Patriarca | L'amore per nessuno | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 334 Seiten

Reihe: Nichel

Patriarca L'amore per nessuno


1. Auflage 2019
ISBN: 978-88-3389-064-7
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 334 Seiten

Reihe: Nichel

ISBN: 978-88-3389-064-7
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Scorre quieta e assurda la vita di Riccardo Sala, sceneggiatore televisivo a un passo dal fallimento, quando il destino (alias YouTube), sotto forma di una vecchia puntata del Costanzo Show, gli recapita l'illuminazione impossibile: fare un programma con Annamaria Franzoni. Un reality del dolore. Anzi no, di più, ci vuole la tragedia classica, ci vuole Medea. Medea di Euripide con la Franzoni, un serial tv: ecco la finzione che renderà ancora più insensata la realtà di Riccardo, creativo in affanno, scrittore disilluso, quarantenne fatalmente in crisi ma eroicamente palestrato, con una mantide religiosa per boss, una moglie catto-rompipalle che forse lo ama ancora, due figlie piccole che stanno sistematicamente imparando a disprezzarlo, un'amante diciannovenne italocinese (piuttosto sfuggente, per la verità), un amico nero che tutti chiamano Nairobi (ex leopardista riciclatosi come ghostwriter), un padre vedovo che si cura la depressione buttando i soldi di famiglia (l'eredità di Riccardo) dietro alle milf. Tra Roma e Milano, tra gangster albanesi esperti di filosofia morale e produttori televisivi deliranti immuni a qualsiasi forma di intelligenza, il progetto di questa nuova Medea - inquietante nella sua demenza ma profondamente incagliato in un Dramma - condurrà Riccardo nel cuore grottesco dell'attualità, dove regna l'amore per nessuno. O forse qualcosa di peggio.

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Prologo


Annamaria Franzoni solleva il mento tra le coste di un giubbetto jeans, un oggetto difficile da collocare, soprattutto in televisione, se non fra gli espedienti improbabili di una costumista in tilt. Allunga il collo dalla voragine di una camicetta a bande, optical leggero, stralcio di boutique: forse non ha capito la domanda, sposta gli occhi a sinistra, dondola un piede vagamente sexy nel sabot beige. Le sue mani stazionano su un punto nascosto dall’accavallatura delle gambe, come per vincolare il globo energetico del sesso all’angolo retto dei pantaloni blu, il colore – cosiddetto – della nostalgia. . Il mezzobusto di ragazzina che stempera col denim l’effetto psicotico delle righe sulla camicetta, il sottovita esce più tenue: look di provincia educata, pomeriggio sul corso, tutto chiacchiera-chiacchiera caffè-caffè e faccio tardi che ho i ragazzi in piscina. Ma si vede che le linee di forza della giovane madre dall’espressione buona e casalinga dipendono interamente dal proclama di quel giubbetto dall’aria disossata: sì, gente, non metto giacche, fusciacche, bluse. Sono venuta qui soltanto col mio dolore. Il resto è fantasia collaterale, delega al pubblico – conferma o smentita, giudicate voi.

L’intervista procede, il clima virato all’acido sotto i faretti di scena, lei perlopiù si lascia condurre, infila risposte di una diligenza scolare, sta lì protesa come un adesivo che si scolla dal frigo. . La frangia castana, saldata alle tempie, dietro le orecchie si rianima in un paio di hair flip anni Sessanta, forse troppo Sessanta: sapore eccessivo di riesumazione. . Una ciocca dirama irrequieta provocando un dissesto nell’insieme, che si può credere strategico. Barlumi grigi appuntati nel controluce, e sono gli occhi. La faccia-budino immersa nello sfondo blu elettrico del teatro Parioli. . Non possiede zigomi. . Inchiodata alle derive di un naso gobbuto. . Stressate regioni cutanee, rossore, ancora il naso e l’interferenza di un neo che brilla sulla bisettrice dell’inquadratura. Di fronte, il volto della Franzoni è un grande trapezio rovesciato, diventa un cuneo non appena il gioco delle diagonali incorpora la presenza delle orecchie a sventola – il peso di due cerchietti d’oro che trafiggono un lobo appena svirgolato.

«Allora, Annamaria, immaginiamo che dietro quella telecamera, o dietro questa, adesso non so Pietrangeli quale sceglie, ma... quale? Quella lì. Immaginiamo che dietro quella telecamera ci sia la persona che lei è convinta o suppone abbia... mh... quella mattina alle otto e mezza il trenta gennaio: gli parli».

Quando un eufemistico Maurizio Costanzo evoca la seconda telecamera lei si volta, e prima dello stacco consegna all’operatore un profilo che gonfia lo schermo. Gli spigoli del cranio s’intuiscono a malapena nel blister della faccia ma l’arco della mandibola emerge perentorio dall’orecchio alla punta del mento: siamo ortogonali alla macchina da presa. La buccia di Annamaria Franzoni, la crosta – di una stravolta potenza iconica (tra poco piangerà): dosso-cunetta-cunetta-dosso fino al giro della fronte, dissimulata nella frangia. . Pupille in stand by. Solo tangenze, contorni. Sagoma panoramica. Concavo-convesso. Il bianco elementare della cornea, e stop. .

Il cimitero di sigarette la piantò di esalare, addolcito da un grumo di saliva. Riccardo Sala aveva colato uno sputo nel posacenere (le pratiche abitudinarie di Riccardo, capitolo uno) mentre metteva in pausa il video di YouTube, adesso era lì che scrutava l’immagine straniata di Annamaria Franzoni e della sua frangia (il titolo che gli passeggiava per la testa era , con uno scavato, cristologico Charlton Heston). Salvò la pagina tra i preferiti assieme alle gallery di rachitiche pornostar amatoriali (, , ) e sgombrò la scrivania – un paio di libri andarono a pagine all’aria, sembravano gabbiani, ma no, era solo una stupida impressione.

