E-Book, Italienisch, 177 Seiten
Reihe: Sotterranei
Offutt Di seconda mano
1. Auflage 2022
ISBN: 978-88-3389-423-2
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 177 Seiten
Reihe: Sotterranei
ISBN: 978-88-3389-423-2
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Nel racconto che dà il titolo a questa raccolta, una donna che vive con un uomo divorziato e con la figlia piccola di lui cerca con ogni mezzo di conquistare la fiducia della bambina e finisce per impegnare l'unica cosa di valore che possiede - un paio di stivali in pelle di struzzo - per comprarle una mountain bike. La bici è usata, il negozio dove viene acquistata è un bagno dei pegni, ma di seconda mano è anche la protagonista - che viene da una serie di legami e mestieri infelici - e la sua storia d'amore. E di seconda mano, psicologicamente ed economicamente, sono tutti i personaggi di questi straordinari testi brevi, ancora inediti e proposti ai lettori italiani prima che a quelli americani. Le loro storie e i loro corpi, usati e usurati da vite difficili, ci accompagnano in un viaggio senza sconti nel cuore di un paese che sembra aver dimenticato le promesse sulle quali è stato edificato. Con la stessa lingua chirurgica di Nelle terre di nessuno, Chris Offutt ci introduce a uno strazio umano, a una volontà di resistenza e riscatto che commuovono e aprono alla speranza, confermandosi ancora una volta un grande maestro del racconto contemporaneo.
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Di seconda mano
La cosa più preziosa che ho sono un paio di stivali da cowboy di pelle di struzzo accanto al letto. Quel poco che ho me lo tengo vicino perché questa casa non mi convince. C’è una stanza, il soggiorno, che evito più delle altre. Magari è infestata dallo spettro di un matrimonio fallito che, adesso, mette il dito tra me e il mio ragazzo. Lui è al telefono, in un’altra stanza. Abbassa un po’ la voce, e non sono sicura se è perché si è spostato oppure perché non vuole che senta. Dice: «Non lo so, non lo so e basta. Negli ultimi tempi è così, capisci».
Sono ancora mezza addormentata e mi domando se parla di me o della figlia di otto anni. È una bambina solitaria, un po’ chiusa e molto sveglia. Non mi chiama mamma, e la capisco, ma a volte vorrei che lo facesse.
Una ghianda cade sul tetto. La nostra casa è in fondo a una strada di campagna, circondata da querce bianche; non è male come casa, ma siamo comunque in affitto. Alla fine qualcuno se la comprerà, dopo aver letto in un annuncio che è «da ristrutturare». Di sicuro non va bene come prima casa, e nemmeno per trascorrerci la vecchiaia. È una topaia, ecco cos’è, e ho deciso: oggi resto a letto. Al mio ragazzo dirò che mi sono venute le mie cose e non mi sento bene. Io non avrò mai una casa mia, non sarò mai una vera mamma. Finirò per passare tutto il tempo a letto.
Sei mesi fa mi sono trasferita per un po’ a Bowling Green e ho trovato lavoro, servivo cocktail, però l’ho perso quasi subito. Non ricordo di avere mai trovato un lavoro senza perderlo quasi subito. O mi scappa la pazienza e mi licenzio, o mi scappa la pazienza e mi licenziano. Quasi sempre il principale si convince che siccome comanda lui può trattarmi da schifo, ma io certe cose non le permetto a nessuno. Ora come ora, il mio lavoro è appeso a un filo.
Un’altra ghianda cade sul tetto. Una volta quell’albero mi piaceva, finché le ghiande non hanno coperto il vialetto, e lo scorso fine settimana ho chiesto alla figlia del mio ragazzo di buttarle nella buca che le marmotte hanno scavato accanto alla porta. Dieci minuti dopo ha voluto essere pagata.
«Pagata?», le ho detto. «Per le faccende di casa?»
