E-Book, Italienisch, 368 Seiten
Reihe: Capricorno in noir
Tallone Un Dio solo non basta
1. Auflage 2025
ISBN: 978-88-7707-821-6
Verlag: Capricorno Edizioni
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 368 Seiten
Reihe: Capricorno in noir
ISBN: 978-88-7707-821-6
Verlag: Capricorno Edizioni
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Massimo Tallone. Romanziere e saggista, con Giorgio Ballario è direttore artistico e docente della scuola di noir Distretto 011, fondata da Capricorno. È socio fondatore del collettivo di scrittori Torinoir. Per Capricorno ha pubblicato i noir Il postino di Superga (2015), La riva destra della Dora (2016), La curva delle Cento Lire (2016), Le maschere di Lola (2017), La casa della mano bianca (2017) e Le api dei Cappuccini (2018, tutti in coppia con Biagio Fabrizio Carillo), Non mi toccare (2019), Il fantasma di piazza Statuto (2020), Il cesto di ciliegie (2021), La tentazione di uccidere (2022), La ragazza del Bristol (2023) e L'agenzia matrimoniale (2024).
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5
Il prototipo
Ne voleva mille.
Quasi non riuscivo a crederci, quando me l'ha detto. Sapevo, dalle telefonate che ci eravamo scambiati, che c'erano di mezzo grosse cifre, ma non mi sarei mai aspettato che volesse mille distintivi d'oro con la figura stilizzata del suo logo aziendale.
«Mille?» gli avevo chiesto incredulo.
Lui aveva sollevato la testa dalla lente da orafo con la quale aveva studiato ed esaminato il prototipo deposto sul panno di velluto bordeaux, poi aveva girato all'insù la testa taurina, calva e abbronzata, volgendola verso di me e aveva ripetuto quella parola.
«Certo, mille. Sempre che lei possa», aveva detto tranquillo, sebbene grondasse sudore e avesse due ombre scure, umide, sulla giacca, alle ascelle. Erano i giorni più caldi dell'anno e forse del secolo.
Dentro di me continuavo a ripetere quelle poche parole: mille distintivi d'oro.
Anch'io avevo caldo, un caldo senza pietà, intollerabile, sebbene fosse mattina. Ma avevo anche brividi di freddo al pensiero del salto di qualità che quell'ordine avrebbe impartito alla mia vita. I colleghi di quell'imprenditore avrebbero fatto a gara per imitarlo, e si sarebbero rivolti a me, per seguire le orme del capobranco.
«Mille pezzi come prima tranche», aveva aggiunto.
«Prima tranche?»
Ero convinto di aver capito male.
Lui si era drizzato del tutto, abbandonando lo studio del prototipo, aveva portato i pollici alle bretelle, tirandole un po' in avanti, come corde di un arco, e aveva ribadito: «Sì, mille come prima tranche. Poi si prosegue con altri mille distintivi. Mille al mese, per sei mesi».
L'aveva detto con la voce della più bell'acqua.
Forse avevo spalancato la bocca, forse no, non so. Ma il cervello si era trasformato subito in un registratore di cassa.
Mille pezzi… Per sei…
Sudavo, e tremavo, e contavo.
La fattura che gli avrei fatto sarebbe stata ben più alta, rispetto alle già alte aspettative che si erano disegnate nella mente. Ed era da moltiplicare per sei… Non avevo quasi dormito, la notte, in attesa dell'incontro con quell'industriale. Dalla voce al telefono avevo intuito che era il tipo vanaglorioso, di quelli che amano fare le cose in grande, per stupire tutti.
Simonetta, che era sempre stata freddina nei confronti dei miei risultati professionali, aveva mostrato una certa insperata frenesia, quando le avevo detto di quel tale dei distintivi d'oro. Aveva mostrato un interesse speciale per quella commessa. Come se non se lo fosse aspettato, da uno come me.
Quel mattino, mentre ci preparavamo, mi aveva addirittura fatto giurare che le avrei telefonato, non appena avessi conosciuto gli esatti contorni dell'affare e l'esito della trattativa, tutte richieste che avevano un solo obiettivo, sapere l'ammontare della cifra che avrei incassato.
«Ah, no, scusami, ho sbagliato, non puoi telefonarmi, stamattina», aveva detto poco dopo, uscendo di corsa, come sempre, borsa a tracolla e capelli biondi che volavano all'indietro, «sono in sala operatoria fino alle undici e passa. Ti chiamo io appena esco. Sono già sudata alle otto di mattina, meno male che in sala operatoria abbiamo l'aria condizionata. Fai tutto tu, vero? Stasera, poi, prepariamo il viaggio a Venezia fra due giorni. Ho già tutto in testa. Ciao ciao.»
Non aveva atteso la risposta ed era corsa giù, sparata verso l'ospedale, verso le cose importanti, nel cuore pulsante della vita cittadina, fra le persone che contano. Il vero lavoro, secondo lei, era il suo, in casa. Posto fisso, stipendio buono e di peso, ruolo sociale che conta.
