Offutt | A casa e ritorno | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 108 Seiten

Offutt A casa e ritorno


1. Auflage 2019
ISBN: 978-88-3389-115-6
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 108 Seiten

ISBN: 978-88-3389-115-6
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Grande presenza-assenza in tutta la produzione letteraria di Offutt, il Kentucky è il sostrato emotivo che unisce i nove racconti di A casa e ritorno L'attrazione magnetica esercitata dai boschi e dalle colline in cui i protagonisti di queste storie sono nati e cresciuti si traduce ora in vicende lineari, di fughe e ritorni, ora in narrazioni più complesse e indirette. I temi portanti restano però gli stessi: l'impossibilità di andarsene davvero, di lasciare casa; il peso del passato e dei ricordi; l'attrazione irresistibile verso quelle «terre di nessuno», ingrate e crudeli, che si sono radicate a fondo nell'anima di tutti i personaggi. Ricorrendo a quella portentosa combinazione di realismo minuto e accensioni grottesche e magiche che rappresenta il suo inconfondibile marchio di fabbrica, Offutt racconta storie di camionisti, sceriffi, giocatori d'azzardo, pugili dilettanti ed ex carcerati, uomini e donne che affrontano disastri familiari per ritrovarsi a «crescere figli di altri mentre un estraneo si prende cura dei tuoi»: personaggi indimenticabili nel loro isolamento, nella loro impermeabilità alle regole della convivenza civile, nella durezza che, ben lungi dal cancellarla, cristallizza la forza dei sentimenti e dei legami.

Offutt A casa e ritorno jetzt bestellen!

Autoren/Hrsg.


Weitere Infos & Material


A casa e ritorno


Gerald aprì la porta d’ingresso all’alba, con indosso giusto un paio di jeans che si era infilato di fretta. I quattro fratelli di sua moglie lo aspettavano nella nebbia che saliva dal terreno e filtrava lungo la cresta. Dopo la morte del padre il fratello maggiore era diventato il portavoce della famiglia, e Gerald aspettò che parlasse. La madre era il capofamiglia, certo, ma tutto doveva passare per un uomo.

«Si tratta di Ory», disse il fratello maggiore. «Gli hanno sparato, e ora è all’ospedale. Qualcuno deve andare a prenderlo».

I fratelli guardarono Gerald da sotto le sopracciglia. Correre dietro a Ory era un compito che nessuno voleva per sé, e Gerald era entrato da poco in famiglia, per aver sposato Kay, l’unica sorella. Doveva ancora dimostrare quanto valeva. Se riportava a casa Ory, forse avrebbero abbattuto la barriera che lo teneva ai margini delle cose, come se fosse solo un cugino di terzo o quarto grado.

«Dov’è?», disse Gerald.

«A Wahoo, nel Nebraska. Ory ha detto che ci vogliono due giorni, ma che è facile trovarlo».

«La mia macchina non ce la fa».

«Puoi prendere la vecchia Ford. Quella andrà avanti fino al giorno del giudizio».

«Chi è stato a sparargli?»

Il fratello maggiore gli lanciò un’occhiata cattiva. Gli altri erano tornati a guardare per terra, come tanti carpentieri che valutano quanto linoleum ci vorrà per un certo lavoro.

«Una donna», disse il fratello maggiore.

Kay scoppiò a piangere. I fratelli se ne andarono e Gerald si sedette sul divano accanto a lei. Kay si abbracciava le ginocchia e si mangiava l’unghia del pollice, ansimando rauca, in un modo che gli ricordava i versi che faceva a letto. Allungò una mano verso di lei, che prima se la scrollò di dosso per poi lasciare che la toccasse.

«Non ho mai capito perché se n’è andato», disse Kay. «Non aveva fatto niente, e nessuno ce l’aveva con lui. Il perché non lo ha detto a nessuno. Ha preso e se n’è andato. Questo autunno saranno dieci anni».

«Vado io a prenderlo», sussurrò Gerald.

«Non ti dispiace?»

«No».

«Lo fai per i miei fratelli?»

«Lo faccio per te».

Lei si rannicchiò più vicino a lui, premendogli il volto bagnato sul collo. Dentro la vestaglia era minuscola. Lui gliela aprì, e lei si spinse contro la sua gamba.

