E-Book, Italienisch, 276 Seiten
Reihe: Sotterranei
Offutt Mio padre, il pornografo
1. Auflage 2019
ISBN: 978-88-3389-053-1
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 276 Seiten
Reihe: Sotterranei
ISBN: 978-88-3389-053-1
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Quando Andrew J. Offutt muore, suo figlio Chris eredita una scrivania, un fucile e otto quintali di pornografia. Romanzi scritti in pochi giorni e venduti in decine di migliaia di copie, approfittando della fame di erotismo che aveva travolto un'intera nazione dopo la rivoluzione sessuale degli anni Sessanta. Una carriera, quella di Andrew, cominciata per pagare le cure dentistiche del figlio e poi trasformatasi in un'autentica ossessione, consumata nel chiuso di uno studio inaccessibile ai suoi cari, eccetto che alla moglie, pronta a dattiloscrivere le sue spericolate incursioni nella pornografia. Chris si immerge negli scritti padre, e si rende conto di trovarsi davanti un'opportunità irripetibile per comprendere finalmente l'uomo difficile, instabile, a volte crudele che ha amato e temuto in eguale misura. Mio padre, il pornografo ci racconta la vita di uno scrittore professionista, che sa di poter sostenere la propria famiglia solo attraverso l'incessante lavorio della sua penna, ma ci rivela anche il carico di rabbia e dolore che ogni padre trasmette ai propri figli, il conflitto fra creatività e produzione di massa, e infine cosa voglia dire crescere sulle colline del Kentucky, in un mondo isolato in cui la libertà, la felicità, la spensieratezza sono inestricabilmente legate a un retaggio di povertà, ribellione e violenza.
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Capitolo quarto
Il medico diagnosticò a mio padre una cirrosi epatica causata dall’alcol e gli diede sei mesi di vita. Io incaricai qualcuno di costruire accanto al vialetto una rampa per la sedia a rotelle. Ero orgoglioso di me stesso. Non potevo aiutare mio padre, ma potevo rendergli più facile entrare e uscire di casa. Fu dimesso e tornò alla sua poltrona. Io tornai nel Mississippi.
Per me gli ultimi dieci anni erano stati complicati, a cominciare dal brutto colpo del divorzio. Mi ero dedicato ai miei figli: facevo la spesa, cucinavo, pulivo, caricavo la lavatrice, li portavo in giro. Qualche anno dopo sposai Melissa Ginsburg, una poetessa del Texas, e presto dovetti affrontare un nuovo dilemma: i miei figli adolescenti volevano andare al college, e io ero al verde e senza un lavoro. Per finanziare la loro istruzione imparai a scrivere sceneggiature e lavorai a tre serie televisive, , e . Hollywood era un mondo in cui non mi sarei mai inserito fino in fondo, a cominciare dalla mia paura di guidare a Los Angeles. Eppure andai avanti, a tentoni, facendo del mio meglio, vivendo in alberghi e appartamenti ammobiliati per qualche mese alla volta. Rimasi concentrato sul mio piano: prendere i soldi e andarmene. Dopo che tutti i miei figli furono andati al college, accettai un incarico di ruolo alla University of Mississippi e affittai una vecchia casa a una decina di chilometri dal campus.
La prima estate che passai nel Mississippi, prima che papà si ammalasse, tornai a casa a far visita ai miei genitori, l’unica volta in vita mia che andai a trovarli da solo. Prima c’erano sempre stati anche altri membri della famiglia, o mi accompagnavano mia moglie e i miei figli. Mi fermai a Morehead, in un motel sull’interstatale, perché papà aveva messo in chiaro che sarei stato il benvenuto solo dopo le quattro del pomeriggio. Lasciò intendere che dipendeva dal suo lavoro, visto che stava ancora scrivendo, ma io scoprii che la tempistica era scandita dai momenti in cui beveva. Papà mi disse che era l’uomo più felice del mondo. L’unico momento difficile erano i fine settimana, perché mamma stava tutto il giorno in casa. Andavano d’accordo, non era quello il problema, ma la presenza di lei interferiva con la sua solitudine, proprio come la mia visita.
