E-Book, Italienisch, 239 Seiten
Reihe: collezione Sur
Smith Gliff
1. Auflage 2025
ISBN: 978-88-6998-482-2
Verlag: SUR
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 239 Seiten
Reihe: collezione Sur
ISBN: 978-88-6998-482-2
Verlag: SUR
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Ali Smith (Inverness, Scozia, 1962) è autrice di cinque raccolte di racconti e numerosi romanzi, fra cui compaiono nel catalogo SUR il Quartetto delle stagioni (Autunno, Inverno, Primavera, Estate), Coda, L'una e l'altraVoci fuori campo. Ha vinto alcuni dei maggiori premi letterari britannici, fra cui il Costa Book Award, il Women's Prize for Fiction e l'Orwell Prize per la letteratura politica, ed è stata ben quattro volte finalista al Booker Prize, nonché finalista al Premio Strega Europeo nel 2017.
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Prendemmo un treno per un’altra città. La città non era lontana, ma Leif disse che non era nemmeno vicinissima. Per tutto il viaggio rimase in silenzio, seduto accanto al finestrino su cui il riverbero del sole era così abbagliante che se guardavo Leif mi facevano male gli occhi.
All’arrivo, quando superammo i varchi e uscimmo dalla stazione e ci fermammo sotto il sole in attesa che Leif ci dicesse dove andare, lui annunciò che dopo averci ragionato bene aveva tratto le sue conclusioni e finalmente aveva deciso.
No!, dicemmo noi due in coro.
Vogliamo venire anche noi, disse mia sorella.
Perché non possiamo?, dissi io.
Perché è più facile così, rispose lui. Pensateci. In questo modo io viaggio più leggero e posso tornare prima insieme a lei.
Era vero che ci era già capitato, nei vari porti, aeroporti e frontiere, di trascorrere ore dentro una stanza mentre in un’altra c’era gente in divisa che verificava l’identità di Leif perché il fatto che viaggiasse con noi e noi con lui senza che fossimo parenti destava sospetti, e per questo genere di cose spesso si rischiava di perdere il volo o la nave, a meno che non eri così ricco da poterti permettere di superare i controlli alla frontiera senza essere sottoposto a verifiche.
Ti stai liberando di noi come un serpente che si sfoglia della vecchia pelle, disse mia sorella.
Non si sfoglia, la corressi. Si spoglia.
Cominciò a canticchiare , sulle note di una vecchia canzone che s’intitolava Shake It Off.
Mi stai dando della serpe?, disse Leif. Mosse le braccia come se fossero due serpenti aprendo e chiudendo le mani per fare le fauci e allo stesso tempo fingendo di non rendersene conto.
Io e mia sorella non ridemmo.
Dovremo stare in un posto insieme a gente sconosciuta?, chiesi.
Leif lasciò cadere le braccia lungo i fianchi.
Allora, mi è venuta un’idea, disse.
Rimanemmo nel parcheggio della stazione mentre lui telefonava a qualcuno che conosceva qualcun altro che aveva una casa in questa città dove potevamo rimanere per un po’.
Ma se mentre tu non ci sei vengono quelli che vogliono mandarci via, e ci trovano?, chiese mia sorella.
Non succederà, disse Leif.
Come fai a saperlo?, gli dissi io.
Come farebbe questa gente a sapere dove siete?, disse lui. O chi siete?
E se a dirgli chi siamo e dove siamo fossero quelli che si devono occupare di noi?, dissi.
Non succederà nemmeno questo perché non ci sarà nessuno che si occuperà di voi: sarete voi a occuparvi di voi, disse.
Ah, dissi io.
Davvero?, disse mia sorella.
Siete abbastanza grandi e responsabili ormai da riuscire a farlo per un breve periodo di tempo, giusto?, disse lui.
Sì, dissi. O almeno, io sì.
Appena arriviamo alla nuova casa glielo dici a mamma dove siamo?, chiese mia sorella.
Secondo te?, disse Leif.
Esatto. Secondo te?, chiesi anch’io.
Nonostante ciò sentivo lo stomaco che mi si torceva.
Mentre raggiungevamo a piedi la nuova casa Leif si fermò in un negozietto di alimentari perché c’era qualcuno che doveva dargli qualcosa. Noi ci sedemmo ad aspettarlo fuori, sul marciapiede.
Leif se ne va, fece mia sorella.
Non per molto, le dissi.
Lo dissi al mio stomaco.
Leif ci lascia, disse lei.
Scossi la testa come se io fossi insofferente e lei fosse insopportabile.
Ma forse aveva ragione, forse Leif ci stava lasciando, in blocco, compresa nostra madre. Forse non sarebbe mai più tornato. Forse voleva viaggiare così leggero da non lasciare nessuna traccia di sé e uscire per sempre dalle nostre vite. E poi forse mamma, se fosse tornata a casa, quando fosse tornata a casa, per conto suo, non avrebbe avuto la più pallida idea del nostro trasferimento e sarebbe andata dritta in quella che era stata la nostra ultima casa, senza trovarci, perché eravamo in un posto di cui lei non aveva la più pallida idea e noi non avremmo avuto la più pallida idea di dov’era lei.
Se Leif non torna, dissi, telefoneremo a mamma.
Ma noi il cellulare non ce l’abbiamo, disse lei. Non ce l’ha nemmeno mamma.
