E-Book, Italienisch, 222 Seiten
Sellers Vanessa e Virginia
1. Auflage 2013
ISBN: 978-88-7521-557-6
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 222 Seiten
ISBN: 978-88-7521-557-6
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Vanessa e Virginia è la storia di due donne: la celebre scrittrice Virginia Woolf, autrice di capolavori come Gita al faro e La signora Dalloway, e sua sorella Vanessa Bell, pittrice. Cresciute nel perbenismo vittoriano di una famiglia borghese di Londra, le due sorelle lottarono fin dalla gioventù per liberarsene, seguendo ciascuna la propria vocazione artistica; all'inizio del Novecento, intorno a loro si raccolse il famoso «Circolo di Bloomsbury», un gruppo di intellettuali e artisti che avrebbe influenzato radicalmente la cultura inglese ed europea. Il romanzo, narrato dalla voce di Vanessa e strutturato per capitoli che fotografano diversi momenti nella vita delle due sorelle, ripercorre il loro rapporto, segnato da complicità, gelosia, competizione, reciproci tradimenti e inestirpabile affetto. Dai giochi dell'infanzia ai primi esperimenti creativi, a un'età adulta segnata da matrimoni, amanti e figli, lutti dolorosi, successi e fallimenti - fino, nel caso di Virginia, alla depressione e al suicidio - veniamo trasportati in un mondo complesso e affascinante che Vanessa, in quanto pittrice, racconta con un occhio particolare per le luci, i colori, le immagini, mettendoci a volte davanti a quelli che sembrano veri e propri quadri di vibrante intensità. Susan Sellers, che studia e cura da anni l'opera della Woolf, ha saputo creare un ritratto accuratissimo della grande scrittrice e del suo ambiente, ma al tempo stesso la storia commovente e universale di due donne separate e unite dalla forza straordinaria della loro personalità.
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2
È Stella a svegliarci. La luce della sua candela proietta ombre spaventose sulla parete. Capisco immediatamente che la cosa è grave. Mi siedo sul letto, mi butto la vestaglia sulle spalle e mi infilo le scarpe. Tu ti avvolgi in uno scialle tremando per il freddo. Quando siamo pronte, seguiamo Stella nella stanza della mamma. Arrivate sulla soglia ci prendiamo per mano. Il papà è seduto su una poltrona accanto al letto, con la testa nascosta tra le mani. Il dottor Seton è in piedi vicino alla finestra e parla con George e Gerald. Due infermiere sistemano i cuscini della mamma. Quando entriamo, nella stanza cala il silenzio. Rimaniamo attaccate a Stella, che ci mette le braccia attorno alle spalle. George ci dice che dobbiamo dare un bacio alla mamma. Poi tende la mano ad Adrian e lo porta vicino a lei. Vedo Adrian che si china per baciare la guancia della mamma, aggrappandosi alle dita di George. Quando George ti porta al letto, gli occhi della mamma si aprono di scatto. Ti guardano calmi per qualche secondo. Poi si richiudono.
Tocca a me. Mi chino per baciarle la fronte e sento il terribile rantolo del suo respiro. Ho bisogno che mi dica qualcosa. Ho bisogno che mi spieghi cosa sta succedendo. Ho bisogno che mi dica che mi vuole bene. I suoi occhi rimangono serrati. Sento la mano di George sul mio braccio e mi lascio condurre via.
Mi siedo e fisso il pavimento. Non riesco a guardare il letto. Da fuori arriva il canto degli uccelli. Davanti a me c’è la toletta della mamma: guardo il suo portagioie, le sue fotografie, il suo taccuino, la sua penna. Lo specchio è angolato in modo tale che mi riflette l’immagine della mamma. Nella penombra la sua faccia è quasi trasparente. La osservo con attenzione, come se si trattasse di un quadro, noto il pallore della sua pelle, i capelli che si dividono sulla fronte. Cerco di decidere come disegnarla. Ha ombre scure sopra le orbite e l’arco del labbro superiore è così pronunciato che sembra quasi inghiottire il labbro inferiore.
