E-Book, Italienisch, 416 Seiten
Westerman / Panzeri Bestiario artico
1. Auflage 2025
ISBN: 979-12-81724-54-9
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 416 Seiten
ISBN: 979-12-81724-54-9
Verlag: Iperborea
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È il 1596 quando l'esploratore olandese Willem Barents affronta per l'ultima volta le regioni artiche. Vuole arrivare fino in Cina, una via oggi facilmente percorribile in estate, ma la sua nave rimane intrappolata nei ghiacci. Non ci saranno superstiti: quella terra appartiene agli orsi polari. Forse, siamo noi umani la «specie erratica» per eccellenza, di quelle avvistate sporadicamente in luoghi che di solito non abitano, e non gli uccelli che perdono la rotta: basta cambiare il punto di vista. Come fa Frank Westerman, componendo un bestiario di sette specie artiche che in Barents si imbatterono: narvalo, lemming, anguilla, oca colombaccio, orso polare, renna e granchio reale. Scoprendo che la natura e la storia spesso sono più improbabili delle favole. Così la zanna di un narvalo, l'unicorno del mare, ha sventato un attentato a Londra nel 2019. E se è un'invenzione umana il suicidio di massa dei lemming negli anni in cui ne nascono troppi, non lo è il viaggio dell'anguilla dai tropici a Capo Nord. Certe specie non le puoi bloccare, non le puoi recintare: come il granchio reale, importato dalla Siberia nel Mare del Nord, oggi specie invasiva dannosa ma fortunatamente commestibile. E mentre i ghiacci si sciolgono, gli orsi polari hanno imparato a restare sulla terraferma, a cacciare renne anziché foche. Sapremo adattarci anche noi alle sfide di un clima sempre più imprevedibile, in un mondo sempre più diviso? Con ironia, la curiosità più cocciuta e l'abilità del reporter consumato, Westerman si muove tra il Mare dei Wadden, Sachalin, Capo Nord e fino alle Svalbard per raccontare le incredibili storie di sette animali che hanno tanto da insegnarci.
Autoren/Hrsg.
Weitere Infos & Material
Specie erratiche
1
boterland (terra di burro) – Nel gergo marinaresco, terra che i naviganti credono di scorgere, ma che in realtà si «scioglie» via via che vi si avvicinano.
(Vocabolario, illustrazione di parole ed espressioni), 1899
Centinaia di anni fa, ancor prima della piccola glaciazione, i marinai sapevano già che la terra poteva sciogliersi, come il burro. L’avevano visto accadere più di una volta. Inizialmente, la linea di costa che si stagliava all’orizzonte pareva solida, ma non appena si avvicinavano cominciava a scomparire, e nel tempo necessario all’equipaggio per calare una scialuppa e remare verso le dune color panna, quelle si dissolvevano. C’era solo acqua.
La «terra di burro» può assumere le forme più disparate, ma rimane sempre un’illusione (e in genere anche una disillusione). Una tipica apparizione figura nel diario di bordo di Arthur Pet, esploratore inglese che nel 1580 salpò alla ricerca dell’introvabile «Willoughby’s Land», teoricamente localizzata al 72° parallelo nord, all’altezza dell’arcipelago russo Novaja Zemlja. Il 7 luglio, a bordo della trealberi , Pet avvista una «terra perfetta» a nord. Potrebbe trattarsi proprio della costa gelida e disabitata (se si escludono le oche) in cui era approdato Sir Hugh Willoughby nel 1553, e da cui non era mai tornato. Ma in un baleno le nubi si ammassano e Pet non vede più la terraferma. Quarantotto ore dopo, il 9 luglio, la «terra delle ombre» si palesa di nuovo e per ore la naviga controvento per raggiungerla, finché tutti i naviganti («nove uomini e un ragazzo») si rendono conto che stanno inseguendo «nient’altro che nebbia». Sono queste le parole, quasi sprezzanti, del resoconto di viaggio che il nostro Willem Barents – il «Cristoforo Colombo dei ghiacci» – tradusse dall’inglese nel resoconto di viaggio che lasciò a Novaja Zemlja una settimana prima di morire, nel giugno 1597.
Il «celebre timoniere» Barents – che nel 2004 è stato indicato al 56° posto nella top 100 degli olandesi più famosi di sempre – è un quarantenne con lineamenti spigolosi, barba appuntita e baffi pettinati paralleli all’orizzonte. Pur avendo studiato gli errori dei predecessori, anche lui si fa sorprendere dall’effetto «terra di burro».
Succede durante la sua terza e ultima spedizione polare, la mattina del 5 giugno 1596. Un uomo dell’equipaggio di Barents avvista in lontananza dei cigni bianchi. È il primo a notarli, e subito chiama sul ponte i suoi superiori: cronista, timoniere e comandante.
