E-Book, Italienisch, 411 Seiten
Wayne La ballata di Jonny Valentine
1. Auflage 2014
ISBN: 978-88-7521-591-0
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 411 Seiten
ISBN: 978-88-7521-591-0
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Il protagonista di questo romanzo si chiama Jonny Valentine ha undici anni ed è già una popstar: scoperto da una major discografica grazie ai filmati postati da sua madre su YouTube, ha già all'attivo un disco e un tour di strabiliante successo, e con le sue canzoni d'amore ha conquistato milioni di preadolescenti americane. Ma ora è nel bel mezzo di una nuova tournée, e i problemi non mancano: il nuovo album sta vendendo meno del previsto, la mamma-manager è sempre più tesa per lo stress, i piani del suo ufficio stampa diventano sempre più spietati e suo padre, che aveva fatto perdere le tracce da anni, sta cercando di rimettersi in contatto con lui. Man mano che si avvicina la data del fatidico concerto al Madison Square Garden in cui dovrà giocarsi tutto, chi aiuterà Jonny a non crollare sotto il peso dell'ansia da prestazione e della solitudine? Narrato in prima persona dal protagonista con una voce che mescola l'ingenuità dell'infanzia al più brutale gergo del marketing, questo romanzo è una satira graffiante del mondo dello spettacolo e della celebrity culture, e nella figura tenera e carismatica di Jonny ci regala un personaggio letterario indimenticabile.
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1. LAS VEGAS
Ho azionato il telecomando vicino al letto e ho acceso le luci per giocare al . Di solito fare una partita mi aiutava ad addormentarmi dopo un concerto. Ma quella sera ero troppo sovraeccitato, così dopo aver giocato un po’ al livello 63 ho messo in pausa e ho chiamato Jane nella stanza accanto. Magari parlare con lei mi avrebbe tranquillizzato, o almeno potevo farmi dare uno dei suoi Zolpidem. Ha fatto sei squilli, poi è partita la segreteria dell’hotel. Ho provato al cellulare.
«Jonathan?», ha risposto Jane, con della musica ad alto volume in sottofondo.
«Non dovevi restare in albergo stasera?», le ho detto. Dalla linea di basso della canzone ho riconosciuto «Like a Virgin» di Madonna, che ha un groove dance che ricalca «Billie Jean», anche se in realtà riprende un vecchio pezzo Motown, «I Can’t Help Myself». Ma tanto le linee di basso le rubano quasi tutti.
«L’etichetta mi ha chiesto di andare a bere qualcosa con un produttore radio», ha detto lei. «E spegni quel gioco».
Quando è in pausa, da Zenon continua a uscire una musica di sottofondo, archi sintetici e percussioni leggere, che lei non so come era riuscita a sentire nonostante Madonna. È un’ottima strategia per mantenere alta la soglia di attenzione del giocatore, perché ti ricorda che il mondo di Zenon è ancora lì, sempre in attesa che ritorni da lui.
«Non riesco a dormire. Quando torni?»
«Non lo so. Prenditi uno Zolpidem».
«Quelli che mi hai dato sono finiti. Puoi mandare Walter o qualcuno della reception a prendere il barattolo in camera tua?»
«Assolutamente no», mi ha risposto. «Non voglio che nessuno ficchi il naso tra le mie cose. Ti tocca addormentarti da solo».
Con una mano ho accarezzato il piumino bianco e soffice. I letti degli alberghi sono decisamente troppo grandi, il materasso e le lenzuola ti inghiottiscono e se non stai attento rischi di sparirci dentro. Addormentarsi può essere molto più difficile in un letto a tre piazze di quando stavo in un sacco a pelo sul tappeto a casa di Michael Carns.
«Almeno mi puoi cantare la ninna nanna?», le ho chiesto. A volte mi aiutava a prendere sonno.
Ha aspettato qualche secondo. Poi con calma ha intonato quella parte della ninna nanna che fa:
Non ha una gran voce, ma me l’ha cantata piano piano. «Scusa se ti ho risposto male prima, ora però cerca di dormire», ha aggiunto. «Domani ci svegliamo presto, sarà una giornata importante».
«Buonanotte, Jane».
«Buonanotte, tesoro», ha risposto lei, poi ha riattaccato.
Ho messo a posto il telefono e sono rimasto a guardarlo. Facile per lei dire che dovevo cercare di dormire. Non era mica lei quella che si era appena esibita per due ore davanti a un tutto esaurito di 17.157 fan e che il giorno dopo al rientro a Los Angeles aveva una riunione con la casa discografica, la quale probabilmente avrebbe manifestato una certa apprensione perché il nuovo album non si era ancora piazzato bene in classifica, il che equivaleva a dire che non ci sarebbe più arrivato, visto che a un certo punto è impossibile invertire l’andamento delle vendite a meno che non ci si inventi qualche colpaccio promozionale. E ora che mi ero convinto che lo Zolpidem era l’unica soluzione, se non me lo procuravo non avevo speranze.
Walter doveva farsi le sue ore di sonno per essere poi abbastanza vigile da proteggermi, e Nadine non potevo chiamarla per questioni extrascolastiche a meno che non fosse un’emergenza, e poi a lei non piaceva che prendessi lo Zolpidem. Oltretutto nessuno dei due aveva accesso alla stanza di Jane, e c’era il rischio che facessero la spia.
C’era un’unica altra opzione, ma era una cosa che non avevo mai fatto durante un tour. Se non avesse funzionato mi sarei trovato in guai seri, ma ripensando alla tabella di marcia dei giorni seguenti una nottata di sonno agitato era una prospettiva peggiore. Quando ho ripreso in mano il telefono per chiamare la reception, mi sono accorto che tremavo un pochino.