Chiederemo a qualcuno di prestarcelo per un minuto dicendogli che gli paghiamo la telefonata e chiameremo Alana, dissi io.
Mi ripetei mentalmente il numero di Alana. E se il telefono di Alana è fuori servizio o se non risponde nessuno, pensai senza dirlo, lasceremo un messaggio. E poi chiameremo l’art hotel. E se sarà proprio necessario possiamo sempre tornare indietro in treno, è solo mezz’ora di viaggio, e avvisare gli Upshaw, nel caso lei dovesse andare a cercarci lì, e così magari loro l’avvisano, magari il signor Upshaw l’avvisa.
Pensai e ripensai ad altre cose da fare e a come farle. E questi pensieri mi si allargavano tutto intorno come le reti che gli acrobati in cima al tendone del circo hanno sotto le funi e i trapezi per proteggerli se cadono.
Leif ci lascia, Leif ci lascia, cantilenava mia sorella sottovoce al mio fianco, battendo ritmicamente il tallone contro il marciapiede.
Leif uscì dal negozio con quattro sacchetti di plastica pieni di scatolette. Disse che aveva calcolato quante ce ne sarebbero servite per ogni pasto, compresa la colazione. Disse che le scatolette che aveva comprato quasi sicuramente coprivano un tempo più lungo di quello che ci avrebbe messo davvero per arrivare lì e riportare indietro mamma, ma siccome non si poteva mai sapere lui ne aveva comprate a sufficienza per coprire un tempo massimo. E ci aveva comprato anche qualcos’altro. Si spostò tutti i sacchetti in una mano, s’infilò la mano libera nella tasca della giacca e tirò fuori un apriscatole nuovo.
Meno male, perché nella casa non c’era niente. Nel senso che era vuota, non c’erano nemmeno delle credenze o dei cassetti dove mettere le scatolette o l’apriscatole, non c’era un mobile che fosse uno. Leif aprì la porta e noi entrammo di corsa facendo il rumore che fanno le persone in una casa vuota. Correvamo sulle assi del pavimento e su e giù per le scale di legno, sembrando più grandi e più piccoli allo stesso tempo, e quando ci chiamavamo da una stanza all’altra le nostre voci avevano l’eco. Di stanze ce n’erano più che a sufficienza. Tre al piano di sopra e tre al piano terra, senza contare il piccolo ingresso. Non avevamo mai visto una casa con così tante stanze. Solo il punto in cui avevamo lasciato i cappotti appesi al pilastrino di legno in fondo alle scale e le borse sul pavimento aveva un’acustica un po’ più simile a un posto normale, se parlavamo restando vicini alle nostre cose.
Leif fece il giro della casa andando di stanza in stanza. Provò ad accendere tutte le luci. Abbiamo la corrente!, disse quando il primo interruttore subito funzionò. Le lampadine illuminarono il nulla delle stanze e il rosa tenue delle pareti senza carta da parati e senza vernice. Al piano di sopra c’era un bagno. Era vecchio e la ceramica della parte inferiore del water era rotta. Leif controllò se funzionava. Funzionava. C’era una vasca, più nuova del water, più pulita. I rubinetti funzionavano. Funzionavano anche quelli del lavandino. L’acqua usciva fredda. Al piano terra, in una stanza in fondo alla casa, c’era un lavandino più grande. Anche lì l’acqua era fredda.
Leif tolse dalla plastica il piccolo bollitore che aveva comprato e lo riempì d’acqua. Lo collegò alla presa di corrente. Funzionava.
E c’è anche un piccolo giardino sul retro, disse mentre s’infilava la giacca sulla soglia della porta d’ingresso.
Tirò fuori dalla tasca un mazzo di chiavi e ce le mostrò.
Questa chiave piccola deve essere della porta sul retro. E questa lunga è per la seconda serratura.
Mi diede le chiavi e si mise lo zaino in spalla. Dalla tasca interna della giacca tirò fuori un rotolo di banconote tenute ferme con un elastico e mi diede anche quello.
Ma torneremo molto prima che finiscano le scatolette, disse. Perciò questi contanti sarebbe meglio evitare di spenderli, se possibile. So che sei in gamba a gestire i soldi.
Uscimmo insieme a lui sul marciapiede. Si tirò dietro la porta. Per riaprirla c’era bisogno della chiave Yale perché era scattata la serratura.
Aprila tu, mi disse.
Mi osservò mentre lo facevo. Poi la richiuse e mi disse di dare una doppia mandata e di riaprirla, questa volta usando entrambe le chiavi. Dopodiché fece fare lo stesso a mia sorella, anche se io misi subito in chiaro che le chiavi le avrei tenute io.
Lui spalancò le braccia.
Comportatevi bene, mi raccomando, disse.
Io e mia sorella rimanemmo fuori dalla porta chiusa a chiave e lo guardammo finché non arrivò in fondo alla strada. Di lì si girò e ci salutò con la mano. Lo salutammo anche noi e continuammo a farlo finché non scomparve alla vista e noi ci ritrovammo a salutare la curva vuota della strada senza uscita e la zona adiacente delimitata da una recinzione di lamiera ondulata.
Per un po’ rimasi a guardare la strada senza di lui, giusto per abituarmi alla sua assenza e al nuovo posto, e...