Sei mesi dopo era in fin di vita, e io gli telefonavo regolarmente. Era già sopravvissuto a un grave attacco cardiaco, due leggeri ictus e numerosi disturbi minori. Dopo avere fumato per quarant’anni, viveva perennemente attaccato a una bombola di ossigeno per una BPCO, o broncopneumopatia cronica ostruttiva. Aveva sempre pensato che sarebbe morto giovane, come suo padre. Si era stupito di essere arrivato a quarantacinque anni, poi a cinquanta, sessanta, settanta, e infine settantacinque. Adesso il suo corpo si stava fermando. Nell’ultimo mese della sua malattia, papà sapeva che la morte era vicina. Si addormentava al telefono, poi si svegliava, ripeteva ciò che aveva appena detto, e infine si arrabbiava per averlo fatto. Andava sempre peggio, e questo gli bruciava.
«Credo, figliolo, che questo sia l’inizio della fine».
«Forse», dissi.
«È probabile».
«Probabile».
«Ma forse no», disse lui.
Quella conversazione stava assumendo un tono conflittuale, e allora decisi di assecondarlo in tutto ciò che diceva. La morte, alla fine, riduceva qualunque disputa a un pareggio.
Mi parlò della sua infanzia, della fattoria che suo padre aveva cercato di salvare durante la Depressione, e di come la terra fosse andata allo zio Johnny.
«E chi è?», domandai.
«Il fratello di mio padre».
«Non mi avevi mai parlato di lui».
«E perché avrei dovuto? Si è preso la fattoria. Non ne ha mai avuto cura. Io e papà lo facevamo, e se l’è presa comunque lo zio Johnny. Non l’ho più rivisto».
«Com’era?»
«E perché te ne importa? Sono io che sto morendo, non lui».
Aveva ragione, da vendere. Ma era comunque una sorpresa venire a sapere di un parente che non avevo mai conosciuto. I nipoti dello zio Johnny dovevano avere quasi la mia età. Mi domandai se loro sapessero della nostra famiglia, di me.
«Non ho paura di tutto questo», disse papà. «Non voglio che pensi che sto fingendo. Non è così, davvero. Se il dolore diventa troppo forte, ho nascosto mezzo flacone di Percocet. Lo prenderò tutto, con il whisky. Se il dolore diventa troppo forte».
«Capisco».
«Tua madre lo sa. Gliel’ho detto».
«È un piano di emergenza», dissi. «Non significa che lo farai».
Ci fu una lunga pausa nella nostra conversazione. Poi parlò di nuovo.
«Mi sorprende, non avere paura. Ho avuto una buona vita. Adesso scoprirò se esiste davvero un aldilà. Oppure se è solo un lungo riposo, del quale non mi accorgerò neppure. È difficile pensare al mondo senza di me».
Ci sono dei momenti, nella vita delle persone, in cui succede qualcosa di importante e loro non se ne rendono conto: l’ultima volta che prendiamo in braccio un figlio prima che diventi troppo pesante, l’ultimo bacio di un matrimonio finito, la vista di un panorama a noi caro che non vedremo mai più. Alcune settimane dopo, mi resi conto che quelle erano state le ultime parole di mio padre per me.
Il giorno in cui morì andai a casa un’ultima volta. L’autostrada si allungava davanti a me come se l’auto fosse una macchina del tempo che doveva riportarmi nel passato. Non mi piaceva il modo in cui stavo reagendo, perché non provavo niente. Non avevo pianto. Ero solo consapevole del peso delle mie responsabilità: primogenito, fratello maggiore, capofamiglia.