«Chirurgo, e donna, non so se mi spiego», amava ripetere, con un certo piglio soddisfatto, anche un po' tronfio. E aveva ragione, del resto, su quel punto. Era brava e aveva successo. E sapeva farsi valere. Io, ai suoi occhi, ero un idealista, una specie di adolescente a vita che giocava con le sue passioncelle infantili anziché fare a botte con il creato per conquistare un posto al sole, come aveva fatto lei, battendosi nella trincea avvelenata del mondo sanitario, dov'era riuscita a farsi valere in un sistema di maschi alfa pronti a tutto per un ruolo, per una posizione di rilievo. Per lei, dire «orafo» era come dire ciabattino, orologiaio: te ne stai tutto il giorno seduto nello studiolo alla luce di una lampada che rischiara la penombra, chino su una lente e con un bulino in mano, o un altro attrezzo del genere, e aspetti i clienti. Sul lato infantile, devo dire che aveva ragione. La passione per quella disciplina mi era sbocciata da ragazzo, quando avevo visto quel documentario sugli orafi del Rinascimento. Di colpo sono stato come folgorato, mi sono visto nel futuro, chino sulla lente, sulle pietre preziose, sull'oro e sull'argento. Però c'era anche dell'altro, nell'essere orafi, c'era mestiere, precisione, tecnica e una certa poesia.
Ma lei, Simonetta, aveva un'immagine dell'attività orafa bloccata in qualche miniatura medioevale. Era ignara del fatto che i computer erano da tempo al servizio anche dell'arte orafa. Ignorava l'esistenza delle stampanti 3D usate per preparare i modelli, i prototipi da mostrare ai clienti o da avviare poi alla fusione. Tuttavia, se anche fosse stata informata di quelle novità, non avrei mai potuto convincerla della grandezza del mio lavoro. Il medico, soltanto il medico era sul podio, nella sua piramide delle professioni. Non le avevo mai detto che forse era lei a essere intrappolata in una visione un po' provinciale e ottocentesca del suo lavoro.
Però, quel mattino, l'idea che potesse arrivare una vagonata di quattrini grazie al maritino infantile e orafo le aveva fatto scattare un pensiero nuovo nei miei confronti. L'ipotesi di mettere in tasca un bel po' di quattrini le aveva permesso di vedermi in una luce nuova, me n'ero accorto subito da come mi aveva salutato, tutta trulla e sgarzellotta, mentre usciva di casa. Di norma non salutava.
«Oggi compro un mazzo di rose», aveva detto sul pianerottolo, con quella voce festosa che usava quando sentiva il profumo dei soldi.
E i soldi sarebbero arrivati, e anche tanti, perché il committente, il dottor Mendrisio, quel mattino maledetto, non soltanto aveva confermato l'ordine, dopo aver visto con la lente il prototipo, non soltanto aveva firmato il contratto che prevedeva la consegna di mille distintivi, prima tranche delle sei previste, ma aveva anche calato sul banco, senza esitazioni, un anticipo di ventimila euro. Un assegno, se non mi dispiaceva. Lui era della vecchia scuola. No, che non mi dispiaceva
Quell'assegno sarebbe stato il mio riscatto, la mia rimonta nella graduatoria sociale di Simonetta, e anche nella stima della sua famiglia di medici. Loro, i genitori medici di Simonetta, non avevano visto bene il matrimonio della brillante dottoressa, loro figlia, con un evanescente orafo senza origini illustri, senza un passato da esibire e con un futuro da umarèll. Ma io avevo calato il poker, con quel contratto. Il dottor Mendrisio sarebbe stato il mio cavallo di Troia. Sarei entrato nel castello dei nobili mostrando un gruzzoletto di tutto rispetto.
Avrei dato un occhio per poter chiamare subito Simonetta. Volevo dividere con lei la felicità di quel momento, e magari condirla con la nota sarcastica di riscatto e di rivincita che avrei fatto trapelare. Ma era in sala operatoria, non era raggiungibile. Nell'attesa, andavo su e giù nel laboratorio, gocciolando per il caldo e consumando bottigliette d'acqua una via l'altra. Il prototipo del distintivo era lì, sul panno bordeaux, e mi guardava, attirava non soltanto l'attenzione e lo sguardo, ma paralizzava la mente, mi ipnotizzava, si caricava di senso, si trasformava nel simbolo della riuscita, della rinascita, della riscossa.
Non avevo mai pensato al potere che hanno alcune immagini di piazzarsi nel cervello e colonizzarlo. Fin dal giorno precedente, quei distintivi avevano preso possesso della mia mente, del mio corpo, di tutto me stesso. Come quando si è innamorati, per esempio. Conoscevo quell'esperienza, certo, come tutti, ma l'avevo sempre e soltanto subita, senza mai analizzarla o tradurla in parole. Ricordavo bene, l'ho già detto, che ai tempi della mia iniziale passione per l'arte orafa ero stato come aggredito, tredicenne, da un frammento di un documentario sugli orafi del Rinascimento. Quella scena si era piantata in me e ci era rimasta per mesi, forse per anni, alimentando il desiderio di conoscere e praticare quell'arte. Allo stesso modo, quando mi ero invaghito di Simonetta, non riuscivo a pensare ad altro se non a lei, sempre, giorno e notte. E dunque mi era nota quella condizione a causa della quale la testa si annebbia e si fissa su un solo elemento. Ma quella volta, davanti al prototipo del distintivo, era come se avessi scoperto una forma più potente e nuova di colonizzazione mentale ed emotiva. Non riuscivo più a staccarmi da quel panno bordeaux, da quel gioiello finto, il modello che ne avrebbe partoriti seimila come lui, ma d'oro. Oppure, chissà, forse sto accavallando i fatti. Forse ho analizzato e capito in profondità la potenza accecante di un'immagine mentale, pulsante e fissa, soltanto dopo la tragedia, quando mi è apparso chiaro il danno che può fare un pensiero che s'impone su tutti. Insomma, il pensiero dei distintivi d'oro si era appropriato di me, quel mattino, in maniera dispotica, dopo almeno tre giorni nei quali ero stato soggiogato, ero ostaggio, ero schiavo, ero prigioniero di quel pensiero. Lo ero stato fin dal primo contatto...




