E-Book, Italienisch, Band 54, 224 Seiten
Reihe: I Miniborei
Stark Il mio amico Percy e Buffalo Bill
1. Auflage 2025
ISBN: 978-88-7091-748-2
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, Band 54, 224 Seiten
Reihe: I Miniborei
ISBN: 978-88-7091-748-2
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
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Ulf Stark (1944-2017) è stato uno dei più influenti scrittori svedesi per l'infanzia e tra i più amati dai giovani lettori. Pubblicato con successo in tutto il mondo, ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui l'Astrid Lindgren Award, il Deutscher Jugendliteraturpreis, l'Augustpris, il Nordic Children's Book Prize. Tra i suoi libri pubblicati da Iperborea, 'Sai fischiare, Johanna?', vincitore del Premio Andersen 2018, 'Tuono', 'Piccolo libro sull'amore', 'Il club dei cuori solitari', Ia serie sulle avventure del piccolo Ulf e gli albi illustrati da Linda Bondestam 'Animali che nessuno ha visto tranne noi' e 'Piccolina tutta mia'. 'Il mio amico Percy e Buffalo Bill' fa parte di una trilogia che comprende 'Le scarpe magiche del mio amico Percy' e 'Il mio amico Percy e lo sceicco milionario'.
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4. Ispeziono le braciole del nonno e mi ritrovo abbracciato a un pesce
Io e mio fratello dormivamo nella cabina delle signore.
La casa dei nonni era fatta quasi tutta di vecchie cabine di navi che il nonno aveva fatto trasportare fin lì su grandi chiatte. Poi le aveva messe insieme e trasformate in sala, cucina e tutti gli ambienti necessari. Lui occupava la cabina del capitano, la mamma e il papà dormivano nel salone di poppa e la nonna in sala da pranzo. E io e mio fratello, come già detto, nella cabina delle signore. Però non l’avremmo mai ammesso davanti a nessuno, nemmeno sotto tortura.
Così dicevamo a tutti che dormivamo nel Salone bianco, visto che era una stanza tutta bianca. Solo intorno alla finestra correva un listello azzurro. E qui e là, sulle pareti, erano dipinte delle imbarcazioni in balia del mare grosso. Erano vaporetti, velieri e navi da guerra.
La mia preferita era una cannoniera grigia in mezzo alla tempesta.
«E dodici», sussurrai.
Eravamo nel letto a castello con le orecchie tese a contare le scoregge del nonno. Si sentiva tuonare come se le corazzate sulle pareti si fossero dichiarate guerra e sparassero a raffica con i loro cannoni.
Il nonno sembrava arrabbiato perfino quando dormiva.
«Questa qui era un’autentica bomba», commentò Janne.
Classificavamo le scoregge secondo una scala graduata ideata da noi, che andava dai venticelli da zanzara, quasi impercettibili all’udito, alle cannonate tonanti.
«Tredici», contai. «Mi sa che stanotte batte il suo record personale.»
«Cavoli, dovrebbe presentarsi alle olimpiadi.»
«Già, o unirsi al coro della chiesa. Ha una pancia che sembra una zampogna.»
«Quattordici», contò Janne.
«È il suo record», dissi. «Mi sa che adesso si ferma.»
«Già», fece mio fratello, deluso.
Invece in quel momento ne arrivò un’altra: una fioca scoreggina da moscerino, in realtà, che però fu convalidata lo stesso, visto che l’insindacabile giuria era composta solo da noi. Ci mettemmo a sussultare per le risate, con la bocca contro il cuscino per non farci sentire. Poi il nonno cominciò a russare. All’inizio in maniera discreta, come un rasoio elettrico, ma poco dopo come un Evinrude a dodici cavalli.
«Ecco, adesso finisce il divertimento», disse Janne.
«Sì. Senti, sai per caso dove si possono trovare dei coleotteri?»
«Taci, adesso. Dormiamo», rispose infilando la testa sotto il cuscino.
Io però rimasi a pensare a Pia, con gli occhi fissi al soffitto. In mezzo al russare del nonno mi parve di sentire la sua risata rauca, ma in realtà stavo già dormendo.
Nei giorni successivi, io e Klasse cercammo coleotteri dappertutto.
Frugavamo in mezzo ai ceppi nella legnaia del nonno a caccia di bostrici e cerambici. Andavamo carponi sul prato del maestro di scuola in cerca dei piccoli punteruoli, difficili da individuare. Intanto potevamo almeno ascoltare un po’ di musica, dato che il maestro elementare suonava il pianoforte con la finestra aperta. A volte cantava. E a volte tossiva.
Poi ci spingemmo più in là. Passammo davanti al vecchio bunker lungo la strada provinciale. Fuori, sull’erba, c’era Leffe con la sua sorellina e un mucchietto di pigne in cui stavano infilando dei bastoncini.
«Cosa fai?» chiesi. «Costruisci degli animali con le pigne?»
«Ma che animali e animali!» disse lui. «Sono bombe a mano!»
E ce ne lanciò addosso alcune facendo bang bang con la bocca. Poi però, quando ci fummo allontanati un po’, lo sentii fare muuuu.
«E adesso?» chiesi.
«Andiamo a vedere se nel mucchio del compost di Österman c’è qualche scarabeo rinoceronte», rispose Klasse.
Uno c’era. Sonnecchiava sotto una foglia di cavolo mezza marcia.
«Guarda che roba!» esclamò Klasse. «Un maschio! Che fortuna sfacciata!»
Stava indicando il corno che spuntava dalla testa. Lo scarabeo aveva l’aria minacciosa, quasi come un minirinoceronte tutto nero. Klasse disse che le larve potevano metterci fino a cinque anni a diventare insetti adulti. Sapeva anche che si cibavano di vegetali marci e stavano svegli solo di notte. Tirò su l’insetto e gli grattò la pancia per tranquillizzarlo.
