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E-Book, Italienisch, 354 Seiten

Shakespeare Disabilità e società

Diritti, falsi miti, percezioni sociali
1. Auflage 2024
ISBN: 979-12-5982-141-6
Verlag: Il Margine
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

Diritti, falsi miti, percezioni sociali

E-Book, Italienisch, 354 Seiten

ISBN: 979-12-5982-141-6
Verlag: Il Margine
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Con rigore metodologico e un linguaggio accessibile, questo libro presenta una visione 'relazionale' della disabilità, sfidando lettori e lettrici a interrogarsi sulle questioni più urgenti - e gli aspetti cruciali - riguardanti la vita delle persone disabili nella società contemporanea, tra cui l'inizio e il fine vita, il ruolo dell'assistente personale e la sessualità, tematiche spesso trascurate in Italia. A volte gli studiosi appaiono più preoccupati di decostruire la categoria della disabilità fisica o intellettiva che non di cambiare le condizioni sociali delle persone con disabilità fisiche o mentali. Con Disabilità e società Tom Shakespeare offre al pubblico italiano un fondamentale contributo al dibattito scientifico e ai diritti delle persone disabili, presentando in questo libro una visione innovativa e 'relazione' della disabilità. Esplorando attraverso una 'lente' socio-relazionale temi spesso trascurati in Italia, come l'inizio e il fine vita, il ruolo dell'assistente personale e la sessualità, il volume invita lettori e lettrici a interrogarsi su questioni cruciali che riguardano le persone con disabilità nella società a noi contemporanea.

Ha insegnato presso le Università di Sunderland, Leeds e Newcastle e dal 2008 al 2013 ha lavorato per conto dell'Organizzazione Mondiale della Sanità alla realizzazione del Rapporto mondiale sulla disabilità (2011). Attualmente insegna Sociologia medica presso la University of East Anglia.
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Presentazione all’edizione italiana


Negli ultimi decenni la disabilità è divenuto un tema sempre più rilevante tanto nel dibattito sociale e politico quanto nel dibattito scientifico internazionale.

Il Primo rapporto mondiale sulla disabilità realizzato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e dalla Banca Mondiale (2011) ha stimato che più di un miliardo di persone vive con qualche forma di disabilità, cioè il 15% della popolazione del pianeta. C’è chi l’ha chiamata «la terza nazione del mondo» (Schianchi, 2009). Tuttavia, l’impatto della disabilità è ancora più ampio, dal momento che investe la vita quotidiana delle famiglie e di molte altre istituzioni sociali: la scuola e il mondo del lavoro, le organizzazioni culturali e ricreative, i servizi sociali e sanitari.

Sottoscrivendo la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità (2006), gli Stati, tra cui l’Italia, si sono impegnati a garantire e a promuovere la piena realizzazione di tutti i diritti umani e delle libertà umane fondamentali delle persone disabili mediante un loro attivo coinvolgimento nella definizione delle politiche e dei programmi di intervento. Nella messa a punto dei contenuti della Convenzione, come in precedenza per la Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute (ICF) da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO, 2001), i movimenti e le associazioni delle persone disabili hanno avuto un ruolo fondamentale, introducendo nel dibattito pubblico un nuovo approccio alla disabilità: il modello sociale (Barnes, 2012). L’idea di fondo è che l’esclusione sociale, la discriminazione e l’oppressione sperimentate dalle persone disabili non dipendano dalle limitazioni funzionali (fisiche, mentali, intellettuali o sensoriali) degli individui, bensì da barriere di varia natura, che ne impediscono la partecipazione alla vita sociale su una base di uguaglianza con tutti gli altri. Per dirla con lo slogan adottato dagli attivisti disabili: «È la società che ci rende disabili, non il nostro corpo».

Questa idea a molti, oggi, può apparire ovvia. Ma, quando fece la sua prima comparsa, nel Regno Unito, a metà degli anni Settanta del secolo scorso, per le persone disabili rappresentò un’intuizione rivoluzionaria, «la grande idea». Il sociologo inglese Mike Oliver, a cui si deve l’espressione «modello sociale», è ancora fermamente convinto che esso non sia né una teoria, né un’idea, né un concetto, bensì uno «strumento pratico» — una sorta di «martello» — da usare per «produrre un cambiamento sociale e politico» (Oliver, 2004). Il cambiamento consisteva nel rimuovere tutte le barriere, a partire da quelle economiche, che escludono le persone disabili dai vari ambiti della vita sociale. La rimozione delle barriere è ancora in corso, sotto la spinta di una percezione della disabilità e dell’identità sociale delle persone disabili che sta cambiando.

Il modello sociale è stato un potente strumento non soltanto di politicizzazione della disabilità, ma anche di «sfondamento culturale» in senso weberiano (Gray, 2009). In primo luogo, ha messo profondamente in discussione gli approcci convenzionali utilizzati per studiare la disabilità. Prima della sua comparsa, le scienze sociali (e la sociologia fra queste) si erano occupate della disabilità facendo proprio il quadro interpretativo del modello medico. La disabilità era considerata un deficit individuale, di natura biologica, per gestire il quale la società ricorreva alle istituzioni di welfare e in particolare ai servizi sociosanitari e riabilitativi. In buona sostanza, le scienze sociali si occupavano essenzialmente delle conseguenze sociali della disabilità senza però metterne in discussione i presupposti teorici. In secondo luogo, il modello sociale è stato l’«incubatore» dei disability studies che, a partire dagli anni Novanta, si sono diffusi in ambito accademico, soprattutto nel mondo anglosassone (Barnes, 2004; 2012). Al loro sviluppo hanno contribuito molteplici prospettive disciplinari (sociologia, politica sociale, economia, antropologia, filosofia, psicologia, pedagogia, storia, linguistica, letteratura, politica, media studies). Ad accomunarle è il precetto base del modello sociale: il rifiuto di considerare le menomazioni come il punto di partenza per l’analisi della disabilità e la focalizzazione sui processi mediante i quali la società produce l’esclusione delle persone disabili, nonché sugli interventi necessari per eliminarli (Goodley, 2011). Il moltiplicarsi di corsi universitari e centri di ricerca, la nascita di riviste dedicate e l’accumularsi di una vasta letteratura scientifica hanno consolidato i disability studies come campo di ricerca a livello internazionale.

