Mallozzi | Gli dei dell'asfalto | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 300 Seiten

Reihe: Sport

Mallozzi Gli dei dell'asfalto

La storia del Rucker Park
1. Auflage 2021
ISBN: 978-88-6783-333-7
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

La storia del Rucker Park

E-Book, Italienisch, 300 Seiten

Reihe: Sport

ISBN: 978-88-6783-333-7
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Ad Harlem, tra la 155ma Strada e l'Ottava Avenue, c'è un campo da basket diverso dagli altri, il luogo 'dove gli dei del basket tornano uomini' e si mettono alla prova con gli eroi della pallacanestro di strada. Oggi il Rucker Park è un'istituzione, una meta turistica, un campo su cui sono passati i grandi professionisti: da Jabbar a 'Doctor J.', da Vincent Carter a Kevin Durant. Tutto si deve a Holcombe Rucker, un ex marine che, nel secondo dopoguerra, lavorava come addetto al verde pubblico di Harlem. Holcombe sapeva quanto la strada fosse pericolosa per i ragazzi e decise che avrebbe fatto di tutto per salvarli. Il basket era la soluzione. Grazie a lui, il playground che oggi porta il suo nome divenne il centro della vita del quartiere e lì i 'suoi' ragazzi erano più o meno al sicuro. Attraverso lo sport molti di loro approdarono a una scuola superiore, altri invece si persero in vite complicate, ma ognuno ha portato un tassello per costruire l'epopea del basket di strada. Il libro di Vincent M. Mallozzi racconta le loro storie, i tornei estivi trasmessi dalle tv nazionali, l'arrivo dei marziani NBA che spesso tornavano a casa sconfitti, le partite celebri e gli aneddoti curiosi. Racconta la pallacanestro che si gioca ad Harlem, con la pioggia o con il sole, con diecimila spettatori assiepati sui tetti o nel silenzio di una notte d'agosto. Racconta come lo sport può diventare leggenda. «Se non fosse per Holcombe Rucker, l'NBA che conosciamo oggi non sarebbe la stessa» - 'Pee Wee' Kirkland

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Introduzione


“Half-Man Half-Amazing” prese palla in post basso e virò verso destra dove “Captain Nappy” e altri due difensori della Murder Inc. lo aspettavano a braccia aperte. Circondato, ma non per questo rassegnato ad arrendersi, decollò verso nord e verso il canestro, elevandosi sugli avversari con la palla ben salda e tenuta in alto con la sinistra, schiacciando con una forza così devastante da far schizzare in piedi i fedeli spettatori del Rucker nell’estate del 2002. A bordocampo, il commentatore con il microfono gridò «Ooohhh quello che abbiamo appena visto è stato metà umano e metà sorpresa».

Scene come questa che coinvolgono giocatori dai soprannomi tanto creativi quanto la loro pallacanestro possono ancora oggi essere avvistate all’Holcombe Rucker Park tra la 155a Strada e l’Ottava Avenue, dall’altra parte della via rispetto ai vecchi edifici di Polo Grounds, il progetto edilizio di case popolari arrivato ormai a essere così esteso quando la distanza che, con la mazza da baseball, Willie Mays sapeva far percorrere alla palla quando giocava con i Giants.

Ogni estate migliaia di tifosi accorrevano per vedere eroi locali come “Half-Man Half-Amazing” e “Captain Nappy” battagliare sul campo da basket e sotto i riflettori del palcoscenico costruito dall’uomo che ha dato il proprio nome al playground più famoso del mondo; un palcoscenico che, per più di mezzo secolo, è riuscito a radunare in un unico luogo il meglio del meglio dei cestisti di strada e dei professionisti in arrivo da tutte le latitudini del globo.

