Savarese | Le cose di prima | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 182 Seiten

Reihe: Nichel

Savarese Le cose di prima


1. Auflage 2018
ISBN: 978-88-3389-010-4
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 182 Seiten

Reihe: Nichel

ISBN: 978-88-3389-010-4
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Si può ancora scrivere un melodramma? Adattare al romanzo l'impianto musicale di un altro tempo e di un altro linguaggio? È questa la coraggiosa scommessa tentata da Eduardo Savarese. Nella storia di Simeone, un adolescente colpito da distrofia muscolare, tutto sembra improbabile e quasi esotico, eppure pagina dopo pagina la condizione del protagonista si rivela in tutte le sue penose limitazioni e contrasti: l'inerzia forzata e il desiderio di crescita, il bisogno di essere amato e la difficoltà di esprimersi, l'incolpevolezza e il peso delle fratture causate ai rapporti familiari. La malattia isola e divide, rende i movimenti di ciascuno più deboli, inquina la dinamica dei sentimenti. La madre ha la voce stanca, nevrotica e isterica di chi vorrebbe riprendere a vivere, ma non ci riesce. Pierotta è la ragazzina depressa e instabile con cui Simeone duetta. Un professore di fisica quantistica, Filippo Pittari, il baritono brillante che si sforza di custodire un messaggio di equilibrio e di speranza, assumendosi persino un ruolo genitoriale. E in questo piccolo sistema solare che ubbidisce solo alle leggi della scienza c'è anche una vera soprano, la famosa Lea Hertzbush, la sola a steccare platealmente in pubblico. Ma è l'abbraccio di Thomas, il padre di origine siriana che lo ha abbandonato, che Simeone non smette di rincorrere. Per sapere se è un disertore o un eroe, e se per davvero nessuno può sfuggire al proprio destino. A loro due è riservato l'atto finale, sul fondale di una Gerusalemme immersa nella neve. Perché, come ha scritto Julian Barnes, soltanto il melodramma riesce ad andare dritto alla meta. E a rammentarci l'essenziale.

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Parte seconda
Principio di indeterminazione


Scena prima


Filippo era stato sorpreso dall’invito di Simeone di raggiungerlo a Napoli. Si conoscevano poco, c’era una grossa differenza di età, il ragazzo era costretto su una sedia: un insieme di circostanze scoraggianti. Quando, però, senza giri di frase, Simeone gli aveva raccontato del tentato suicidio di Pierotta e gli aveva espressamente chiesto di andare a Napoli, aveva cominciato a cedere. Ma a convincerlo definitivamente era stata la frase finale della chat con Simeone: «Proprio tu, che sei un fisico quantistico, non vuoi capire che l’interazione tra osservatore e oggetto osservato già di per sé modifica la realtà? Fammi da osservatore, ne ho bisogno!» Accettò, quindi, e decise di partire senza moglie per cominciare a conoscersi di persona.

Simeone non riusciva ancora a crederci. Elide lo aveva accompagnato all’appuntamento tenendo per sé uno stupore poco fiducioso.

C’era a Napoli una settimana di festival degli artisti di strada sul lungomare. Si erano dati appuntamento all’altezza dell’acquario.

Era pomeriggio inoltrato e l’aria si era rinfrescata. Il mare appariva agitato e grigio. Un gruppo di gitani stava cantando con voci sguaiate e allegre, e sua madre lo aveva lasciato al tavolo per guardarli da vicino. Tra gli spazi vuoti nel gruppo di passanti in ascolto, Simeone riconobbe improvvisamente Filippo.

Lo aveva visto soltanto in foto, ma era lui, senza alcun dubbio. Stavano l’uno accanto all’altra, il professore e sua madre, per un caso del destino. Simeone non lo chiamò e vide il volto di lei, di profilo, sorridere all’uomo. Fu turbato. Sorrisi sul volto di sua madre non se ne vedevano facilmente. Forse Filippo stava commentando la prestazione dei gitani, divertendola. Ora si stavano presentando.