Mi accorgo che la stanza si fa via via più luminosa. Sempre guardando nello specchio, vedo il dottor Seton che solleva il polso della mamma e conta i battiti. Annuisce e riposa il braccio accanto al corpo. Il papà lancia un urlo rabbioso, assordante.
Io esco di corsa dalla stanza.
Ci stringiamo l’una con l’altra in salotto senza sapere come andare avanti. Siamo figure prive di forma, di colore, di qualsiasi traccia di vita. Le tendine sono chiuse per non far entrare la gelida luce primaverile. George è seduto accanto al caminetto e piange. Gerald si fissa intontito le mani. Sentiamo provenire dal piano di sopra i singhiozzi disperati del papà. Stella entra nella stanza con una caraffa di latte caldo e una bottiglia di brandy. Tu fissi il fuoco con gli occhi spenti. Quello che è successo va oltre la nostra comprensione.
Beviamo il latte caldo. Già comincia a farsi strada in me l’idea che la morte della mamma si sarebbe potuta evitare. Immagino il dottor Seton, sempre di corsa, che lascia alle infermiere la cura dei suoi pazienti. Mi torna in mente il papà che sfinisce la mamma con le sue eterne pretese. Tu l’hai reso alla perfezione, descrivendo il suo becco famelico che la svuotava di qualsiasi energia. Ora i suoi strepiti non la toccheranno più.
La zia Mary ha un’espressione corrucciata, una faccia che vuole apparire contrita. Mi tende la mano e quando io gliela prendo lei mi stringe al petto controvoglia. Le perline di giaietto della sua collana mi si conficcano nella guancia.
«Povero tesoro» dice alzando gli occhi al cielo. Sa di canfora e crema idratante. Scorge Ellen che scende le scale e mi lascia andare per togliersi il cappotto. Poi mi conduce in salotto.
«Mi devi promettere» inizia a dirmi accomodandosi sulla poltrona accanto al fuoco, «mi devi promettere che ti rivolgerai a me quando avrai anche solo il minimo dubbio o il più piccolo problema». Si adagia comodamente sui cuscini alle sue spalle. «Ora, parliamo un po’ delle tue lezioni. Chi ti sta seguendo per il pianoforte? Conosco una maestra meravigliosa che sarebbe felicissima di poterti avere come allieva. Spero che la tua insegnante non sia sempre quell’orribile signora Watts».
È stato Sargent, anni dopo, alla Royal Academy, a dire che trovava i miei quadri troppo grigi. Eppure, quello che mi sembra evocare più da vicino questo periodo è tutt’altro che cupo. C’è una linea nera che attraversa la tela in diagonale, dividendo l’azzurro quasi monotono della parte superiore dal bianco torbido dello spazio centrale. Lavorando a questo quadro avevo negli occhi la sabbia e il mare, ma guardandolo oggi vedo qualcosa di diverso. L’azzurro è così nettamente staccato dal bianco che è come se il dipinto volesse ritrarre due mondi separati. In primo piano, in alto a sinistra, su uno sfondo di bianco sterile si staglia un triangolo giallo-marrone, probabilmente un sasso. Nella sua ombra sono sedute due figure. Una grande e una piccola. Dagli abiti e dalla postura si direbbe che si tratta di madre e figlia. Le figure ci danno le spalle e della mamma vediamo solo il dorso del cappotto e la tesa del cappello. La figlia è abbigliata in modo simile, anche se l’inclinazione del suo copricapo suggerisce una freschezza del tutto assente dalla sagoma della madre. L’astrattezza della forma dà un’idea di vuoto, come se la presenza vitale della madre si fosse in qualche modo esaurita. Di fronte alla coppia, sulla destra, vicino alla linea di confine, c’è una grande forma chiara. Davanti c’è una donna vestita di blu, con i capelli lunghi che le scendono lungo la schiena. Ai suoi piedi un gruppo di bambini accucciati, assorti nel gioco. Mi viene in mente la cabina in cui la mamma si cambiava al mare, ma rivedendo il quadro vedo una cosa diversa. Rivedendolo oggi, ciò che mi appare dominante in questo dipinto è lo splendore etereo di questo oggetto solitario. È come se la donna venisse divorata da quella luce. C’è la distesa spoglia sulla quale i bambini concentrano la loro attenzione, mentre la mamma si confonde in quel mare d’azzurro. Eppure io non ho mai immaginato la mamma in cielo.
