Peyron | Il romanzo della rosa | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 212 Seiten

Reihe: Saggi

Peyron Il romanzo della rosa

Storie di un fiore
1. Auflage 2020
ISBN: 978-88-6783-288-0
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

Storie di un fiore

E-Book, Italienisch, 212 Seiten

Reihe: Saggi

ISBN: 978-88-6783-288-0
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Trentasette milioni di anni fa, la rosa compare sulla terra. L'hanno rivelato i fossili ritrovati in Oregon e in Colorado confermandoci che in tempi preistorici crescevano specie diverse di rose, le stesse presenti ancora oggi nell'emisfero settentrionale. La storia del fiore, dalla sua genesi a tutto il Settecento, è un'introduzione al cuore del libro di Anna Peyron, che comincia con una data precisa: il 21 aprile 1799, quando Marie Joseph Rose Tascher de La Pagerie, nata in Martinica in una famiglia creola di coloni bianchi francesi, compra una tenuta circondata da un parco. È Giuseppina Bonaparte, e sta comprando Malmaison. Qui allestisce un giardino ben presto più famoso del suo salotto, dove intesse relazioni, riceve imperatori e zar, circondandosi innanzitutto di architetti paesaggisti, botanici, zoologi, chimici, naturalisti, matematici che la aiuteranno a trasformare Malmaison in un luogo di armonia e bellezza. Dopo Giuseppina il romanzo continua con le rose cinesi che viaggiano nelle stive delle navi insieme al tè. Continua con le rose coltivate nei giardini d'America, persino di Alcatraz. Le rose degli English Gardens che traboccano di galliche, alba, centifoglie e muscose. Le rose nei giardini in Sudafrica sia pubblici che privati. E, per finire, le rose in Australia. Attraverso persone e luoghi, giardinieri e giardini, colori e profumi Anna Peyron ricostruisce una storia di rose, donne, uomini, artisti, scrittori accomunati da una sola grande passione.

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Ogni rosa è una persona,


La rosa è donna. Molteplice, complessa, misteriosa, cangiante, sorprendente, altera e generosa di sé, imprevedibile nella continua elaborazione di colori, forme, profumi sempre nuovi, scrigno di simboli, fonte ininterrotta d’ispirazione artistica e letteraria: sostanzialmente irraggiungibile nel mistero della sua bellezza assoluta, anche quando crediamo d’averla finalmente raggiunta. Sinonimo di amore, «quanto si mostra men tanto è più bella», leggiamo nell’.

Ogni rosa è una persona (sì, la parola è questa) unica per carattere, stile, portamento, storia, incanto e destino.

Abita il mondo da decine di milioni di anni, come se fosse nata perfetta, molto prima che l’uomo avviasse il suo tormentato e contraddittorio processo evolutivo. È il fiore regina su cui le civiltà d’ogni tempo e Paese hanno proiettato il loro desiderio di bellezza e di assoluto, elaborandolo in narrazioni, rappresentazioni, leggende, simboli, fantasie.

La ritroviamo nei versi di Omero, Saffo, Archiloco e Anacreonte, e nel palazzo di Minosse a Cnosso, nei vasi dell’antica Grecia. Di rose si entusiasma il re Mida, che pare possedesse una specie rara con sessanta petali.

La rosa è un po’ il logo della dea Iside, uno dei tanti nomi con cui si venerava la Grande Madre mediterranea. Plinio il Vecchio ci racconta in dettaglio quali rose amassero i Romani.

Dalla teologia alla letteratura, non c’è pagina senza rosa, emblema di perfezione e di infinito, di quell’Uno da cui tutto proviene e cui tutto converge. Il suo culto è universale. Un poeta persiano dell’anno Mille ci dà un consiglio: se hai due monete, con l’una compera pane per la tua fame, con l’altra una rosa per lo spirito.