Un luogo dove leggende locali come Jackie Jackson, Joe Hammond e Richard “Pee Wee” Kirkland cercavano di rincorrere i loro sogni e dove superstar come Wilt Chamberlain e Julius Erving giocavano per condividere il loro sogno diventato realtà; un luogo in cui i cori e gli incitamenti risuonano ancora dai tetti dei palazzi attorno al campo, dai rami degli alberi e dalla sommità delle reti che circondano il mitico parco.

«Quella del Rucker è sempre stata un’esperienza da far tremare le vene», mi ha detto una volta Julius Erving anni dopo aver giocato la sua ultima partita su quel campo.

Negli ultimi diciassette anni sono stato così fortunato da sedermi innumerevoli volte sugli spalti di pietra che sovrastano quella superficie nera, sacra e spazzata dal vento dove gli dei dell’asfalto hanno ravvivato il folklore cestistico per generazioni. Le loro storie, molte delle quali non sono mai state raccontate o filmate, costituiscono la spina dorsale di questo libro. Da ragazzino nato e cresciuto ad Harlem, innamorato del gioco e sempre pronto a giocare o a guardare le partite seguendo come un segugio i movimenti dei giocatori più talentuosi, credo che questo sia il libro che ero destinato a scrivere sin dalla nascita.

A partire dal 1986 ho scritto del Rucker Park su testate come il «New York Times», il «Village Voice», «Slam», «Source» e «Vibe». Il mio racconto del Rucker Tournament sul numero «Vibe» di qualche estate fa ha catturato l’attenzione di un editore, Doubleday, interesse che ha poi portato alla pubblicazione di questo libro.

L’ostinazione nella ricerca dei dettagli e dei racconti sul basket di questo playground credo mi abbia portato ad andare più in profondità su questi temi di quanto abbia fatto qualsiasi altro giornalista.

Negli anni è stato scritto poco su tutte quelle strepitose partite giocate sull’asfalto nero e su quei magici movimenti creati da giocatori per lo più sconosciuti al di fuori di quelle reti metalliche che ingabbiano le loro leggende. Come riconoscimento alle tante storie che sono riuscito a far conoscere ai lettori sono stato di recente introdotto nella sezione-media della Pro Rucker Hall-Of-Fame, un onore che conservo nel cuore con grande affetto.

Non essendoci alcun archivio pubblico e organizzato del playground, mi è sembrato necessario scrivere questo libro e condividere con gli amanti della pallacanestro frammenti della vita reale di un teatro fatto di canestri e cemento. Un teatro di cui non molti sono stati testimoni diretti e delle cui imprese pochi sono riusciti a godere dal vivo.

Fin dagli anni Cinquanta il torneo del Rucker è stato fondamentale come esempio per le altre leghe estive disseminate in tutta la nazione. La Baker League di Philadelphia, conosciuta ovunque e seconda lega più antica degli Stati Uniti, fu creata a immagine e somiglianza della sorella maggiore nata nelle notti d’estate a West Harlem. La Rucker League ha sempre mostrato con orgoglio il suo personale brand cestistico, uno stile innovativo nel giocare a pallacanestro che nacque aggiungendo colori e sapori a quella lenta e noiosa versione in bianco e nero che si praticava a livello universitario e professionistico. Tutto ciò ha cambiato il basket per sempre.

«Se non fosse per Holcombe Rucker», disse una volta “Pee Wee” Kirkland, «l’NBA che conosciamo oggi non sarebbe la stessa».

Arrivato negli anni Settanta a vette irraggiungibili, quando giocatori come Erving, il grande “Dr. J.”, se la giocavano su quel playground contro fenomeni di strada come Joe Hammond, il Rucker Park per un lungo periodo è stato considerato un vero campo d’allenamento estivo per i giocatori NBA e per altri meno famosi che sognavano di vestire prima o poi la canotta di una franchigia pro.

Cosa altrettanto certa, un cospicuo numero di giocatori passati negli anni dal Rucker ha usato l’esposizione e l’esperienza guadagnate sul cemento del parco per spianarsi la strada verso una carriera da professionista nel basket giocato: gente come Mark Jackson, Ron Artest e Stephon Marbury sono stati fedeli alunni della scuola del Rucker.