Il giorno dopo partì col pick-up nero. Gerald aveva trent’anni e non era mai uscito dalla contea. Indossava un completo che gli andava stretto di spalle e corto di gambe. Era appartenuto a suo padre, ma secondo lui non se ne sarebbe accorto nessuno. Avrebbe voluto avere una cravatta. La sanguinella e il siliquastro avevano già perso i colori primaverili. Faceva caldo. Quattro ore dopo era già nell’Indiana, dove il terreno era piatto come una carta da gioco. Là era impossibile nascondersi, nessun luogo era sicuro. Perfino il sole era troppo luminoso. Non capiva come facesse Ory a sopportare uno spazio tanto aperto.

Anche l’Illinois era così piatto, ma con meno verde. Gerald si rese conto che stava attraversando in macchina una stagione, e che guardava la primavera al contrario. La terra dell’Illinois era nera come il letame e lui accostò per osservarla da vicino. Era umida, ricca. Profumava di vita. Se la fece scorrere tra le dita, pensando al duro terreno argilloso, a casa. Decise che al ritorno si sarebbe fermato a prendere un po’ di quella buona terra.

Guidò tutto il giorno e attraversò il fiume Mississippi di notte. In un’area di sosta stese una coperta e si sdraiò. Aveva freddo. Sopra di lui, il cielo era disseminato di stelle. Sembravano abbassarsi, minacciavano di schiacciarlo a terra. Una scia luminosa attraversò la notte, e lui pensò che gli avessero sparato, finché non capì che era una stella cadente. A casa le colline bloccavano tanta parte del cielo che lui non ne aveva mai vista una. Rimase a guardare la notte stesa sulla prateria, finché non cedette al sonno.

La luce inquietante dell’alba sulle pianure lo svegliò presto. Il sole ancora non si vedeva e il mondo sembrava illuminato dal di dentro. Non si sentivano gli uccelli. Riusciva a distinguere il proprio fiato. Si diresse a ovest, uscì dall’interstatale a Wahoo e trovò facilmente l’ospedale. Un’infermiera lo accompagnò in una stanzetta. Era tutta bianca, e dalle pareti sembrava uscire un basso ronzio. Sentiva un odore, che però non riconobbe. Un uomo con un camice bianco entrò nella stanza. Parlava con un accento straniero.

«Sono il dottor Gupte. Lei è un familiare del signor Gowan?»

«Lei è il dottore?»

«Sì». Sospirò e aprì una cartellina. «Temo che il signor Gowan ci abbia lasciati».

«Se n’è andato, ah. E dove?»

«Temo che non sia questo il caso».

«No?»

«No, ha avuto una tromboembolia polmonare».

«Me lo dica in americano».

«Temo che dovrà scusarmi».

Il dottor Gupte uscì dalla stanza e Gerald si domandò chi fosse davvero quel buffo, piccolo uomo. Aprì un cassetto. Dentro c’era una specie di martello con la testa triangolare fatta di gomma, che a guardarlo non serviva a niente. Un poliziotto entrò nella stanza, e Gerald chiuse piano il cassetto.

«Sono lo sceriffo Johnson. Lei è il parente prossimo?»

«Gerald Bolin».

Si fissarono a vicenda, in quella stanzetta, sotto la luce artificiale. A Gerald non piacevano i poliziotti. Loro potevano girare armati, guidare veloce e azzuffarsi. Chiunque altro finiva in gabbia, se faceva lo stesso.

«Il dottor Gupte mi ha chiesto di venire», disse lo sceriffo.

«È davvero un dottore?»

«Viene dal Pakistan».

«Avete finito i vostri, eh».

«Guardi, signor Bolin. A suo cognato è partito un embolo, che gli è finito nel polmone. È morto».

Gerald si schiarì la gola, guardò per terra cercando un posto dove sputare, poi deglutì la saliva. Si stropicciò gli occhi.

«Dice che è morto».

Lo sceriffo annuì.

«Quel dottore del cazzo non vale niente, ah».

«Ci sono alcune cose da chiarire».