«Ti manca?» Non appena pronuncio questa domanda capisco di aver sbagliato. Stella china la testa sul lavoro di cucito cercando di dissimulare la sua angoscia. Vorrei potermi rimangiare le parole, annullare il dolore che le hanno causato. Dalla morte della mamma, Stella mi è diventata indispensabile e io farei qualsiasi cosa pur di non vederla soffrire. So quanto è stanca. La sento di notte, quando si alza per prendersi cura del papà, per placare i suoi accessi di dolore. Ora è lei a mandare avanti la casa. Guardandola così china sul suo lavoro di cucito, mi accorgo che la linea del collo riecheggia la postura della mamma da seduta.
«Ginia ha gridato nel sonno anche ieri notte». Lo stratagemma funziona. Stella alza la testa e mi guarda.
«Sei riuscita a capire qualcosa di quello che diceva?»
«Non molto».
«Parlerò di nuovo con il dottor Seton». È chiaro che Stella è preoccupata. Non ho scelta: devo continuare.
«Mi pare che abbia detto: “Alzati, capretta, sta’ dritta”». Siamo due madri, unite nella sollecitudine per la nostra piccola.
«Chissà cosa avrà voluto dire». Stella prende le forbici e taglia un capo del filo. Solleva la camicia per vedere come è venuta.
«Sono più tranquilla, ora che il papà è d’accordo che Adrian non vada in collegio. Sarebbe stato troppo per lui». Piega ordinatamente la camicia e prende il capo successivo dal mucchio del rammendo.
«E tu, Nessa? Come va con il disegno? Mi è piaciuto il quadro dei gigli». Arrossisco compiaciuta. Il colletto su cui sto lavorando sembra improvvisamente circondato da un’aureola di luce. Penso ai gigli, l’intricato motivo ornamentale dei petali, le loro forme solide, simili a una tromba. Per la prima volta da settimane sento un barlume di speranza.
Sei in piedi sul davanzale, con le braccia tese come un angelo vendicatore. Mi fissi mentre vengo verso di te. Mi urli che se mi avvicino di un passo tu ti butterai giù sfondando la finestra. Con la mano cerchi un oggetto in grado di rompere il vetro. Per terra ci sono i resti di un piatto che hai scagliato contro il muro. Smetti di gridare e vedo che tremi. Lentamente, teneramente, ti lasci condurre a letto.
Faccio lo schizzo di una mela che Stella ha lasciato sul tavolo. Tu sei distesa prona e sembri addormentata. Ogni tanto ti sento gemere. Non mangi da due giorni. La luce entra dalla finestra proiettando strisce di ombra sul pavimento.
«Ci dissolverà tutti». Smetto di disegnare e alzo lo sguardo. Tu ti sei sollevata sui gomiti e guardi la luce che invade il tuo cuscino.
«Vuoi che chiuda le tende?» La mia voce è un sussurro. Queste sono le prime tue parole distinte da chissà quando.
«Sì».
Mi alzo e tiro le tende, poi vengo al tuo capezzale. Ti giri verso di me.
«Mi diceva di stare dritta». Pronunci queste parole come se fossero una domanda alla quale disperi di poter mai trovare una risposta.
«Secondo te gli uccelli cantavano per lei?»
Mi siedo sul letto e ti accarezzo i capelli. Tra le mie braccia ti sento vulnerabile come una bimba.
Per tre giorni a settimana posso fuggire. Oh, che folle felicità potermi sbattere la porta alle spalle e lanciarmi nel caos brulicante delle strade! Passo in bicicletta lungo Queen’s Gate con l’aria che mi sferza le guance. Incrocio coppie che passeggiano, governanti con i bambini, uomini in grisaglia diretti al lavoro, e ho la sensazione che la mia vita abbia uno scopo.
I banchi sono disposti a...




