Mandracchia | L'implosivo | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 189 Seiten

Reihe: Nichel

Mandracchia L'implosivo


1. Auflage 2024
ISBN: 978-88-3389-593-2
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 189 Seiten

Reihe: Nichel

ISBN: 978-88-3389-593-2
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Carmine Stanga, settant'anni suonati, è un boss della mafia che si nasconde in un casolare delle campagne siciliane. A raccogliere i pizzini con i quali continua a comandare la sua cosca è il fido braccio destro Ninnì Bisaccia, mentre il casolare appartiene a un contadino complice, Lallo Cutrò. Un giorno, all'improvviso, le visite di Ninnì cessano, e anche di Lallo non c'è più traccia. Carmine prova a capire cosa sia successo attingendo alla collezione di pizzini ricevuti e inviati; nel frattempo combatte con una prostata infiammata, legge la Bibbia scoprendo strane assonanze tra la sua storia e quelle di Giobbe o Sansone, rievoca gli episodi più sanguinosi della sua vita di mafioso, pensa con nostalgia e struggimento a Egle, la donna della sua vita. Fino a quando, come ogni Robinson Crusoe che si rispetti, Carmine cattura un ragazzo che non parla e si esprime solo tramite disegni elementari. Cagnolazzo - questo il nome che Carmine dà al giovane - diventerà il suo personalissimo Venerdì, e gli offrirà un antidoto a una solitudine ormai insopportabile. Roberto Mandracchia scrive una storia in cui si alternano umorismo irresistibile ed efferata violenza e, sulle orme della narrativa del Sud (nostro e d'oltreoceano), indaga a fondo la natura umana mostrandoci quanto sia labile il confine tra empatia e biasimo, immoralità e purezza.

/1986 è nato ad Agrigento. Ha scritto per il cinema, la pubblicità e l'editoria scolastica. I suoi primi due romanzi sono Guida pratica al sabotaggio dell'esistenza (Agenzia X 2010) e Vita, morte e miracoli (Baldini & Castoldi 2014)
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La prima cosa che feci, non mi vergogno a dirlo, fu scappare via, tornarmene dentro casa e chiudermi la porta alle spalle. Come fossi inseguito dai diavolazzi.

Non riuscivo a respirare bene, i polmoni parevano pieni di lana, ma cominciai lo stesso a fare avanti e indietro lungo il corridoio in ombra per cercare di valutare la situazione. Sentivo la testa esplodermi, avevo la nausea, sentivo rumori strani da ogni parte: voci, risate, colpi di tosse, passi. L’odore di terra bagnata se n’era andato e adesso c’era solo puzza di chiuso. Andai in bagno e mi buttai dell’acqua fresca sulla faccia. Presi la pistola da dietro la schiena, controllai i proiettili e la rimisi dietro la schiena, sotto la giacca. Andai a nascondere le scatole dei pizzini e la busta coi cinquemila euro. Afferrai una bottiglia di vino e bevvi. Decisi cosa avrei fatto e un po’ mi tremò il cuore. Così bevvi altro vino, mi scappò un rutto e controllai di nuovo la pistola.

Aprii la porta di casa e tornai Fuori.

Tutto il tempo mi guardai attorno e tutto il tempo provai a sentire, ma mi accorsi soltanto di come, nella fuga di prima, avessi rovesciato il secchio del latte che adesso luccicava al sole di mezzogiorno. Lo rimisi dritto e proseguii fino ad arrivare alle Impronte. Mi chinai e ne toccai una, sporcandomi le dita di fango. Avevo sperato di non trovarle, che si fosse trattato soltanto di una fantasia della stanchezza o della solitudine, e invece erano sempre lì, ancora una volta preoccupanti e minacciose.

Iniziai a seguirle, come qualche giorno prima avevo seguito il tubo nero dalla parte opposta. Mi portarono prima dietro al pollaio, poi in mezzo a dei filari di mandorli in fiore e poi curvarono a destra fiancheggiando ciò che rimaneva di un muretto in pietra lavica che un tempo doveva aver diviso qualcosa da qualcos’altro. Per un tratto le Impronte furono nascoste dall’umida erbaccia verde che arrivava fino a metà polpaccio ma, in quel caso, mi bastò seguire quella già calpestata. Poi tornò a vedersi il fango e alla fine capii che le Impronte puntavano dritte dritte (in realtà erano sempre ondeggianti piuttosto che dritte) verso una piccola costruzione nascosta fra alberi di carrubo e di eucalipto.