«Sai qual è il bello di quando si sta con te?» chiesi.
«No», rispose lui mettendo l’insetto in un barattolo di etere, in modo che potesse morire in pace.
«Che si imparano un sacco di cose. Ne abbiamo raccolti abbastanza, adesso?»
«No, me ne mancano almeno otto. Facciamo una pausa sigaretta?»
«Non c’è tempo», risposi, perché stavo pensando a Pia: dovevamo sbrigarci a trovare tutti i coleotteri, visto che poi volevo accompagnarla a pescare.
«Io dovrei andare a casa a mangiare», disse Klasse.
Allora mi venne in mente che dovevo andarci anch’io. Così facemmo la pausa. Klasse si fumò la sigaretta, facendo del suo meglio per fingere di godersela. Io mi accontentai di inspirare il meraviglioso odore stantio del compost. Dalla stalla poco più sotto arrivava un gran frastuono, come se qualcuno battesse forsennatamente con una mazza. Invece era solo Carbone, il cavallo pazzo di Österman, che scalciava come un matto contro la parete della stalla. Lo faceva continuamente. Scalciava finché non si rompeva il legno.
«Mi sa che tra poco il nonno dovrà venire a inchiodare un paio di assi nuove», dissi.
«Di sicuro», fece lui.
Ci incamminammo insieme, poi le nostre strade si divisero.
«Ci vediamo dopo mangiato, così cerchiamo ancora un po’», disse Klasse.
«Sì, mi è venuto in mente un ceppo dove possiamo cercare.»
«Bene.»
Restammo d’accordo che ci saremmo trovati lì alle due.
A pranzo mangiammo tutti una scodella di latte fermentato con le briciole di pane croccante e la confettura di mirtilli rossi. Tranne il nonno, che invece si fece fuori due braciole con patate. Il latte fermentato lui lo teneva per merenda, quando lo mangiava con lo zenzero. Stava per infilzare una delle due braciole quando tirai verso di me il suo piatto. Presi la lente d’ingrandimento e osservai le due fette di carne.
Ingrandite, non avevano affatto un bell’aspetto. Le toccai con il cucchiaio.
«Cosa stai facendo?» tuonò il nonno.
«Sì, cosa stai facendo, me lo spieghi?» chiese mio fratello.
«Controllo soltanto che non ci siano dentro degli insetti.»
«Ma che razza di insetti vuoi che ci siano nelle mie braciole?» disse il nonno.
«Potrebbero esserci dei dermesti del lardo. A loro piace la carne. Sulle ali hanno delle fasce seghettate con delle macchioline nere.»
«Maledette bestiacce!» esclamò il nonno. «Ne vedi qualcuna?»
«Purtroppo no», risposi.
Ma non bastò. E neanche bastò che papà spiegasse che tanto con la cottura sarebbero morte. Il nonno aveva trovato l’ennesima specie animale da odiare. Masticava come se volesse stritolarle con i denti.
Quanto a me, mangiai in fretta, perché la pendola nell’angolo segnava quasi le due.
«Mamma mia, come sono pieno», dissi. «Adesso posso avere i soldi dei bruchi, nonno?»
«Quanto sarebbe?»
«Due corone.»
Pescò i soldi dal borsellino. Io li presi e corsi via. Ero di fretta. Lo ero sempre, d’estate. Questa volta però avevo ancora più fretta di arrivare al ceppo.
Era il grosso tronco di abete accanto alla panetteria.
Klasse arrivò poco dopo di me.
Gli avevo detto che sicuramente doveva essere abitato da qualche coleottero cardinale. A loro piace la corteccia. In realtà, però, volevo andare lì perché verso quell’ora Pia passava a prendere il pane. È che ogni tanto avevo bisogno di vederla, altrimenti non ce la facevo. E adesso mi era venuta un’idea.
«Qui non c’è niente. Andiamocene», disse Klasse dopo un po’.
«Ma dobbiamo cercare bene. Cominci a essere un po’ troppo sbrigativo, Klasse.»
Per fortuna Pia arrivò in bicicletta proprio in quel momento. Appoggiò la bici allo steccato e si incamminò verso la panetteria.
«Ehi, ciao, cosa ci fai da queste parti?» dissi.
«Quanti ne avete messi insieme?» chiese lei.
«Quasi trenta», risposi. «Che caldo che fa, eh?»
«Già.»
«Vuoi un gelato?»
«Se me lo offri tu, va bene.»
Glielo offrii. E lo offrii anche a me stesso e a Klasse, dopo che lei ebbe comprato il pane. Poi restammo accanto alla sua bici a leccarci il gelato in tutta tranquillità. Io me ne ero preso uno al pistacchio con lo stecco e loro un cono ciascuno.
«Mi è venuta in mente una cosa», dissi. «Ormai abbiamo cercato quasi dappertutto, ma forse sulle isole ci sono altri tipi di coleotteri. Potremmo accompagnarti e cercare mentre tu peschi.»
«Ma come ho fatto a non pensarci!» esclamò Klasse.
«Anche a me è venuto in mente solo adesso», dissi io.
«Va bene, facciamo così», concluse Pia.
«Diciamo domani?» chiesi.
«Ma sì, dai», fece lei.
Guardandola scomparire dietro la curva con il sacchetto del pane sul portapacchi, ringraziai il mio cervello per la sua genialità.
«Grazie», sussurrai. «Grazie mille.»
Il giorno dopo andammo a pescare. Pia poteva usare la barca di suo padre quando le pareva,...