In Italia, l’interesse per questo ambito di studi si è manifestato soltanto in tempi recenti, in modo particolare tra le discipline che annoverano la disabilità tra gli oggetti di studio privilegiati, come ad esempio la pedagogia. Sebbene nell’ultimo decennio i disability studies abbiano fatto breccia anche in altri settori disciplinari (la sociologia, la filosofia, il diritto, l’antropologia, la storia e l’economia), la loro diffusione nelle scienze sociali italiane è ancora oggi abbastanza limitata.1 Le ragioni sono molteplici. Tra queste vi è la perdurante influenza che la concezione medica individualista esercita sulle altre discipline, nonché il suo radicamento nel senso comune. Per lungo tempo, anche larga parte dello stesso mondo associativo della disabilità si è mostrato «impermeabile» alla nuova visione, cosicché il vivace dibattito che da almeno due decenni si è sviluppato all’interno dei disability studies è rimasto confinato nella cerchia degli attivisti disabili più impegnati e in un ristretto manipolo di studiosi.

Il libro che qui presentiamo al lettore italiano fornisce un’ampia e aggiornata panoramica delle diverse concezioni maturate nell’ambito dei disability studies e di alcune applicazioni nella vita sociale. L’Autore, il sociologo inglese Tom Shakespeare, è uno dei principali protagonisti del dibattito scientifico internazionale, a cui contribuisce con i suoi studi e le sue ricerche da più di due decenni, oltre a essere attivamente impegnato sul fronte dei diritti delle persone disabili.

La genesi del volume che il lettore ha tra le mani risale a una decina di anni fa. Nello stesso anno in cui veniva approvata la Convenzione ONU sui diritti delle persone disabili, Tom Shakespeare pubblicava il saggio intitolato Disability rights and wrongs (2006). Il volume, saldamente ancorato ai presupposti teorico-empirici che contraddistinguono la sociologia, analizzava a fondo il modello sociale inglese, cioè la versione «forte» di matrice materialista, la sua genesi e la sua evoluzione. Secondo Shakespeare, la «grande idea» che era stata all’origine del modello sociale aveva ormai esaurito la sua spinta propulsiva e si era «fossilizzata». Si era trasformata in un’«ideologia rigida», tanto sterile sul piano teorico quanto inefficace sul piano politico, e finanche un intralcio per lo sviluppo del movimento a favore dei diritti delle persone disabili. Da qui la necessità di una sua profonda revisione oppure il suo abbandono.

La tesi e gli argomenti contenuti nel saggio ebbero un effetto deflagrante non solo fra gli attivisti che avevano adottato il modello sociale come piattaforma di mobilitazione politica, ma anche all’interno dei disability studies, innescando un dibattito che è tuttora in corso. Di questo dibattito Shakespeare è una voce autorevole, spesso «fuori dai cori» dominanti, ma non isolata.

Disabilità e società rappresenta — per usare la metafora dell’Autore — il secondo «approdo» lungo la rotta intrapresa un decennio fa nel tentativo di offrire «una strada migliore per gli studi sulle disabilità» e «un compromesso fra la necessità di un cambiamento sociale radicale e il rigore intellettuale» (si veda l’Introduzione). Padroneggiando un ricco apparato bibliografico, Shakespeare ci propone con rigore metodologico e allo stesso tempo con un linguaggio chiaro e accessibile una mappa dettagliata, aggiornata e ragionata dell’odierno stato dell’arte sui disability studies.

Oltre a una revisione e riorganizzazione dei contenuti della precedente edizione inglese del 2006, in Disabilità e società Shakespeare prende in esame un’ulteriore variante del modello sociale: gli «studi culturali sulla disabilità», che si sono sviluppati soprattutto negli Stati Uniti, sulla scorta dei filoni di pensiero post-strutturalista e post-moderno che vanno per la maggiore in molti contesti accademici. I promettenti insight offerti da questo approccio consentono di estendere la comprensione della disabilità ad aspetti trascurati dalle prospettive materialiste. Come gli riconoscono anche i suoi critici, a differenza degli esponenti del materialismo, Shakespeare non liquida in maniera sommaria gli apporti teorici provenienti dalla crip theory, dalla queer theory e dagli studi sull’abilismo. La sua attenzione si concentra su alcuni temi salienti, quali ad esempio il ruolo delle rappresentazioni culturali nei processi di discriminazione e oppressione sociale delle persone disabili e i parallelismi con altri gruppi sociali oppressi resi possibili dall’accostamento del concetto di «disabilismo» (disablism) con quelli di razzismo ed eterosessimo. Tuttavia, essendo prive di una validazione sul piano empirico, le aspettative di una migliore comprensione della disabilità sono disattese e confinate a livello teorico, suscitando in...



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