Elide si voltò completamente verso Simeone e gli si avvicinò, seguita da Filippo. «Che dici, ritorniamo a casa? Anche se oggi è un piacere starsene al sole». Sembrava imbarazzata. Aggiunse, controvoglia: «Questo è... Filippo Pittari, giusto? Un professore di fisica, sta qui a Napoli per un convegno. Mio figlio, Simeone».

«Un nome importante». Filippo non volle togliergli il piacere di rivelare la verità.

Simeone rise, allegro. Il professore aveva una voce profonda, dall’accento siculo marcato e risonante. La barba leggera nascondeva guance piuttosto scavate, la carnagione era olivastra.

Filippo nascose la sorpresa ma era come intimorito dal giovane per via dei mesi passati a scriversi, in modo frammentato e strano, nel gruppo dei fisici sparsi. Quel senso di soggezione era accresciuto dalla presenza del ragazzo, una presenza come raddoppiata dalla quasi perfetta aderenza del corpo alla sedia. Provava una sensazione curiosa: non era un disagio dal quale avesse fretta di prendere congedo, anzi, la consapevolezza che quel corpo limitato e piegato fosse una boa a cui aggrapparsi era talmente chiara, benché immotivata, da fargli desiderare di restare lì, con lui (anzi, con loro).

Dal canto suo, Simeone temeva di risultare infantilmente sciocco a ridere a quel modo, per la situazione. Gongolò: «Filippo e io ci conosciamo da tempo su Facebook, e ci siamo dati appuntamento qui a Napoli. È lui l’amico siciliano di cui ti ho parlato».

«Ma è incredibile», sillabò Elide.

«Cosa è incredibile? È incredibile che possa conoscere persone nuove nonostante la sedia?», avrebbe voluto dire Simeone. Ma si morse le labbra.

«Sei nervoso oggi. Meglio tornare a casa».

«Non trattarmi come un bambino, mamma!»

«Sono gli strani casi della vita», disse Filippo.

Un’autoambulanza piombò nella villa comunale. Un’anziana signora aveva avuto un infarto e le si era formato un cerchio di persone intorno.

«Bisogna avere paura della morte?» Simeone si poggiò con le mani sul basamento di pietra davanti a sé.

«Ti dirò una banalità, Simeone. Per me, è solo una radicale trasformazione di stato che può dar luogo a una ricomposizione degli elementi di cui ciascuno di noi è costituito». Filippo osservò Elide. «Forse sono stato troppo complicato». Lei sbuffò.

«Sapete che c’è?», reagì. «Io vado al mare a godermi il sole».

Filippo rise. Simeone allungò il braccio verso di lui e lo sfiorò.

«Potresti accompagnarmi tu a casa?»

«Simeone, ci sono io».

«Lasci, Elide, mi fa piacere».

Simeone tolse i freni dalla sedia. «Puoi andare a nuotare, mamma, se vuoi».

Elide scosse il capo.

Filippo manovrava la sedia con difficoltà. Era impacciato, e dal volto traspariva la paura di commettere qualche sbaglio, di inciampare e far rovinare al suolo il corpo delicato del ragazzo. Quasi non scambiarono una parola.

«Quella cosa che hai detto della morte, si può dire anche dell’amore. Oppure no? Ma non dovrei parlare dell’amore, io».

«E perché mai, Simeone?»

«Non so cosa significhi».

«Non ti sei innamorato mai?»

«Molte volte». Simeone fece un gesto per fermare la sedia.

«Il problema, per uno come me», disse, girando un po’ la testa all’indietro, «è non essere ricambiato».

Quando furono giunti a casa, Filippo lasciò la presa, con le braccia indolenzite. Non lo invitarono a pranzo. Madre e figlio non ebbero bisogno neppure di guardarsi per capire che andarsene altrove, per Filippo, sarebbe stato il più grande sollievo.

