E-Book, Italienisch, 716 Seiten
Reihe: Classici
Stendhal La Certosa di Parma
1. Auflage 2025
ISBN: 979-12-5649-172-8
Verlag: Mattioli 1885
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 716 Seiten
Reihe: Classici
ISBN: 979-12-5649-172-8
Verlag: Mattioli 1885
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Stendhal (1783-1842), pseudonimo di Marie-Henri Beyle, è stato uno scrittore e letterato francese. Amante dell'arte e appassionato dell'Italia, dove visse a lungo, viene ricordato soprattutto per i romanzi Il rosso e il nero (1830) e La Certosa di Parma (1839). Con Balzac, Dumas, Hugo, Flaubert, Maupassant e Zola, Stendhal è uno dei maggiori rappresentanti del romanzo francese del xix secolo e anche uno dei primi e principali esponenti del realismo.
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IL “RITORNO” ALLA CERTOSA DI PARMA
di Giovanni Fracasso
Amo soprattutto Stendhal perché solo in lui
tensione morale individuale,
tensione storica, slancio della vita sono una cosa sola,
lineare tensione romanzesca.
ITALO CALVINO
A noi che toccherà in sorte? Tutto. Poiché questa è
la misteriosa virtù di noi stendhaliani,
di avere la nostra propria sorte nella sorte di tutte le cose,
dalle massime alle minime, e di essere noi soli come voleva essere Nietzsche, come una volta erano gli dèi:
dappertutto e in nessun luogo.
ALBERTO SAVINIO
Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, il fervore della ricostruzione post-bellica contagiava anche il cinema europeo: nuovi film, nuove produzioni. Nel 1947, il regista Christian-Jacque1 cominciò a lavorare a un film su La Chartreuse de Parme, avvalendosi del sostegno di una solida co-produzione italiana e francese. Il film, in bianco e nero, fu girato principalmente negli studi di Cinecittà, poi a Milano e sul lago di Como. Arrivò nelle sale cinematografiche nel 1948: in Italia il 21 febbraio e in Francia nel mese di maggio, dove presto divenne il film più visto dell’intero anno. Il successo di pubblico fu immediato ma generò, soprattutto Oltralpe, un acceso dibattito, anzi una vera ‘rivolta’, capitanata da Henri Martineau,2 scrittore e profondo studioso di Stendhal, animatore della rivista Le Divan, fondatore dell’omonima casa editrice, dove pubblicò e curò l’intera opera stendhaliana, curatore della pubblicazione dei romanzi e dei racconti di Stendhal nella Bibliothèque de la Pléiade 3 e infaticabile ricercatore di inediti stendhaliani. Martineau insorse vigorosamente contro il film, coinvolgendo nella sua battaglia altri scrittori, associazioni letterarie, club di lettori, riviste. La Chartreuse doveva mantenere una sorta di sacralità oppure poteva essere ‘volgarizzata’?
Poteva essere adattata per il grande schermo senza che ciò costituisse una haute trahison della cultura?
Il dibattito continuò per lungo tempo. Altre opere di Stendhal furono oggetto di film: nel 1952 Mina de Vanghel di Maurice Clavel, nel 1954 Le Rouge et le Noir con la regia di Claude Autant-Lara, nel 1961 Vanina Vanini con la regia di Roberto Rossellini. Sempre nel 1961 vi fu un adattamento televisivo de Le Rouge et le Noir con la regia di Pierre Cardinal, ma nel cinema nessuno osò avvicinarsi a La Chartreuse de Parme: vi furono omaggi, rimandi, bellissime suggestioni (come in Prima della Rivoluzione del 1964 di Bernardo Bertolucci), ma per lungo tempo non vi è stata nessuna nuova opera cinematografica né televisiva.
Molti anni più tardi, Italo Calvino, in un articolo sul quotidiano La Repubblica dell’8 settembre del 1982, scriveva:
Quanti nuovi lettori porterà al romanzo di Stendhal la nuova versione filmata della Certosa di Parma che apparirà tra poco in televisione?4 Forse pochi se rapportati al numero di telespettatori, o magari moltissimi secondo la scala di grandezze delle statistiche sulla lettura dei libri in Italia. Ma il dato importante nessuna statistica potrà fornircelo, e sarà quanti giovani riceveranno il colpo di fulmine fin dalle prime pagine, e si convinceranno d’improvviso che il più bel romanzo del mondo non può che essere questo […].5
Dopo più di quarant’anni dall’articolo di Calvino, non sappiamo quanti nuovi lettori del romanzo abbia portato la serie televisiva in sei puntate diretta da Mario Bolognini, né quanti la serie televisiva del 2012 diretta da Cinzia TH Torrini. Entrambe hanno avuto un ottimo successo di pubblico. Difficile, anche in tempi in cui imperano le fiction, valutare l’impatto di una serie tv sul potere di seduzione di un capolavoro letterario: esse aumentano questo potere o piuttosto ne beneficiano?
