Moretto | Una volta ladro, sempre ladro | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 201 Seiten

Reihe: Nichel

Moretto Una volta ladro, sempre ladro


1. Auflage 2019
ISBN: 978-88-3389-079-1
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 201 Seiten

Reihe: Nichel

ISBN: 978-88-3389-079-1
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



11 giugno 1994: Lorenzo Moretto, ventenne di buona famiglia che si divide tra lo studio, lo sport e le ragazze, sta pranzando in casa col padre Giovanni in pausa dal lavoro. Sei uomini della Guardia di Finanza di Milano bussano alla porta dei Moretto, interrompono il pranzo: hanno un mandato di perquisizione e un ordine di cattura e custodia cautelare per il padre. Le ipotesi di reato sono molto gravi: frode fiscale, riciclaggio, persino traffico d'armi. Nella notte Giovanni Moretto viene portato in carcere, a San Vittore. Ci resterà sei mesi. Nell'estate del 1994 Lorenzo smette di essere un ragazzo, si ritrova con la madre e il fratello ad affrontare situazioni che mai avrebbe previsto e prende coscienza dei vincoli che la realtà impone sulle nostre scelte. Ma, sopra ogni cosa, cerca di comprendere cosa abbia fatto suo padre: non può essere colpevole di quanto l'accusano, ma è del tutto innocente? Si è forse immischiato in operazioni ambigue e disoneste? Oppure è vittima di un errore degli inquirenti, tutti tesi a trasformare in abilissimo trader internazionale un contabile di paese? Nell'Italia di Tangentopoli divisa tra fazioni, dove sta la linea che divide il vero dal falso? Cos'è giustizia e cosa arbitrio? Chi è vittima e chi carnefice? Queste domande pesano ancora di più su Lorenzo, perché per isolare la sua famiglia sono stati sufficienti il sospetto e l'accusa. Perché la vita normale non tornerà mai più.

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Al centro della mia vita c’è l’arresto di mio padre. Fu incarcerato con l’accusa di aver preso parte a un’attività di riciclo di capitali accumulati in modo illecito fra la Svizzera, la Francia, la Germania, l’Inghilterra, la Slovenia, la Croazia, l’Ungheria, il Liechtenstein e l’Italia. Nel vasto disegno criminale che veniva tratteggiato nell’ordine di custodia cautelare era descritto come «la mente italiana della fittizia manovra commerciale». Le pagine del documento erano piene di nomi di persone e date di nascita e poi di banche, città, nazioni, di strumenti finanziari e articoli di legge e miravano a descrivere mio padre come uno capace di intermediare con persone straniere che si aggiravano nel mercato dei trader e parlavano un linguaggio in cui mescolavano termini finanziari – , , , , – a parole più dure, affilate, a volte minacciose. Ma il documento non diceva nulla sul fatto che era un tipo sedentario e non sapeva l’inglese (a parte poche regole di grammatica che si ostinava a studiare da quando aveva superato i cinquanta: non avrebbe mai retto quattro chiacchiere informali, figuriamoci una trattativa d’affari), che masticava il tedesco perché l’aveva imparato alle medie e al liceo, che aveva scarsi ricordi dello spagnolo studiato all’università, che sapeva recitare a memoria tutte le parti della messa in latino comprese quelle cantate (dal «Cantus ad introitum» fino al «Deo gratias»), e che quando superava il confine vicino a casa per andare in Slovenia aveva due missioni precise: fare il pieno di benzina e mangiare pesce o carne a volontà, il tutto spendendo poco.