Aveva alzato l’orlo della camicia fino al petto per metterci dentro le ghiande. Non ha detto nulla, ma io sapevo cosa stava pensando, la stessa cosa che pensavo io, e cioè che riempire una buca di ghiande non era esattamente una faccenda di casa. Eppure mi ha fatto perdere la pazienza perché lei non sapeva nemmeno cos’erano un principale stronzo o un lavoro di merda, o qualcuno che ti mette una mano sul culo mentre bevi alla fontanella, o allunga il collo per guardarti nella camicia quando ti chini in avanti. Glielo volevo dire, ma non l’ho fatto. Prima di tutto perché è in terza elementare. Secondo, perché sua madre è in libertà sulla parola in un altro stato.
Nella vita di questa bambina sono una presenza nuova, e le ho chiesto di riempire una buca di ghiande. Chissà se una vera madre lo avrebbe fatto. Ho pensato che probabilmente si stava ponendo la stessa domanda, e allora le ho detto di buttare le ghiande per terra. Erano mesi che non la vedevo così, quasi felice. Allora ho capito non solo che le cose andavano male, ma che avevo già rovinato tutto.
Stare a letto mi viene subito a noia, e a un certo punto non ho altra scelta: devo alzarmi e vestirmi. Non riesco nemmeno a stare a letto. Metto gli stivali da cowboy, regalo di un tizio del Colorado che aveva due gemelli, e quando li guardo penso: due bambini, due stivali. Ho appena riscosso, e dopo avere pagato le bollette mi restano novanta dollari e mille cose da fare, soprattutto andare dal parrucchiere e darmi una sistemata.
Metto su il caffè e la bambina va in giro per casa strascicando i piedi, a testa bassa, come un cane zoppo. I vestiti le stanno larghi. Per un attimo penso di rimettermi per strada finché non trovo un altro uomo che mi prenda con sé. Non ci vuole tanto a convincermi. Tutti quelli che conosco si comportano come se gli servissero più donne: una per i soldi, una per il sesso, una che pulisca e cucini e gli cresca i figli, e una che quando serve li tiri su di morale. Tutte, però, devono aspettare a casa mentre lui resta fuori tutta la notte o va una settimana a pescare.
Io sono brava a scegliere l’uomo sbagliato, o magari sono loro bravi a scegliere me. A volte basta entrare in un bar e sedersi vicino alla tv, così non possono fare a meno di notarti. Io lo so che quello giusto è là fuori, ma è pure vero che ero convinta di averlo trovato, col mio ragazzo di adesso. È bravo, solo che è senza lavoro, e alla bambina serve una mamma. Il problema è che non so se ci sono tagliata.
«Prendiamo la macchina», le dico.
«Per andare dove?»
«Dove capita. Vediamo. Vivere in campagna vuol dire questo. Segui la strada, vedi dove ti porta».
«Da nessuna parte».
«Magari troviamo un posto nuovo».
«Qui di nuovo non c’è niente. È tutto vecchio».
«Voglio dire, un posto dove ancora non sei stata».
«Mi fa male la macchina».
«Ti fa male lo scuolabus. Oggi però non lo prendiamo».
Mi fissa a lungo, e a un certo punto capisce che dico sul serio, e che pure se è incavolata magari non è una cattiva idea fare un giro insieme a me. Il mio ragazzo ci saluta dal divano con un gesto impaziente, come qualcuno che scaccia un insetto a un picnic.
Fuori siamo in pieno autunno, con un cielo così azzurro e sgombro che non sembra più un cielo, ma una scodella piena d’acqua. La mia vecchia Chevy parte al terzo tentativo. Le sospensioni sono da rifare e la bambina si sposta all’estremità del sedile. Imbocco la strada, centrando ogni buca che vedo. Le parlo dei pagliai. Sono cresciuta sulle colline, a un centinaio di miglia da lì, e mi fa piacere se capisce che so certe cose che possono stupirla. Non sono solo l’ultima donna che si è messa col padre. Ho girato il mondo. Ho un’auto e so portare il trattore. Le spiego che il fieno si raccoglie in balle rotonde, che si asciugano meglio di quelle quadrate di una volta.
