sarto ebreo che ritrova la fede grazie alla visita di un angelo nero: sono alcuni dei personaggi che popolano Il barile magico, la prima raccolta di racconti di Bernard Malamud. Un'umanità marginale, offesa da esistenze troppo dure, eppure ancora irriducibilmente attaccata alle proprie speranze. Sullo sfondo, da una parte la New York proletaria appena uscita dalla guerra, teatro di miseria e sopraffazioni, ma talvolta anche di piccoli, inaspettati gesti di solidarietà; dall'altra un'Italia estranea agli stereotipi, aspra e inospitale, ma in grado di offrire scorci di commovente bellezza. Capace di coniugare brillantemente dramma e humour, realismo ed espressionismo, Il barile magico fu premiato nel1959 con il National Book Award, proiettando Bernard Malamud - il suo stile onirico, la sua poetica ostinatamente umanista - nell'Olimpo dei grandi scrittori d'America.

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LAMENTO FUNEBRE


Kessler, ex selezionatore di uova, viveva in solitudine con la pensione della previdenza sociale. Benché avesse più di sessantacinque anni, gli sarebbe stato facile trovare un posto ben pagato presso più d’un grossista di uova e latticini, perché selezionava e classificava con rapidità e accuratezza, ma era un tipo litigioso e aveva fama d’essere un piantagrane, così i commercianti preferivano fare a meno di lui. Perciò, a un certo punto, smise di lavorare e prese a vivere – aveva poche pretese – della sola pensione. Kessler abitava in un appartamentino a buon mercato all’ultimo piano d’una decrepita casa popolare dell’East Side. Forse perché c’erano tante scale da fare, nessuno si dava la pena d’andarlo a trovare. Era molto solo, come lo era stato per gran parte della sua vita. Una volta aveva una famiglia, ma non riuscendo a sopportare la moglie o i bambini, sempre tra i piedi, dopo qualche anno li aveva abbandonati. Da allora non li vide più, perché non li cercò mai e loro non cercarono lui. Erano passati trent’anni. Non aveva idea di dove fossero, e non ci pensava granché.

Nella casa popolare, anche se ci abitava da dieci anni, non lo conoscevano quasi. Gli inquilini dei due appartamenti al quinto piano, a destra e a sinistra del suo, una famiglia italiana composta da tre figli di mezza età e dalla loro madre avvizzita, e una coppia di tedeschi di nome Hoffman, senza figli e sempre accigliati, non lo salutavano mai, né lui salutava loro mentre saliva o scendeva le strette scale di legno. Altri della casa riconoscevano Kessler quando lo incrociavano per strada, ma credevano che abitasse in un altro punto dell’isolato. Ignace, il portiere basso dalle spalle curve, lo conosceva meglio di tutti, perché avevano giocato spesso a pinnacolo insieme; ma Ignace, che di solito perdeva perché a carte non era bravo, dopo un certo tempo aveva smesso di andare su. Alla moglie aveva detto, in tono lamentoso, che non riusciva a sopportare il puzzo, che quel lercio appartamento con i suoi mobili da rigattiere gli dava il voltastomaco. Il portiere aveva fatto circolare la voce tra gli altri inquilini del piano di Kessler, e quelli lo evitavano considerandolo un vecchio sudicio. Kessler lo capiva, ma nutriva per tutti il massimo disprezzo.

Un giorno Ignace e Kessler attaccarono lite per l’abitudine di quest’ultimo di ammucchiare i sacchetti unti traboccanti di spazzatura nel montacarichi, invece di usare un secchio. Una parola tirò l’altra, volarono insulti violenti, finché Kessler sbatté la porta in faccia al portiere. Ignace scese di corsa cinque rampe di scale e continuò a imprecare rumorosamente contro il vecchio alla presenza della moglie impassibile. Caso volle che Gruber, il padrone di casa, un uomo grasso dal viso perennemente angosciato, il quale indossava metri e metri di panni sformati, si trovasse nell’edificio per controllare certe riparazioni fatte dall’idraulico, e fu a lui che l’infuriato Ignace riferì le grane che aveva con Kessler. Gli descrisse, tenendosi il naso, il puzzo dell’appartamento di Kessler, e disse che era la persona più sporca che avesse mai visto. Gruber sapeva che il portiere stava esagerando, ma era afflitto da preoccupazioni finanziarie che gli facevano salire la pressione del sangue a livelli sbalorditivi, e così liquidò su due piedi la questione dicendo: «Dagli il preavviso». Dai tempi della guerra, nessuno degli inquilini della casa era in possesso di un contratto scritto e Gruber si sentiva sicuro, nel caso qualcuno facesse delle domande, di poter facilmente giustificare lo sfratto di Kessler in quanto inquilino indesiderabile. Pensò che se Ignace avesse dato una mano di bianco alle pareti con una pittura da due soldi, non sarebbe stato difficile affittare l’appartamento a qualcun altro per cinque dollari in più.

