E-Book, Italienisch, 144 Seiten
Reihe: add saggistica
Tranquillo Lo sport di domani
1. Auflage 2020
ISBN: 978-88-6783-300-9
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Costruire una nuova cultura
E-Book, Italienisch, 144 Seiten
Reihe: add saggistica
ISBN: 978-88-6783-300-9
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
A cosa ci riferiamo quando parliamo di sport? E come ne parliamo? Quando diciamo 'educazione fisica', per esempio, intendiamo le due ore settimanali con cui la scuola si lava la coscienza oppure la formazione di un cittadino che impara il rispetto dell'avversario? Lo sport è cultura, ma per affermare questo principio, nella realtà servono un patto morale collettivo e un piano strategico di business. Sì, business, perché di questa parola non si può avere la paura ipocrita dietro la quale lo sport nasconde le proprie opacità. È il momento di sciogliere le situazioni ambigue, dando spazio a competenze e passione, rigorosamente in quest'ordine. Flavio Tranquillo analizza gli ostacoli che impediscono allo sport di diventare un vero bene pubblico e suggerisce una proposta per un futuro in cui fare sport diventi un diritto per tutti e una componente dello sviluppo economico del Paese. 'Lo sport di domani 'delinea uno scenario in cui sono finalmente chiari i ruoli di Stato, privati, atleti, federazioni e leghe. Perché ripensare il mondo dello sport non è solo possibile, ma necessario. Lo sport italiano è fortissimo sulla programmazione, ma frana sulla pianificazione strategica; fa molto e bene, ma si è scordato di decidere perché lo fa. Per questo è necessaria una scossa.
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SPORT-CULTURA
Marguerite Yourcenar
Definire la parola che nel cuor ci sta è difficile. L’etimo risale al latino , che indicava il recarsi fuori porta per disputare nei ginnasi e negli stadi le competizioni dell’epoca. Dal provenzale , in seguito mutuato dallo spagnolo, e dal francese (divertimento, svago) ebbe poi origine nell’inglese del XIV secolo , abbreviato nel XVI secolo nel moderno . Correndo veloci fino ai giorni nostri, secondo la bozza di Testo Unico presentata dal governo a luglio sport è «qualsiasi forma di attività fisica fondata sul rispetto di regole codificate che, attraverso una partecipazione organizzata o non, ha per obiettivo l’espressione o il miglioramento della condizione fisica e psichica, lo sviluppo delle relazioni sociali o l’ottenimento di risultati in competizioni di tutti i livelli».
Al di là delle sfumature semantiche, lo Sport è uno solo. Nel tempo ha aggiunto i concetti di “gioco regolato” e di “esercizio fisico” a quelli di “ricreazione” e di “svago”, fino ad arrivare alla moderna dimensione commerciale. Al di sopra di tutto questo, rimane quell’aristotelico nocciolo duro che lo Stagirita chiama tòde tì (questo qui). Un’astrazione, la cui essenza ontologica è però chiara e cara a milioni di persone. Recuperare il tòde tì e portarlo dal potenziale all’attuale è la difficile sfida con la quale ci misuriamo. Per vincerla occorre uno sguardo non rivolto verso il passato e capace di integrare le molte sfaccettature dello Sport in un insieme coerente.
Più che identificare i colpevoli, gli , abbiamo bisogno di scovare le delle problematiche che ci affliggono. In questo spirito, non mi soffermerò sulle responsabilità (pur numerose e gravi) di noi genitori. L’obiettivo deve essere quello di formare persone con una migliore cultura sportiva, fondata su apprendimento ed esperienze. Persone che darebbero poi vita a istituzioni migliori, migliori club e, , migliori famiglie. Magari così non sentiremmo più qualche testa disabitata dire che «le squadre ideali sono quelle di orfani». Tutto passa dalla famiglia, è ovvio, ma non serve agire casa per casa, genitore per genitore, figlio per figlio. Abbiamo, invece, un’urgente necessità collettiva di recuperare quel tòde tì e di tradurlo in una pratica quotidiana.
Johan Huizinga inizia scrivendo che «il gioco è più antico della cultura, perché il concetto di cultura, per quanto possa essere definito insufficientemente, presuppone in ogni modo convivenza umana, e gli animali non hanno aspettato che gli uomini insegnassero loro a giocare». Gioco e sport non sono sinonimi, ma le due parole magiche (Sport e Cultura) vengono comunque da lontano, e lontano devono andare. Insieme.
Buoni e cattivi
Denis Diderot
Un blocco compatto di opinione pubblica mette in antitesi lo sport professionistico (assiologicamente corrotto) e quello amatoriale (fideisticamente puro). È sufficiente appiccicare un’etichetta con la scritta «dilettante» per ottenere Sport-Cultura? Basta un qualsiasi interesse economico per minare l’integrità dello Sport? No in ambedue i casi, ma dirlo è impopolare. Eppure, la storia dello sport ci insegna che ragionare per schemi predeterminati è il nostro peggior avversario.