La testa di Riccardo Sala ondeggiava fra una bottiglia vuota di Aperol e un tetrapak agli sgoccioli: avrebbe voluto rispondere col dovuto entusiasmo al sorriso vitaminico del pompelmo sulla confezione, ma il respiro era ingolfato da una congiura di colesteroli (transitoria, dai, momentanea – speriamo). La lampada Ikea dello studio proiettava un piano di luce piuttosto debole. Nel cono di quel bagliore smorto Riccardo si piegò per sistemare una scarpa. Alluce dolorante. Vestiva ancora come ai tempi dell’università, jeans perenni e sneakers a lunga conservazione. Vecchie chester di cotone, camicie da ex bellimbusto leggermente più spampanate della media dei bellimbusti: Scotch & Soda, Diesel, reperti di cataloghi annosi, sei o sette stagioni fa – in termini di moda, roba al limite dell’archeologia. La pena dell’adulto consacrato alla vita solitaria, l’affanno dei chilometri macinati dietro le linee nemiche, il tutto riassunto dai polimeri sbriciolati di mutande decennali. Eppure, a quarantaquattro anni, sotto una luce favorevole, era ancora un bel tipo. Scampato allo sterminio tricologico che aveva decimato la maggior parte dei suoi conoscenti barra coetanei, trasudava orgoglio per un ciuffo biondastro antigravitazionale: cementandogli le rughe poteva sembrare un surfista, o il George Michael di «Faith». Mara, quando stavano ancora insieme – cos’era? il Devoniano, il Cretacico – lo stressava perché tagliasse i capelli: a lei piacevano corti e spazzolosi, al contrario dei discorsi, che preferiva lunghi e inanellati, maledetta Sherazad.

Con una fitta languorosa dedicata all’ideale della Femmina Laconica, Riccardo si cullò per una manciata di secondi in quel , anche se gli avrebbe preferito un . Per fortuna no, non stavano più insieme, e purtroppo sì, erano ancora sposati. Fissò il volto della Franzoni. Erano le 00.57 e lui aveva appena concepito un’idea abbastanza sciocca, una di quelle rivelazioni insulse che non puoi lasciarti sfuggire, perché allentare le briglie dell’idiozia è l’ultima risorsa delle persone intelligenti ridotte allo stremo (gli aforismi di Riccardo, volume secondo).

Decise di riguardarsi tutto il video. C’era un passaggio superbo, quando la Franzoni buttava una lacrima dall’occhio sinistro, la raccoglieva con un’estroflessione della lingua e se la mangiava – o se la beveva, e insomma la faceva sparire in bocca, quella bocca che tra un singhiozzo e l’altro non la finiva di articolare spiegazioni: orari, minuti, coincidenze, porte, ciabatte, pigiami, fazzoletti, scuolabus... . Fu quella lacrima risucchiata da un gesto sospeso tra fame e noncuranza a fargli balenare il Germe: adesso stava seriamente valutando se inseguirlo fino alle estreme conseguenze. Fino a quel momento certe fantasie cocciute erano state più o meno la sua rovina, ma stavolta riuscì a convincersi che sarebbe andata diversamente – ... se solo fosse riuscito ad accorgersi in tempo, se solo fosse riuscito a mettere in fila le domande giuste. Ma esistono, poi, le domande giuste? Forse non esistono che domande retoriche.

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Le Grandi Incognite.

Alle quali rispondiamo con una breve presentazione di Riccardo Sala, o curriculum formato PowerPoint: dodici anni nell’ambiente delle produzioni televisive, spesi più che altro a mendicare l’attenzione di un prossimo generalmente distratto, a far viaggiare scartafacci da un ufficio all’altro, da un cestino all’altro, dodici anni impigliati nella falce di un punto interrogativo. Sul lavoro non era mai stato un fulmine di guerra. Mara, che ci teneva a illuminare di sentenze le zone nevralgiche del ménage coniugale, insisteva nell’imputare i suoi fallimenti a una lampante condizione di fondo: lui era , del genere carismatico, con saltuarie sterzate verso il coglione, e un coglione munito di carisma è un coglione al cubo, un fesso afflitto dalla determinazione, un designato procuratore di catastrofi. Di solito partoriva i suoi progetti in un’effusione di arguzie che avrebbero dovuto lasciare gli Altri stupefatti – in genere si trattava di complicati pachidermi che gli Altri, chissà perché, rinunciavano sempre molto volentieri a decifrare. Dodici anni di gregariato (), massimizzazione delle perdite (), masochistica elusione delle opportunità (). Finché non ti inciampa in un vecchio spezzone del . Sono botte di culo fisiologiche, quando passi la notte a ciondolare sul web. Schiarite provvidenziali nel buio variabile di una meteorologia sfigata. Il satori dei buddisti – con meno Siddhartha e tinte più mentali e riccardesche:

IL DRAMMA È GIÀ NEL PERSONAGGIO

CHE PREESISTE ALLA SCENA DEL DRAMMA

Bella frase, poteva attribuirla in maniera del tutto apocrifa a Péter Szondi o a Gilles Deleuze, o a un altro di questi intellettuali col buco nero del suicidio stampigliato sui cromosomi. Il fatto è che Riccardo non ragionava troppo...



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