Siamo certi, tuttavia, che a ogni nuova traduzione della Certosa di Parma il miracolo si ripeterà, generando nuovi stimoli, nuovo interesse: in molti riconosceranno nella Certosa, come dirà lo stesso Calvino, quel «romanzo che avevano sempre voluto leggere e che farà da pietra di paragone a tutti gli altri che leggeranno in seguito».6 Perché quella della Certosa è una lettura che lascia, per usare le parole di Balzac, «ravi, chagriné, enchanté, désespéré».7
Si è scritto molto sulla fortuna del romanzo. Come ha evidenziato il pontefice degli stendhaliani, Victor Del Litto: «depuis que le stendhalisme existe, les stendhaliens n’ont jamais dételé».8
Non solo Balzac: molti autori hanno scritto pagine bellissime sulla Certosa, pensiamo a Elio Vittorini, a Giuseppe Tomasi di Lampedusa, a Luigi Magnani, a Leonardo Sciascia. Parlando dello stendhaliano Savinio, Sciascia sottolineerà sullo scrittore: «Di quelli, insomma, che capovolgono il rapporto tra il lettore e il libro, tra il lettore e l’autore dell’opera letteraria: il libro che sceglie il lettore, l’autore che sceglie il lettore e lo destina a una fedeltà così strenua da confinare con la mania. Appunto come Stendhal».9
Sono tanti i modi di leggere la Certosa. Sciascia ha scritto delle pagine profonde sul suo ‘adorabile Stendhal’ ma per comprendere nel profondo la complessità di questo romanzo ci può essere utile un suo testo sui Promessi Sposi. Riprendendo l’acuta analisi di Angelandrea Zottoli sulla visione della vita da parte di don Abbondio,10 sul suo pessimismo come schermo e come alibi, Sciascia sottolinea come il sistema di Don Abbondio sia inattaccabile, resistente a ogni cambiamento di scenario, adattabile a ogni mutamento nei rapporti di forza: in don Abbondio «l’uomo del Guicciardini, l’uomo del ‘particulare’ contro cui tuonò il De Sanctis, perviene […] alla sua miserevole ma duratura apoteosi».11 Per Sciascia, protagonista del capolavoro manzoniano non era la Provvidenza ma Don Abbondio:
Anni addietro Cesare Angelini […] fu folgorato da una domanda: perché se ne vanno? Perché Renzo e Lucia, ormai che nel castello di don Rodrigo c’è un buon signore e nulla più hanno da temere, lasciano il paese che tanto amano? Non seppe trovare risposta. E pure la risposta è semplice: se ne vanno perché hanno già pagato abbastanza, in sofferenza, in paura, a don Abbondio e al suo sistema; a don Abbondio che sta lì, nelle ultime pagine del romanzo, vivo, vegeto, su tutto e tutti vittorioso e trionfante: su Renzo e Lucia, su Perpetua e i suoi pareri, su don Rodrigo, sul cardinale arcivescovo. Il suo sistema è uscito dalla vicenda collaudato, temprato come acciaio, efficientissimo.12
Queste considerazioni ci possono aiutare per rispondere a un interrogativo: quale sistema emerge dalla Certosa di Parma e chi veramente trionfa? Non c’è la Provvidenza, non c’è il lieto fine. Per Calvino «quello che fa della Certosa di Parma un grande romanzo ‘italiano’ è il senso della politica come aggiustamento calcolato e distribuzione dei ruoli». Le raffinate analisi di Jean Starobinski ci illuminano sui personaggi del romanzo:
Gli eroi ribelli di Stendhal sono perciò impegnati sempre nelle ‘alte sfere’ del mondo politico, in quanto la politica è la fonte del potere. E siccome essi non accettano i valori ufficiali del mondo borghese, né quelli della Chiesa e della piccola nobiltà, sono condannati in perpetuo a fare il doppio gioco. Non sfidano mai la società apertamente, giacché la sfida è solo mormorata nel segreto del ‘foro interiore’, dall’alto di una torre o di una roccia solitaria […]. L’eroe stendhaliano non accetta di legare la propria sorte a nessuno, neppure per la causa più giusta: egli vuole la propria libertà e non quella degli altri. Perciò non lotta per rovesciare la società ma per accedervi […]. Emarginato da tale mondo, egli non cerca di distruggerlo, ma di penetrarvi per dominarlo. Consapevole che i vertici della società sono inespugnabili a un attacco frontale, il ribelle manifesta la propria derisione insinuandovisi mascherato e ingannando il nemico con il pretesto di servirlo. E una volta impadronitosi della posizione non si preoccupa più di mutare l’ordine delle cose […].13
Eppure, anche nella perfezione del doppio gioco si innesta la passione che sconvolge ogni cosa: sorprende che il Conte Mosca sia disposto a rischiare di perdere tutto per amore della Sanseverina! Sorprende come il machiavellico Conte Mosca diventi instrumentum regni della Sanseverina. Lei che pianifica, dirige, abile nella tattica e nel disegnare scenari. Eppure, anche il calcolo più raffinato crolla davanti alla passione: persino i piani elaborati dalla Sanseverina vacillano rispetto all’imprevedibilità delle passioni, all’imponderabilità delle azioni di Fabrizio.14 Per Leonardo Sciascia «la gioia che dà Stendhal è imprevedibile...