Lo sceriffo accompagnò in macchina Gerald al suo ufficio, uno spazio angusto con una scrivania e due sedie. Al muro era appeso un calendario. La stanza ricordò a Gerald l’ospedale, ma senza quell’odore.

«Ory non si teneva», disse lo sceriffo. «Aveva bevuto, ed era andato a sbattere con la macchina davanti alla casa della ragazza. Lei non voleva farlo entrare, e lui ha sfondato la porta. Si sono messi a litigare e lei gli ha sparato».

«Poi gli è partito l’embolo».

Lo sceriffo annuì.

«Non aveva un lavoro?», disse Gerald.

«No. E c’è pure un problema di soldi. Ha sfondato una staccionata ed è andato a sbattere contro un lampione. Alla pensione stava in arretrato con l’affitto. E poi c’è l’ospedale».

«La macchina è sfasciata?»

«Funziona ancora».

«Lui non aveva niente di suo?»

«Qualche vestito, un coltello, una valigia, una pistola calibro ventidue, un paio di stivali e una radio».

«E quanto deve, in tutto?»

«Milleduecento dollari».

Gerald si avvicinò alla finestra. Pensò a sua moglie, e a tutta la famiglia che lo aspettava. Gli avevano dato un po’ di soldi, ma ci doveva comprare la benzina per tornare indietro.

«Posso vederla?», disse.

«Chi?»

«La donna che gli ha sparato».

Lo sceriffo lo accompagnò a qualche isolato da lì, in un edificio di pietra beige. Vicino al cornicione c’erano delle feritoie da dove entrava la luce. Oltrepassarono una pesante porta ed entrarono in una sala comune con un televisore e un telefono pubblico. Lungo una delle pareti c’erano quattro celle. In una delle celle era seduta una donna che leggeva una rivista. Indossava una tuta arancione, di una taglia troppo grande.

«Melanie», disse lo sceriffo. «Hai una visita. Il cognato di Ory».

Lo sceriffo se ne andò e Gerald guardò attraverso le sbarre. La donna aveva i capelli color porpora, da una parte lunghi, dall’altra rasati. Aveva diversi cerchietti d’oro a ciascun orecchio, che a Gerald ricordarono quelli dove passavano le briglie. Un altro anello d’oro le attraversava la narice sinistra. Aveva un occhio nero. Lui avrebbe voluto continuare a fissarla, e invece si guardò gli stivali.

«Salve», disse.

Lei arrotolò la rivista a tubo e l’accostò all’occhio buono, guardando Gerald.

«Sono venuto a prendere Ory», disse Gerald, «ma è morto. Pensavo di parlare un po’ con te».

«Non sono stata io».

«Lo so».

«Io gli ho sparato e basta».

«Gli è partito un embolo».

«Vuoi scoparmi?»

Gerald scosse la testa, e diventò rosso. Gli sembrava troppo giovane per parlare a quel modo, troppo giovane per la prigione, troppo giovane per Ory.

«Dammi una sigaretta», disse lei.

Gliene passò una tra le sbarre e lei la prese senza toccargli la mano. Intorno al polso si era fatta tatuare una catena. Diede una tirata, e buttò fuori due fili di fumo dal naso. La brace della sigaretta era lunga e rossa. Lei aspirò fino al filtro, ritirando le labbra per evitare di bruciarsele. Fece un anello di fumo. Gerald non aveva mai visto nessuno tirar fuori così tanto da una sola...



Ihre Fragen, Wünsche oder Anmerkungen
Vorname*
Nachname*
Ihre E-Mail-Adresse*
Kundennr.
Ihre Nachricht*
Lediglich mit * gekennzeichnete Felder sind Pflichtfelder.
Wenn Sie die im Kontaktformular eingegebenen Daten durch Klick auf den nachfolgenden Button übersenden, erklären Sie sich damit einverstanden, dass wir Ihr Angaben für die Beantwortung Ihrer Anfrage verwenden. Selbstverständlich werden Ihre Daten vertraulich behandelt und nicht an Dritte weitergegeben. Sie können der Verwendung Ihrer Daten jederzeit widersprechen. Das Datenhandling bei Sack Fachmedien erklären wir Ihnen in unserer Datenschutzerklärung.