Pistola in mano e occhi aperti, spostandomi da un tronco all’altro degli alberi, mi avvicinai alla costruzione che era una specie di cubo di calcestruzzo dal quale notai erano state tirate via porta e finestre. In alto, le solite rondini che non riuscivano a stare ferme e zitte. In basso, le api e le farfalle si spostavano da un fiore giallo a uno bianco e viceversa.

Mi bloccai su un lato della porta, che porta non era, e aspettai per recuperare fiato e sentire se da dentro venisse qualche voce o qualche rumore.

Tranne il gocciolare dell’acqua, un silenzio di tomba.

Entrai nella penombra soffocante della casa con la pistola puntata spostandone la canna a destra e a sinistra. Le suole dei miei stivali fecero scricchiolare la cacatura di piccioni, topi e altre bestie. C’erano tanti di quei moscerini e mosche che mi sembrava di stare nella stalla. Qua e là, su parte del pavimento e parte delle pareti, c’erano delle piastrelle a mosaico bianche e azzurre tutte scheggiate. Un rubinetto d’ottone usciva solitario dal muro e per il resto non c’era più niente. A parte le cartacce, i resti di un fuoco e una figura umana coricata per terra, in un angolo.

Erano passati diciannove giorni da quando Ninnì Bisaccia se n’era andato con i pizzini e la roba sporca da far pulire e quello era il primo essere umano che vedevo. Se si fosse mosso, gli avrei sparato. Ma coricato era e coricato rimase.

Si trattava di un ragazzo di una quindicina d’anni, né alto né basso, né robusto né magro, i capelli neri e ricci. Indossava una maglietta senza maniche e dei jeans, tutti sporchi e minimo minimo di una taglia più piccola. Ai piedi, delle scarpe di tela, e una era slacciata. Teneva gli occhi chiusi e dormiva con le ginocchia piegate contro il petto, le braccia incrociate e le mani sulle spalle curve. Come se sentisse freddo.

Lo guardai a lungo e mi sembrò che mi ricordasse qualcosa, ma fu più la sensazione di un ricordo che altro. Avrei voluto capire se lo avessi già visto in passato o se avesse avuto a che fare con qualcuno che conoscevo in passato, sarebbe stato vitale per me saperlo in quel momento, ma c’avevo il vuoto completo e finii per prendermela con me stesso, con la mia testazza da vecchio .

Pensai tante cose. Pensai che fosse morto, ma lo sentii respirare e il suo corpo sussultava ad ogni respiro. Pensai che forse era un drogato, ma non c’erano siringhe. Allora mi venne il sospetto che fosse tutta una finta, che quel ragazzo fosse pronto a spalancare gli occhi e a saltarmi addosso per prendersi la pistola. Così provai a fare più rumore con gli stivali e feci pure un fischio, ma quello si comportava come se io non fossi lì.

Io ero lì, invece, ed ero deciso a rimanerci.

Non mi restava che ucciderlo e andarlo a seppellire da qualche parte, ma avevo solo sei proiettili e non mi andava di sprecarne uno per quel ragazzino che dormiva. E poi non volevo si sentisse il suono inconfondibile di uno sparo.

Allora uscii e cercai in mezzo alla terra, accontentandomi di quello che mi metteva a disposizione la Divina Provvidenza. Presi una pietra ma la lasciai subito cadere, ne presi un’altra e un’altra ancora, via via sempre più pesanti, lasciandole sempre cadere fino a quando non ne trovai una che faceva al caso mio, grossa più o meno quanto la sua testa. Un vero e proprio masso che afferrai a due mani e portai con me.