La bambina guarda fuori dal finestrino e dice che le viene da vomitare. Vuole tornare a casa a leggere un libro con dentro la magia. Lei alla magia ci crede, e chi sono io per dirle che si sbaglia? La gente va in chiesa, legge l’oroscopo, o ha i sassi portafortuna. A volte mi sento come se stessi morendo di fame, e tutti se ne stessero lì con la pancia piena mentre gratto per terra in cerca di un seme. Un portafortuna mi farebbe comodo.
Parcheggio sotto a un salice spoglio accanto al letto asciutto di un torrente che entra nel letto asciutto di un torrente più ampio. Non riesco a ricordare di essere mai stata sola con mia madre. Voglio parlare con la bambina, ma non so come superare quella sua tristezza, così sparo un po’ a casaccio.
«Hai mai paura del soggiorno?», le dico.
«Io ho paura di tutta la casa».
Questo mi sorprende. Non so cosa dire, posso solo pensare che siccome i bambini sono più sensibili degli adulti, e lei ha paura di tutta la casa, non solo la casa è davvero infestata, ma lei pure non sta per niente bene.
«Come mai?», dico.
«Ho paura e basta».
«Paura di cosa?»
«Di tutto».
«Come se la casa fosse infestata?»
«Forse», dice lei. «Secondo te è infestata?»
«Ma certo che no. I fantasmi non esistono».
Faccio marcia indietro. Il cambio gratta e devo schiacciare il freno e l’acceleratore insieme finché la marcia non entra. Proseguiamo. La trasmissione slitta, e devo ricordarmi di non mettermi più in condizione di usare la retromarcia. Sempre avanti, questo è il mio motto.
In autunno gli alberi sono come se qualcuno ci avesse versato sopra dei secchi di vernice da un elicottero, e io mi metto a pensare che sarebbe un bel lavoro e da quello non mi farei licenziare, poi sterzo di scatto per evitare un procione morto. La bambina fa una smorfia. È abituata alla città, le piacciono i bagel, le videoteche e la pizza a domicilio. Fuori da quest’auto per lei non c’è vita, e gli animali spiaccicati sulla strada ne sono la prova.
«Cos’è che ti renderebbe felice?», le dico.
Lei alza le spalle e si sposta un po’ più lontano, proprio come fa il mio ragazzo da tre mesi.
«Che ne dici di una bicicletta?», dico.
«Non ci sono bei posti dove andare».
«Allora una mountain bike. Perfetta per la campagna. Tu sai andare in bici, vero?»
Lei mi guarda come se le avessi rivolto il peggior insulto possibile, poi alza gli occhi al cielo. Ha solo otto anni. Non so come parlare con lei. Quando ne avrà il doppio potrà guidare la macchina. Trent’anni e potrebbe finire come me: una donna che cerca di cavarsela, e fa fatica. Il problema è che invecchiando è sempre più difficile trovare l’amore. Una volta il sesso era importante, ma di questi tempi tengo gli occhi aperti solo per trovare qualcuno con cui fare squadra.
La bambina si volta verso di me.
«Cosa?», dico.
«Cosa cosa?»
«Cosa, cosa cosa?»
«Cosa cosa, cosa cosa?»
Un accenno di sorriso, e il resto del tragitto scivola via. La città è la città, piena di gente che ci è venuta a vivere. Mi fermo al banco dei pegni, e penso che per sessanta dollari posso comprare una bicicletta con tre marce e dirle che è una mountain bike. Il negozio puzza di sudore e polvere, che è anche l’odore della speranza e della sconfitta. È pieno zeppo di armi, orologi, videogiochi, chitarre, attrezzi, impianti...