«Va bene se ci sentiamo oggi pomeriggio?», gli chiese Simeone.

«Certo! Chiamami tu».

Simeone avrebbe voluto aggiungere altro. Ma percepiva la forte tensione di Filippo, il desiderio di andare via. Ci aveva fatto da tempo l’abitudine; a seconda delle capacità degli altri, e del grado di conoscenza reciproca, arrivava sempre il momento in cui il suo compagno di conversazione, come se avesse terminato la dose di ossigeno disponibile, voleva fuggire via.

«A più tardi», concluse Filippo. Ma già mentre si allontanava, lo attraversò un pensiero. E rimase acquattato nell’atrio di un portone, a riflettere.

Esistono coppie di variabili che sono in relazione tra di loro e che non possono essere definite simultaneamente in modo preciso, come posizione e velocità, tempo ed energia. L’indeterminazione è la natura di questa relazione: il principio di indeterminazione di Heisenberg afferma che, per ricavare la posizione esatta di una particella, l’osservatore perturba il sistema in modo tale che non è più possibile conoscerne con altrettanta esattezza la quantità di moto nello stesso istante, e viceversa.

Secondo il principio di indeterminazione, da un punto di vista concettuale, l’osservatore, cioè lo scienziato che compie la misura, non può mai essere considerato un semplice spettatore: il suo intervento nel misurare le cose produce effetti non calcolabili e, dunque, un’ineliminabile indeterminazione.

In base a tale principio, allo stesso modo, l’osservatore non può conoscere con esattezza l’energia di eventi che si verificano entro un breve intervallo di tempo; mentre eventi dei quali si può conoscere l’energia con precisione sono individuabili solo all’interno di un lungo intervallo di tempo.

In definitiva, probabilità invece di certezze.

Così, mentre era ancora nell’androne, Filippo sentì crescere l’insofferenza per il sollievo provato a lasciare il figlio malato e la madre nevrotica. Era venuto a Napoli per conoscere Simeone, ma gli era capitato di incontrare sua madre prima ancora di lui.

Non che Filippo attribuisse tali evenienze a fattori come il destino, la provvidenza, il caso. Si rifiutava di nominare il potere che sovrintendeva agli incontri umani. Ne prendeva solo atto e non si lasciava orientare da regole morali. Elide era una donna che gli aveva provocato un effetto profondo. Ne era rimasto affascinato, eccitato, incuriosito. Il sorriso d’infanzia che le era comparso sul viso mentre assistevano per caso insieme al canto gitano gli risuonava ancora come un dono inaspettato. E di sorrisi del genere, di sensazioni di appartenenza così nette e imprevedibili non aveva esperienza da tempo nella sua vita di scienziato un po’ stanco, piuttosto cinico e molto inquieto.

Ritornò quindi sui propri passi e bussò alla loro porta. Elide fece fatica a focalizzare il suo volto.

«Vorrei invitarvi a pranzo nel mio albergo. È una splendida giornata, io sono da solo, e sul terrazzo c’è un meraviglioso roof garden dove mangiare».

Filippo sentì la voce di Simeone dall’interno della casa che gridava: «E vai!»

Elide avrebbe voluto muovere delle obiezioni e stava per parlare, ma incontrò lo sguardo determinato e teso di Filippo, riprovò la stessa sensazione di benessere di quando erano in villa e per caso lui le si era fatto vicino. Tacque, e con un gesto lo fece accomodare.

Sistemò ciò che doveva, andò nella stanza di Simeone e lui le strizzò un occhio, complice. Si mise del rossetto e un foulard elegante, cambiò la borsa capiente con una borsetta di pelle lucida bianca, indossò scarpe col tacco e, con un’espressione nuovamente distesa, come nella frazione di tempo in cui Filippo l’aveva colta mentre si beava al sole, uscì dalla stanza.

Simeone e Filippo conversavano in salotto. «Pronti!», disse il professore. E...



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