Tornai dentro e il ragazzo era sempre nella stessa identica posizione. Mi inginocchiai accanto a lui e alzai e abbassai più volte il masso senza però arrivare a fracassargli la testa, limitandomi a sfiorarla, per fare delle prove. Alla terza prova, capii che non l’avrei mai fatto. Allora posai il masso per terra e me ne andai via. Per tutto il tempo, quello non si era mai degnato di aprire gli occhi.

Rientrato a casa corsi in bagno a pisciare, afferrai lo Stanacimici e uscii di nuovo, ma a metà strada mi accorsi che era il telecomando del televisore così bestemmiai e ritornai indietro. Stavolta, presi l’apparecchio corretto e anche due pezzi di corda e una bottiglia d’acqua.

Tornai dal ragazzo e mi accertai che non ci fossero microspie (non ce n’erano), poi mi inginocchiai e gli tolsi scarpe e calzini per controllare se nascondesse qualcosa (non nascondeva niente). Giustamente non volevo toccare un’altra volta quei calzini fitusi e quelle scarpe tutte infangate così lo lasciai a piedi nudi.

Presi i due pezzi di corda e gli legai mani e gambe.

«Non so chi sei, caro mio», gli dissi. «Di sicuro però non un invitato di matrimonio».

Già dalla volta prima avevo sentito che il suo respiro era debole e affannato e gli misi una mano sulla fronte lurida: scottava. Allora pensai che potesse essere una febbre da ferita infetta, ma a un veloce controllo per quel verso mi sembrò a posto. Il suo corpo era fradicio di sudore e i suoi muscoli erano tutti rigidi come se sotto la pelle avesse delle assicelle di legno al posto delle ossa. Era ridotto da fare schifo, vero, ma non era ferito.

Lasciai la bottiglia d’acqua vicino a lui, vicino al masso con il quale volevo ucciderlo, e ci aggiunsi anche due uova pescate dalla mia giacca a vento. Per rimettermi in piedi dovetti appoggiarmi con una mano al corpo del ragazzo. Poi lo abbandonai al suo destino che a occhio e croce non era certo il migliore.

Non passò molto prima che iniziassi a sentirmi male anche io.

Tornato a casa, avevo pranzato con la pistola messa sul tavolo di fianco al piatto e buttando di tanto in tanto un occhio e un orecchio alla porta sprangata. Più tardi, però, mi dimenticai di quel ragazzo misterioso e forse in fin di vita a qualche centinaio di metri da lì. Me ne ricordai giusto la sera quando, prima di andare a dormire e capendo che ero così stanco e provato dalla giornata da non poter sperare in un sonno vigile, sparpagliai dei fogli di giornale tutt’attorno al mio letto. Se qualcuno fosse arrivato fino a dentro la mia stanza, passandoci sopra, avrebbe sicuramente fatto rumore. Era una trovata vista in un film in bianco e nero con Bogart, un attore che mi piaceva perché mi ricordava sempre mio padre, che davano alla tv durante una notte insonne i primi tempi che abitavo in quella casa. Chiusi gli occhi sperando che funzionasse e non fosse invece una delle solite minchiate americane.

La mattina dopo quasi scivolai mettendo il piede su uno di quei fogli. Oltre a rischiare di sfasciarmi l’anca, mi svegliai con un dolore fastidioso subito sotto il collo e la gola talmente stretta che a fatica mandai giù i biscotti e persino il latte. Pensai al ragazzo e mi chiesi se fosse già morto. Poi mi feci una doccia e mi rasai, ma sembrava che m’avessero appeso dei pesi di piombo alle braccia e alle gambe tanto me le sentivo pesanti. Verso l’ora di pranzo, cominciai a sudare nonostante non facesse tutto questo caldo dentro casa e mangiai la pasta, ma la lasciai quasi tutta nel piatto perché la gola bruciava troppo. Avevo stabilito di togliere le lettere dal nascondiglio e continuare a studiarle; invece, mi trascinai nella stanza da letto pigliato dai brividi e di nuovo ci mancò poco che volassi all’aria per colpa di quei cazzo di fogli di giornale. Li appallottolai tutti e li gettai dentro lo sgabuzzino. Mi misi a letto e tirai su le coperte, lasciando fuori soltanto la testa che pulsava come fosse un cuore o una medusa. Forse mi addormentai subito,...



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