Il dilettantismo olimpico assunse ben presto un carattere aristocratico, perché solo i ricchi potevano permettersi di dedicare il proprio tempo alla «cosa più importante tra quelle meno importanti». Quando, nel 1925, il CIO si mise in rotta di collisione con i professionisti, creò le condizioni per escludere i migliori tennisti, cestisti e calciatori dalla competizione olimpica, dando uno straordinario assist alla FIFA per varare i Mondiali di calcio e aprendo l’era dei “rimborsi-spese”, pietosamente chiusa solo nel 1992. Inoltre, i molteplici e gravissimi casi di corruzione e di violazione delle regole (recenti e no) hanno afflitto in maniera non episodica anche dilettanti e istituzioni (incluso lo stesso CIO).
Imputare i mali dello sport ai «soldi che hanno rovinato tutto» corrisponde a mettere la polvere sotto il tappeto, sopra il quale rimangono le questioni irrisolte. I limiti della componente dilettantistica e di quella professionistica andrebbero aggrediti insieme, ma utilizzando strumenti distinti. E soprattutto con la strategia, non con la tattica: la prima pensa in grande, come gli statisti, la seconda si arrabatta, come i simulatori.
Nel novembre del 2013 papa Francesco, parlando ai delegati dei Comitati Olimpici europei, disse che lo sport è un «valido strumento per la crescita integrale della persona», purché l’armonia che ne deriva non sia messa a rischio dalla «ricerca smodata di denaro e di successo» che finirebbe per «ridurre gli atleti a mera mercanzia da cui trarre profitto».
Per un atleta, un tecnico o un dirigente, il denaro guadagnato in modo lecito non deve diventare una vergogna da nascondere, ma rappresentare la meritata ricompensa, la possibilità di sviluppare il proprio talento, l’espediente per non essere discriminato e il mezzo per migliorare la professione che ama. Tutti aspetti riconducibili alla nozione di “esternalità positiva” (segnatevi l’espressione, perché presto ritornerà).
«Quando lo sport viene considerato solo secondo parametri economici o di conseguimento della vittoria a ogni costo», concluse il pontefice, «gli stessi atleti entrano in un meccanismo che li travolge, perdono il vero senso della loro attività, quella gioia di giocare che li ha attratti da ragazzi e che li ha spinti a fare tanti sacrifici e a diventare campioni.» Ancora una volta, è arbitrario postulare una correlazione tra la presenza del denaro e la corruzione dei costumi. La devianza dell’essere umano attiene a questioni irrisolte che ci accompagnano da quella dannata mela in poi, e non alla sana abitudine di pagare chi lavora. In più, parafrasando la legge di Gresham, la moneta buona è diversa da quella cattiva. Della prima avremmo bisogno, ma la scacciamo per un pregiudizio puritano. Verso la seconda dovremmo praticare la tolleranza zero, e invece incoraggiamo l’uso di denaro di dubbia provenienza e la contabilità creativa.
Costruire cultura sportiva significa espandere i ragionamenti e andare dentro le cose, senza fermarsi alla polarizzazione dilagante. Sono atterrito dai pericoli di un’adesione di massa alla , l’atteggiamento totalitario di chi, partendo dalla tesi, riduce tutto a due posizioni e assegna a tavolino il primato a una delle due. Quando tutti “pensano” la stessa cosa, e oggi è sempre più facile indurre le persone a farlo, un brivido mi corre lungo la schiena.
Provo a spiegarmi con un esempio. Se ora mi scagliassi contro chi guadagna dieci milioni l’anno per giocare a pallone e poi si comporta male dando il cattivo esempio, farei probabilmente il pieno di consenso. E invece dobbiamo trovare la forza di andare oltre le apparenze. Posto in maniera così rozza, quello sopra è solo uno dei mille luoghi comuni di un ambiente in cui non manca mai quello che «per far presa sulla folla continua a ripetere “è ora di finirla, adesso basta”» descritto da Edoardo Bennato. Ciò non toglie che vivere nel lusso grazie allo sport rappresenti un falso modello sociale, la cui debolezza è insita nella realtà.
Secondo la FIGC, rispetto ai cinque milioni di italiani che giocano a calcio i tesserati sono circa un milione, di cui poco più di 12.000 professionisti. Anche trascurando la circostanza che non tutti e 12.000 guadagnino cifre da nababbi per lunghi periodi, il rapporto tra professionisti e tesserati è dell’1,1%, per cui 99 calciatori su 100 non vivranno di sport. Chi non comprende questi numeri commette un classico errore percettivo, fondato su presupposti erronei che la letteratura definisce prima impressione, effetto-alone, proiezione o teoria implicita della personalità. Se l’immaginario collettivo si ispira a questo “modello”, la colpa non è di chi lo rappresenta a suoi sprovveduti occhi, ma degli occhi stessi.
Non si può costruire la cultura sportiva sul buon esempio, mentre si deve costruire il buon esempio che genera cultura. Parlando con Sky Sport nel 2019, l’allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri con delega allo sport Giancarlo Giorgetti disse: «Penso che il calciatore rappresenti per il ragazzo l’elemento principale di emulazione e di esempio, più del professore a scuola, magari più del genitore». Temo che sia davvero così, ma da queste parole si evince l’assenza di un piano. Cosa facciamo per plasmare gli esempi giusti? Cosa facciamo se dall’alto piovono quelli sbagliati? Charles Barkley, interrogato sull’opportunità di utilizzare lo sportivo di successo come...