La madre di papà era morta nel 1984. Lui aveva cinquant’anni, ed era sopravvissuto a entrambi i genitori. Il senso di essere rimasto orfano lo portò ad affrontare la propria mortalità redigendo un testamento, che spedì a me e ai miei fratelli. Le disposizioni erano semplici: sarebbe andato tutto alla mamma. Se fossero morti insieme, avremmo dovuto dividere il patrimonio in quattro parti uguali.
Insieme al testamento c’era una lettera lunga e sconclusionata che parlava di oro e argento nascosti in casa. Per due pagine intere discuteva del suo rapporto col primo computer Macintosh disponibile sul mercato, entusiasta della sua bravura nel modificare i caratteri e nell’imparare a programmarlo da solo. Chiudeva dichiarando che affidava a me il contenuto del suo studio.
Ho stabilito che questo compito e onere debba ricadere su di te, Chris – e lo dico agli altri senza specificare il motivo. Ispezionare lo studio e smaltirne il contenuto spetta esclusivamente a Christopher J. Offutt, e questo è uuu-fficiale.
In una busta a parte, con il generale Douglas MacArthur come mittente, papà mi aveva spedito anche un testamento segreto, che approfondiva i dettagli della versione pubblica. Includeva una serie di istruzioni a proposito dei suoi romanzi porno, dov’erano nascosti e cosa farne. Un’ulteriore lettera chiariva le sue ragioni per non coinvolgere i miei fratelli: dopo averli valutati, ciascuno in modo poco generoso, li aveva trovati tutti carenti. Scrissi subito ai miei fratelli e sorelle, allegando una copia del testamento segreto per scongiurare qualunque ipotesi che stessi ricevendo un trattamento di favore. Loro non si scomposero, già annoiati dalla questione della pornografia e stufi dei segreti di mio padre.
Il testamento segreto spiegava il lungo interesse di papà per la pornografia. La differenza principale tra i suoi romanzi e quelli che si scrivevano adesso era nell’atteggiamento degli autori:
È ovvio che loro disprezzano le donne, o peggio, mentre a me hanno sempre fatto impazzire. Non sono un sadico: ho solo tendenze sadiche. C’è una bella differenza.
Continuava esprimendo la sua preferenza per la pornografia di epoca vittoriana e la sua deferenza per il marchese de Sade, che scrisse le sue dettagliate fantasie erotiche mentre era in carcere. Papà si lamentava dei recenti cambiamenti nel mercato, mentre ribadiva con decisione il proprio status:
La pornografia non è più quello che era ai miei tempi. Le immagini e le descrizioni di sadomasochismo e tortura sono diventate più violente e oscene. Le case editrici ottengono ciò per cui pagano: spazzatura.
Io sono stato un fuoriclasse nel mio campo, Christopher J., e non avrò eredi.
La lettera si chiudeva con una chiara esortazione a non creargli problemi facendomi uccidere. In questo caso, si sarebbe dovuto precipitare nel mio appartamento di Boston e cercare di recuperare proprio questa lettera.
Ormai ero abituato alle strane lettere di papà. Spesso erano firmate «John Cleve». Aveva iniziato a usare quel nome come pseudonimo per i romanzi porno, poi però era diventato un vero alter ego, quando ero ragazzo. La firma di Cleve era molto diversa dalle altre. Era meno formale, con lettere che si allungavano in curve gioiose e terminavano in un cerchio con una freccia, il simbolo del sesso maschile, del pianeta Marte e dell’elemento chimico del ferro. Le lettere di John Cleve erano piene di commenti provocatori sulle donne, mostravano un ricorso esuberante alla punteggiatura e a giochi di parole ricchi di senso dell’umorismo.
Negli anni successivi ogni tanto ricevetti qualche lettera a firma «Turk Winter», l’alter ego che alla fine prese il posto di John Cleve. La firma di Turk aveva uno stile altrettanto definito, con una linea orizzontale che tagliava entrambe le T e poi scattava...