Il penitenziario cambiò ogni cosa. Quando lo fecero uscire, dopo sei mesi, e gli diedero gli arresti domiciliari, era sceso sotto il quintale e sapeva cucinare il riso alla cinese da dio. Il segreto, mi avrebbe spiegato un giorno nella cucina di casa, di fronte ai fornelli, era versare prima il riso nella pentola e poi aggiungere l’acqua fino a quando superava i chicchi di un dito, uno e mezzo al massimo. Una volta messo il coperchio e appoggiata la pentola sulla fiamma azzurra, bisognava girare la manopola e pompare il gas al massimo per due minuti, poi abbassare il fuoco al minimo per altri sedici e infine alzare di nuovo la fiamma per il minuto finale. Il coperchio non lo toccavi mai, neanche quando traballava o scoppiettava per la pressione, e così alla fine avevi il riso al dente, con i chicchi separati gli uni dagli altri. Perfetti. Secondo mia madre, invece, se un piatto veniva bene era merito degli alimenti, se veniva male era colpa di chi l’aveva cucinato (e a sentire lei, quindi, dovrei dire che fra le cose che mio padre aveva imparato in carcere c’era l’abilità di scegliere una qualità di riso eccellente, abilità maturata durante gli acquisti che lui e i suoi compagni di cella facevano ogni settimana).

Quando mio padre fu arrestato avevamo appena finito di mangiare un piatto di fusilli al ragù, sugo preparato da mia madre la mattina presto prima di uscire per andare a scuola dove sarebbe stata impegnata sino al pomeriggio con gli esami di maturità. Il ragù, l’odore della poltiglia della carne di vitello macinata comprata il giorno prima e cucinata all’alba a riempire un paio di stanze fino a sfumare con la luce del giorno, non mi faceva impazzire; del resto c’erano pochissimi piatti che ci mettevano tutti d’accordo. Mio padre, se proprio doveva esprimere un desiderio, sceglieva il pesce, che si mangiava raramente in casa: mia madre non ne sopportava l’odore pungente, diceva che le mani s’impregnavano e assorbivano lo strato di colla viscida che rivestiva le lische, e poi pulirlo era un’operazione che richiedeva pazienza e un certo talento che, a suo dire, appartenevano a pochi. Lei amava i dolci, e se c’era della cioccolata o un semplice vasetto di Nutella ancora meglio, mentre mio fratello era attratto dai sapori robusti della carne: affondare il coltello in una bistecca che era stata scottata alla piastra – con gli schizzi di sangue che scintillavano sulla ceramica bianca del piatto a ogni affondo di coltello – o ascoltare il riff di chitarra elettrica di un pezzo dei Bad Religion, quando si chiudeva in camera e impugnava una racchetta da tennis come fosse una Stratocaster, erano i suoi momenti mistici. Il mio rapporto con il cibo, invece, era sempre stato difficile. Da piccolo sputavo tutto, ci mettevo un’ora per finire quello che agli altri avrebbe richiesto dieci minuti e quando dovevo mangiare in assenza dei miei genitori, come durante le ore trascorse all’asilo o alle elementari, risolvevo il problema infilandomi il contenuto del piatto nelle tasche (compreso l’eventuale miscuglio di un minestrone di verdure). Crescendo ero diventato una di quelle persone incapaci di dire quale tipo di pasta preferiva: lunga, corta, Barilla, De Cecco, Voiello; era un tipo d’italianità che non mi apparteneva anche se ero consapevole che il cibo consumato a tavola è uno dei pilastri su cui si fonda la storia di una famiglia, come se ognuna avesse ricevuto in dotazione un lungo e interminabile filone di pane ripieno di ogni bontà che viene sgranocchiato prima dai genitori e poi dai figli, generazione dopo generazione. I miei, per esempio, quando a tavola raccontavano le loro esperienze di bambini durante la seconda guerra mondiale, non mancavano di dirci che l’unico nutrimento che avevano sempre trovato a tavola erano i fagioli: ricordavano l’odore dei legumi nell’aria compressa dei rifugi antiaerei che venivano improvvisati durante le operazioni di bombardamento sull’altopiano carsico fra Monfalcone e Gorizia, quando sopra quell’aria e quei legumi c’erano il suono di una sirena e più su ancora, come una torta multistrato, il rombo di un velivolo interrotto ogni tanto da qualche boato lontano.