Di rose fioriscono i versi di Petrarca e Cavalcanti, Ariosto e Tasso. «Toi et la Rose / La Rose pour un jour, Toi pour toujours», promette Ronsard, galantemente ipocrita, sapendo benissimo che la passione per le rose è ben più durevole di quella per gli amati. Al cadere delle foglie, Lorenzo de’ Medici ci invita a non lasciarsi sfuggire la struggente bellezza del «qui e ora»: «Vana cosa è il giovenil fiorire / Nostro solo è quel che è presente / né ’l passato più, e l’altro ancor niente / Cogli la rosa, o ninfa, or che è bel tempo». La rosa compare sessanta volte nei di Shakespeare, fiorisce in Goethe, Blake, Keats, Mallarmé, Wilde, D’Annunzio, Rilke, Eliot, Ungaretti, Pasolini, Eco. Nella grande arte, le rose di Lorenzo Lotto, Botticelli, Tiziano mandano un profumo d’eternità. Nel celebre ritratto di François Boucher, Madame de Pompadour è letteralmente ricoperta di rose. Siamo a metà Settecento, la rosa è già un .

La rosa è una lente attraverso la quale si può mettere a fuoco la storia del mondo. È un romanzo fluviale, tolstojano, che si snoda nei millenni e nei secoli, in un avventuroso ramificarsi di protagonisti e comparse, colpi di scena, sorprese, cadute e riscatti, in un continuo avvicendarsi di percorsi, esigenze, gusti, mentalità.

Sono proprio i momenti salienti di questo romanzo che Anna Peyron racconta con la competenza e la passione che ha maturato da quando, come racconta lei stessa, nel 1984 è stata folgorata dalle rose al Chelsea Flower Show e ha deciso di aprire un vivaio a Castagneto Po, sulle colline del Torinese che vanno verso il Monferrato. Un teatro a cielo aperto, che con gli anni è diventato un punto di riferimento ineludibile per tutti i fedeli della rosa.

La storia della rosa subisce una forte accelerazione quando, a partire dal tardo Cinquecento, con l’arrivo di piante e semi provenienti dall’Oriente o dalle Americhe, l’idea di giardino cambia radicalmente: diventa lo spazio in cui valorizzare ed esibire i prodigi botanici, le rose. Quella che si scatena è una vera febbre da collezionismo nel segno del favoloso e del raffinato, inseguendo nuovi colori e nuovi profumi. Al tradizionale impiego farmaceutico o culinario delle piante officinali si affianca l’uso ornamentale, destinato a favorire l’emozione estetica. Un piacere che si lega presto alla ricerca scientifica, all’elaborazione di nuovi metodi di produzione e di ibridazione, nel segno di una botanica sempre più empirica e sperimentale, mai soddisfatta dei risultati raggiunti, febbrile nel suo imporsi sfide continue.

L’eroina di questo nuovo corso è Giuseppina Beauharnais, la divina mondana della Martinica che nel 1796 diventa moglie di un giovane e ambizioso generale corso, Napoleone Bonaparte. Tre anni dopo, la futura «imperatrice botanica» acquista a Rueil, nei pressi di Parigi, un piccolo castello in rovina, circondato da un terreno incolto, già ricetto di briganti, e per questo chiamato la Malmaison.

Forse per onorare il suo terzo nome, che è appunto Rose, Giuseppina allestisce un parco che diventerà un vero modello per l’aristocrazia europea.

Una passione che verrà condivisa dall’imperiale consorte, che si vanta di essere anche un bravo agronomo e, sempre sensibile alle nuove tecniche, apre un giardino di acclimatazione dove possono attecchire le specie provenienti dal Nuovo Mondo. Anche questo può contribuire al consenso di cui ha bisogno.

Con l’ausilio di bravi fornitori, la frivola e spendacciona Giuseppina rivela insospettabili qualità gestionali: punta sulla qualità e la rarità, promuove i nuovi Ibridi di Rosa gallica, fa costruire serre, manda a svernare a sud le specie più delicate, studia, si documenta, segue le coltivazioni con scrupolo maniacale, dispone le novità botaniche e zoologiche lungo un sinuoso corso d’acqua, favorisce le visite, dona generosamente agli amici. Riesce persino ad aggirare il blocco navale imposto dal marito per far arrivare dall’Inghilterra le varietà agognate. È lei a lanciare sulla scena del gran mondo un pittore di straordinario talento, Pierre-Joseph Redouté, il «Raffaello delle rose», chiamato a illustrare con i suoi acquerelli le meraviglie botaniche della Malmaison. Redouté diventa il campione di un’illustrazione naturalistica di alta qualità, che non ha soltanto una funzione decorativa, ma diventa un importante contributo agli studi scientifici perché tramanda specie poi estinte.