«Pronto? Sono nella 2811. Posso entrare nella 2810, la stanza di Jane Valentine, registrata come Jane Valentino?»
La donna che ha risposto aveva una voce da nera, ma è difficile riconoscere gli accenti in una città come Las Vegas, dove tutti vengono da qualche altra parte. «Mi dispiace, ma non è permesso a nessuno accedere alle stanze dei nostri ospiti».
Le ho detto che ero il figlio di Jane, Jonny, e che era tutto ok. «Aspetta», mi ha fatto lei. «Tu sei Jonny ?»
Ho detto sì e lei ha fatto una risatina. «Certo, come no», ha risposto, cambiando tono di voce come quando la gente pensa che la sto prendendo in giro. «Comunque, anche se fossi davvero Jonny Valentine, non credo che potrei aiutarti».
Probabilmente ero registrato come James o Jason Valentino, così gliel’ho detto e ho aggiunto: «Se le dimostro che sono io, mi fa entrare?» Lei ha risposto che ci avrebbe creduto solo se mi avesse visto, allora le ho chiesto come si chiamava e dove si trovava in quel momento.
A quel punto ho cominciato a tremare , anche se in parte era per via del termostato, che era stato impostato su diciassette gradi perché alle basse temperature si bruciano più calorie. Mi sono tolto il pigiama, ho infilato gli occhiali da sole e un cappellino dei Dodgers e sono salito su una sedia per controllare dallo spioncino che non ci fosse nessun pedofilo in vista. Se incrociavo qualcuno senza Walter accanto, che mi proteggeva dal rischio di essere importunato, travolto dalla folla o rapito, mi serviva qualcosa dietro cui nascondere il viso, così ho preso al volo la rivista per ragazzine che l’etichetta ci aveva mandato con il corriere quella mattina perché c’era un articolo a tutta pagina su di me. Non era il modo più geniale di mimetizzarsi, perché in alto, sulla copertina, c’era una piccola foto che mi ritraeva, quindi praticamente mi stavo coprendo la faccia della mia faccia. Ma, come al solito, Tyler Beats dominava incontrastato la pagina, catalizzando tutta l’attenzione dell’acquirente su uno scatto clandestino che lo immortalava mentre teneva per mano un’attrice mora. Titolo: LA NUOVA FIAMMA DI TYLER!
Mi sono affacciato in corridoio per accertarmi che ci fosse via libera. A farlo con qualcun altro mi sarei divertito, ma da solo mi faceva più paura dei crampi allo stomaco prima del concerto alla MGM Grand Garden Arena.
Dato che non c’era Walter a farsi dare l’autorizzazione per usare l’ascensore di servizio, mi sono riempito i polmoni fino al diaframma e ho fatto una corsa fino all’ascensore normale. Se fossimo stati in una suite, avrei semplicemente preso l’ascensore riservato per scendere alla reception riservata, ma in questo tour la casa discografica ci aveva pagato le suite solo in alcune città. All’inizio non volevano, ma Jane si era battuta fino ad arrivare a un compromesso.
Stava arrivando un ascensore, e man mano che si avvicinava al ventottesimo piano diventavo più nervoso all’idea che stavo andando in un posto per conto mio. Non sapevo se sarebbe stato peggio imbattermi in un pedofilo o che Jane scoprisse che mi ero allontanato da solo dalla stanza.
Così ho immaginato di essere dentro il livello 63. Invece di trovarmi al Wynn di Las Vegas ero nel , e non stavo cercando di procurarmi il tesserino magnetico per entrare in camera di Jane, ma ero alla ricerca della chiave per aprire la porta di un castello. La cosa più facile era fingere che ci fossero i punti esperienza, che dentro Zenon si ottengono esplorando o anche sperimentando delle azioni un po’ diverse da quelle degli altri giochi. Tipo, se arrivi davvero alla porta di un castello ed è chiusa e non hai la chiave, puoi guadagnare punti forzando la serratura, o distruggendola con la spada, o dandole fuoco con la torcia, o lanciando un incantesimo che annienti tutto il legno che hai intorno. Non sai quale azione ti darà più punti finché non la fai, e quando ne accumuli abbastanza compare una pietra preziosa, che vuol dire che puoi scontrarti con il guardiano di quel livello e passare al successivo. In generale, a me non importa granché di avanzare di livello. Mi piace fare quello che mi pare, capire cosa mi dà punti esperienza e andarmene in giro per Zenon liberamente: in cima alle montagne, nelle foreste selvagge e nelle segrete oscure.
L’ascensore si è aperto e dentro c’era un tipo coi capelli grigi, la cravatta e un completo dal taglio comodo. Mentre scorrevano le porte ha alzato gli occhi dal telefono e mi ha guardato per due secondi, ma probabilmente si stava solo chiedendo cosa ci facesse un improbabile ragazzino con gli occhiali scuri, da solo, nell’ascensore di un hotel di Las Vegas alle dieci di un giovedì sera. È questo il bello di volare in business class: gli uomini d’affari sono così lontani dal mio target che non mi riconoscono, a meno che non abbiano qualche figlia che mi adora. Sembrava un tipo a posto, ma l’ho esaminato come avrebbe fatto Walter, perché certe volte sono proprio quelli dall’aspetto più normale i maniaci più schifosi.
Sono entrato tenendomi la rivista davanti alla faccia. Jane era arrabbiata perché avevano spostato l’uscita dell’articolo alla terza settimana di tour,...