Quella sera dopo cena, Ignace salì trionfante le scale e bussò all’uscio di Kessler. Il selezionatore di uova aprì, e visto chi c’era sulla soglia, richiuse immediatamente la porta con un gran colpo. Da fuori, Ignace urlò: «Il signor Gruber dice di darle il preavviso. Non la vogliamo da queste parti. La sua sporcizia appesta tutta la casa». Seguì un lungo silenzio, ma Ignace rimase in attesa, godendosi le parole pronunciate. Sebbene dopo cinque minuti non avesse udito ancora nulla, il portiere non si mosse di là, immaginando il vecchio ebreo tremante dietro la porta chiusa a catenaccio. Parlò di nuovo: «Ha due settimane di preavviso fino al primo del mese, poi sarà meglio che faccia fagotto se non vuole che il signor Gruber e io la buttiamo fuori». A questo punto Ignace vide aprirsi lentamente la porta. L’aspetto dell’uomo lo colse di sorpresa e lo spaventò. Sembrava, nell’atto d’aprire l’uscio, un cadavere che si sistema il coperchio della bara. Ma se lui appariva morto, la voce era viva. Gli uscì rauca e terrificante dalla gola, e cosparse di maledizioni tutti gli anni della vita di Ignace. Il vecchio aveva gli occhi arrossati, le guance incavate, e il pennacchio della sua barba si muoveva convulsamente. Più urlava, più sembrava smagrirsi. Il portiere non ebbe più il coraggio di insistere, ma non poté sopportare tanti insulti tutti in una volta e allora gridò: «Sudicio vagabondo d’un vecchio, è meglio che te ne vai senza fare tante storie». Al che l’infuriato Kessler giurò che prima avrebbero dovuto ucciderlo e passare sul suo cadavere.

La mattina del primo dicembre, Ignace trovò nella cassetta delle lettere un foglio di carta sporco e piegato contenente i venticinque dollari di Kessler. Lo mostrò a Gruber quella sera, quando il padrone di casa venne a riscuotere i soldi dell’affitto. Gruber, dopo aver distrattamente contemplato il danaro per un attimo, corrugò la fronte per il disappunto.

«Credevo d’averti detto di dargli il preavviso».

«Sì, signor Gruber», ammise Ignace. «Gliel’ho dato».

«Allora ha una bella faccia tosta», disse Gruber. «Dammi le chiavi».

Ignace prese il mazzo di chiavi della portineria e Gruber, ansimando, diede inizio alla lenta ascensione della lunga teoria di scale. Sebbene si riposasse a ogni pianerottolo, la fatica della scalata, insieme alla traspirazione copiosa e ininterrotta, accrebbe la sua irritazione.

Arrivato all’ultimo piano batté col pugno sulla porta di Kessler. «Sono Gruber, il proprietario. Apra».

Non ci fu risposta, nessun movimento all’interno, e allora Gruber infilò la chiave nella toppa e girò. Kessler aveva barricato la porta con un cassettone e alcune seggiole. Gruber dovette poggiare la spalla all’uscio e spingere per poter entrare nel vestibolo dell’appartamento di due locali e mezzo, male illuminato. Il vecchio, pallidissimo, era in piedi sulla soglia della cucina.

«Le avevo detto di sloggiare», esclamò Gruber, ad alta voce. «Se ne vada o telefono all’ufficiale giudiziario».

«Signor Gruber...», attaccò Kessler.

«Non mi secchi con le sue scuse idiote, levi le tende e basta». Si guardò intorno. «Sembra la bottega d’un rigattiere e puzza come un cesso. Mi ci vorrà un mese per fare un po’ di pulizia».

«Quest’odore è solo il cavolo che sto cucinando per cena. Aspetti, apro la finestra e vedrà che se ne va subito».

«Se ne andrà quando se ne andrà lei». Gruber tirò fuori il portafoglio rigonfio, contò dodici dollari, vi aggiunse cinquanta centesimi e buttò il danaro sul cassettone. «Ha altre due settimane, fino al quindici, poi se ne deve andare o la farò sloggiare con la forza. No, non risponda. Sgombri, e vada in un posto dove non la conoscono, forse troverà un tetto».

«No, signor Gruber», gridò Kessler, accalorandosi. «Io non ho fatto niente, e rimarrò qui».

«Non scherzi con la mia pressione», disse Gruber. «Se entro il quindici non se n’è andato, la butterò fuori io stesso a calci nel sedere».

Uscì e scese le scale con passo pesante.

Venne il quindici e Ignace trovò i dodici dollari e mezzo nella sua cassetta. Telefonò a Gruber e glielo disse.

«Chiederò lo sfratto», urlò Gruber. Ordinò al portiere di scrivere a Kessler che il suo danaro era stato rifiutato e di infilarglielo sotto la porta. Cosa che Ignace fece. Kessler tornò a mettere i soldi nella cassetta ma Ignace scrisse un altro biglietto e lo passò, col danaro, sotto la porta del vecchio.

Dopo un altro giorno Kessler ricevette la sua copia dell’ingiunzione di sfratto. Diceva di presentarsi in tribunale venerdì alle dieci per addurre le prove atte a dimostrare l’infondatezza della richiesta di sfratto per negligenza continuata e distruzione dei beni in locazione. La notifica ufficiale riempì Kessler di una gran paura perché mai una volta in vita sua era stato in tribunale. E il giorno fissato non si presentò.

Quel pomeriggio fece la sua comparsa l’ufficiale giudiziario con due nerboruti assistenti. Ignace aprì con la sua chiave la serratura di Kessler e mentre gli altri irrompevano nell’appartamento, il portiere scese le scale a precipizio per nascondersi in cantina. Malgrado i pianti e le proteste di Kessler, i due assistenti sgomberarono metodicamente il suo povero mobilio e lo scaricarono fuori sul marciapiede. Dopo di che fecero sloggiare Kessler, anche se dovettero sfondare la porta del bagno perché il vecchio vi si era chiuso...



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