Caduto l’Impero, la passione per le rose e per i giardini contagerà l’aristocrazia e la borghesia emergente di tutta Europa, scatenando una vera competizione, dalla San Pietroburgo di Maria, moglie dello zar Paolo I, alla reggia di Caserta di Carolina di Borbone.

Il culto delle rose investe l’arredamento, le tappezzerie, i mobili, le stoffe, le porcellane, l’oggettistica. Nasce l’uso di conferire alle rose i nomi di dame d’alto lignaggio, aristocratici, autorità politiche e militari, artisti, personaggi alla moda. I o rosómani si organizzano in scuole, associazioni, riviste. Vivaisti, ibridatori e collezionisti, creatori di roseti diventano delle vere celebrità: Descemet, Vibert, Hardy, la vedova Pommery (sì, proprio quella dello champagne), il barone Penzance, Desprez, l’ungherese Chotek, Noisette, i maestri lionesi come Cochet, Pernet e Meilland, Nabonnand, il catalano Dot, Winter, il botanico prussiano che “inventa” il parco di Villa Hanbury e lancia dalla Riviera la moda del fiore reciso che prende piede anche grazie allo sviluppo delle ferrovie. Tutti maestri dell’arte di stupire e meravigliare, sempre nel segno della più alta professionalità creativa, del rigore e della pazienza. I roseti diventano vetrine universali, laboratori scientifici e luoghi di spettacolo, come quello di L’Haÿ-les-Roses (1894) voluto da Jules Gravereaux, con il suo teatro di verzura che ospita musica, teatro, danza e poesia, e vede esibirsi Jean Cocteau, Isadora Duncan e Joséphine Baker.

è anche un romanzo del gusto, della mentalità, del costume, dei rapporti sociali, di una imprenditoria coraggiosa che continua a sperimentare.

Arrivano dall’Inghilterra personaggi che sembrano usciti da un romanzo di Dickens, come il Reverendo Pemberton, o le grandi dame giardiniere che Anna Peyron riconosce come sue maestre e fonte di continua ispirazione: Gertrude Jekyll, che propugna il giardino naturale e detesta le leziosità; Ellen Ann Willmott che resta per consacrarsi alle sue rose e dirige con mano severa una troupe di centoquattro giardinieri; Vita Sackville-West, la maga di Sissinghurst, l’irrequieta amica di Virginia Woolf che racconta delle sue passioni sull’«Observer». L’Inghilterra dei giardini come misura del vivere, dimensione di una eleganza intima, fatta di sobrietà e , della capacità di conciliare nello stile tradizione e curiosità per tutto quello che arriva da lontano.

La rosa è scrittura. Come accade sulla pagina, ciò che a noi appare naturale e spontaneo è frutto di calcoli rigorosi, di impegno paziente. In arte come in floricultura, come in ogni attività umana, non si può dare improvvisazione. La fantasia (la poesia) è anche metodo, applicazione, progetto, ostinazione combinatoria. Non è un caso che Italo Calvino sia figlio di una botanica e di un agronomo: per capirlo bisogna partire di lì. La creazione di nuove varietà richiede migliaia di «passaggi», altrettanti incroci che disegnano un albero genealogico che dà le vertigini. Ci vogliono anni di tentativi per approdare a nuove sfumature, a nuovi profumi, a specie sempre meno attaccabili dai parassiti. I maestri ibridatori sono diventati tecnici d’avanguardia che conservano il passo, il ritmo, il senso del tempo di un saggio zen.

La rosa è parola. Al suo fascino concorre la suggestione...



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