Il cibo aveva continuato a esercitare una forza primitiva nelle loro discussioni: durante il pranzo le domande più insistenti di mio padre erano su cosa si sarebbe mangiato a cena; il mio apprezzamento di un piatto comportava il rischio di vedersi ripresentare quella pietanza di continuo, fino alla nausea, o la rivendicazione da parte di mio fratello di un altro che non veniva mai preparato; i commenti sulla quantità del sale utilizzato per cuocere la pasta erano richiesti, a prescindere; se un piatto non era venuto bene, mio padre alzava il volume della radio per sentire il radiogiornale o il belcanto della Callas e le lezioni di musica classica di Radio Rai che spiegavano la grandezza della Quarta Sinfonia di Brahms o le dissonanze presenti nel Concerto per pianoforte n. 1 di Prokofiev; il paragone fra il ragù che condiva gli spaghetti di un pranzo e quello della volta precedente che aveva coperto i rigatoni si basava su dettagli precisi – la quantità e la composizione del soffritto utilizzato, i minuti spesi per la cottura con la pentola a pressione, il dosaggio corretto nell’aggiungere alla carne alcune spezie triturate come l’alloro e il rosmarino, il tipo di passata di pomodoro che mia madre aveva deciso di utilizzare e che spesso dipendeva dalle offerte trovate al supermercato – e si poteva arrivare fino al punto in cui mio padre insisteva perché mia madre andasse dal macellaio a dirgli che questa volta la carne macinata era di qualità inferiore rispetto all’altra perché, secondo la sua logica, il feedback era importante per il futuro del macellaio. E comunque c’era una regola: a pranzo solo il primo, a cena solo il secondo, ma la verdura e la frutta sempre. Quel giorno il ragù era stato commentato poco e io, interrompendo la preparazione del caffè, andai a vedere chi era che suonava al campanello.

Era l’11 giugno 1994 e cinque fra appuntati, sovraintendenti, ispettori e un ufficiale della guardia di finanza mi guardarono dal pianerottolo. Indossavano un paio di jeans, scarpe da ginnastica e polo (Lacoste, Sergio Tacchini, Fila, senza marca), tranne uno che esibiva una camicia a maniche corte bianca con sottili strisce gialle verticali; uno aveva gli occhi arrossati; due portavano la pistola avvolta dalla fondina legata alla cintura. Sudavano: gocce sulla fronte e a scendere lungo le tempie, i capelli bagnati sulla nuca. Erano di altezza media ma una volta entrati in casa torreggiavano su tutto. Il capo della squadra, che si presentò come tenente della guardia di finanza di Milano, disse a mio padre di leggere i fogli che gli stava porgendo: erano il mandato di perquisizione e l’ordine di cattura e di custodia cautelare in carcere, per evitare il pericolo di fuga oltre il confine. Neanche il tempo di un’occhiata e gli chiese dove potevano accomodarsi, «Dobbiamo fare qualche accertamento, ci vorrà un po’». Io ero rimasto sulla soglia dell’ingresso con la mano che non si staccava dalla maniglia della porta e da lì sentivo che aveva l’alito da Lucky Strike, il pacchetto gli spuntava dalla tasca posteriore dei jeans. Prima di chiudere, un sesto finanziere arrivò dalle scale: se l’era fatte tutte a piedi per intervenire in caso di fuga di mio padre e io pensai che avevano scelto lui perché era l’unico veramente magro, gli altri avevano una certa pancia o una serie di rotoli di grasso che scurivano le polo con strisce di sudore nella zona dell’addome. A quel punto eravamo tutti ammucchiati tra l’ingresso e il corridoio, alcuni di loro impugnavano ventiquattrore in pelle nera e due borsoni scuri, fissavano il disegno geometrico delle piastrelle o la carta da parati beige con decorazioni dorate, o ancora i quadri che occupavano l’inizio del corridoio, appesi in prossimità della porta del ripostiglio e della stanza adibita a studio. Un po’ alla volta...



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