«La reputazione del Rucker è conosciuta in tutto il mondo», racconta Artest, newyorkese purosangue. «Se riesci a far spalancare le mandibole dei tifosi al Rucker Park, allora potrai farle spalancare ovunque andrai a giocare.»

Il playground dove ho passato la maggior parte delle estati della mia infanzia e dove ho ricevuto i primi rudimenti con la palla a spicchi in mano non è stato però quello del Rucker Park, bensì un altro campetto ad Harlem che si è preso l’altra metà del mio cuore e del mio mondo.

All’epoca vivevo al 512 East della 199a Strada, sul lato sud del parco nei pressi della Public School 206, in un vecchio edificio in mattoni rossi non molto diverso da quelli che ospitavano tante altre famiglie italiane, un posto dove i nostri antenati si erano insediati per la prima volta sul finire dell’Ottocento.

Sul lato nord del parco svettavano le case popolari conosciute come Warner Projects, edifici per famiglie dal basso reddito, abitate in prevalenza da afroamericani dove si sarebbero potuti scovare decine di fenomeni del playground, ma nessuno più forte di Joe Hammond, il prodigio del basket di strada la cui leggenda era nata ben prima del mio approccio al mondo dei canestri.

Per circa vent’anni ho giocato a basket in quel parco con i miei amici di origine italiana, ragazzi con genitori operai nati nella terra dei mafiosi e del cappuccino, avvolti come una colonna sonora dalla voce di Sinatra che aveva contribuito a rendere Pleasant Avenue la capitale mondiale dei gangster.

Oltre a loro ho giocato con e contro molti ragazzi neri delle case popolari e dei quartieri vicini, giocatori incredibili che davano il meglio di sé proprio al parco, rendendo alla fine tutti noi dei giocatori migliori quasi per osmosi.

Ogni afoso giorno d’estate, dal momento in cui spuntava il sole sopra l’East River e fino a che scompariva dietro ai vecchi palazzi sul lato occidentale di Harlem, si scontravano due opposte culture cestistiche. I ragazzi bianchi fingevano di essere i Boston Celtics, cercando di emulare Larry Bird, Kevin McHale o Danny Ainge. I ragazzini neri facevano del loro meglio per somigliare ai più acerrimi rivali dei Celtics, i Los Angeles Lakers pieni di stelle come Magic Johnson, Kareem Abdul-Jabbar e James Worthy.

Nelle poche ore libere in cui non giocavo a pallacanestro mi recavo in posti come il Wagner Center sulla 120a Strada, la palestra dove una volta il grande Earl Monroe organizzava il suo camp estivo. Nel 1978 ero il sesto uomo di una squadra chiamata Bucketheads che finì eliminata ai playoff, l’unico dalla pelle bianca in un parquet condiviso con altri cinquecento giocatori neri che partecipavano al summer camp di Earl “The Pearl”. Durante quei giorni “The Pearl” ci avrebbe insegnato l’antica arte del tagliafuori, e playmaker di gran lignaggio come Calvin Murphy e “Tiny” Archibald ci avrebbero spiegato come saltare l’avversario dal palleggio.

Ho avuto anche la fortuna di assistere ad alcune tra le più classiche battaglie dei canestri alla La Guardia Memorial House sulla 116a Strada e sui campetti al Jefferson Park sulla 114a.

Ma in nessuna di queste mie avventure tra i playground cittadini sono mai riuscito a incontrare lo stesso tipo di pallacanestro che da sempre viene giocata al Rucker Park, un luogo che vede nascere ogni estate nuove leggende, soprannomi e rivalità, dove intere reputazioni possono venire distrutte o risorgere nell’arco di una singola azione di gioco e dove puoi ancora percepire un’atmosfera piena di magia nell’aria serale delle calde giornate di Harlem.

Quando nel 1989 abbandonai il mio vecchio quartiere...



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