In tutto il loro candore, gli animali fluttuano senza sforzo apparente, come solo i cigni sanno fare.
«Esatto», si legge quel mercoledì nella grafia arricciata del diario di bordo, «sembravano cigni.» La nave del timoniere Barents, battente la bandiera di Amsterdam, si chiama (Cigno bianco). Quattro giorni prima, sabato 1° giugno, si trovava all’altezza di Capo Nord, la propaggine più settentrionale del gibboso crinale norvegese, al 71° parallelo. Quel giorno il sole «non è più tramontato».
Quando compare lo stormo di cigni, i naviganti si trovano «ad almeno sessanta miglia da terra», a buon punto del tragitto che li porterà in Cina, in Giappone e alle Molucche. Barents segue la rotta più breve, quella attraverso il Polo Nord, che nessuno ha mai battuto. Tira un filo nella parte superiore del globo e avrai una linea retta che collega Europa e Asia.
È il loro ultimo tentativo: se riusciranno a scoprire un passaggio «per il Nord», saranno i novelli Marco Polo e riceveranno un premio di 25.000 fiorini, oltre a un’esenzione biennale dai dazi su tutte le merci importate attraverso questa nuova rotta.
Solo che i cigni si trasformano in blocchi di ghiaccio.
«Di notte abbiamo continuato ad avanzare», prosegue soddisfatto il diario di bordo. Il sole rimane fermo a nord, sospeso un grado sopra l’orizzonte; sembra rotolare leggermente a est, poi, quando arriva il mattino, si alza di nuovo sopra le onde. Il sole di mezzanotte è il gioco estivo degli dèi del cielo, che fanno rimbalzare la palla ardente e poi se la lanciano.
L’indomani, giovedì 6 giugno, come se si fossero dati appuntamento, i blocchi a forma di cigno si congiungono per formare lastre di ghiaccio, e in serata la si imbatte nel confine impenetrabile della banchisa. Willem Barents devia la rotta a ovest e il 7 giugno si legge: «Non ci sono parole per descrivere la quantità di ghiaccio che ci siamo trovati davanti. L’abbiamo attraversato e ci sembrava di passare in mezzo a due lembi di terra. L’acqua era verde come erba, abbiamo immaginato di trovarci in Groenlandia.»
Superato il Circolo Polare Artico, l’equipaggio è entrato in un mondo sconosciuto dove i suoni si propagano più del normale. Nei giorni di foschia si sente scricchiolare la banchisa prima di vederla. L’acqua del mare si tramuta in vapori plumbei a perdita d’occhio. A nord, in lontananza, spunta «una cosa grande» che ondeggia senza spostarsi. Avvicinandosi, gli uomini trovano la carcassa di una balena coperta di gabbiani.
Oltre alla banchisa e agli altissimi iceberg, che finiranno per schiacciare la loro nave come una noce, nel diario di bordo balza all’occhio soprattutto una cosa: «gli animali». Conosciuti e sconosciuti, raffigurati nelle carte nautiche come mostri (marini) con colli squamosi, pinne impressionanti e fauci spalancate.
Chi lascia il mondo abitato presta maggiore attenzione agli animali. Il viaggio sarà costellato di «primi incontri» quasi ultraterreni con la fauna polare, incontri che tra le righe ci faranno conoscere i presunti eroi di questa storia: le loro sensazioni, emozioni e paure, la bussola morale che li guida, chi sono, nella loro epoca. Gli animali dell’Artico sono per loro uno specchio migliore della più lucida lastra di ghiaccio.
2
freya – Dea norrena di amore, fertilità e voluttà.
Nell’autunno 2021 Freya è stata avvistata sulle spiagge di Terschelling, l’isola natale di Willem Barents. Se ne stava con la pancia all’aria, ruotando da un fianco all’altro. Osservandola con il binocolo, Paul, comandante di un traghetto, si è accorto subito che non si trattava di una foca: era troppo massiccia e aveva vibrisse troppo ispide. Era una bestia marrone scuro ed estremamente grassa.
Nelle foto di Paul erano ben visibili le zanne corte e ingiallite. Una femmina di tricheco allo stato brado, allontanatasi dalla regione polare e finita al caldo del 53° parallelo: con le sue saltuarie apparizioni nei luoghi più improbabili, la giovane Freya (così ribattezzata dai media) ha fatto scalpore nei dieci mesi successivi.
Il 26 ottobre 2021, puntando le scivolose pinne anteriori e posteriori, si è issata su un sottomarino ormeggiato nel porto militare di Den Helder e appartenente – guarda caso – alla classe Walrus (tricheco, in inglese). Dopo aver girovagato per il Mare dei Wadden, Freya ha seguito le coste tedesche e danesi per approdare al porto di Oslo, dove ha dato spettacolo salendo sul tetto del futuristico Teatro dell’Opera, che sembra emergere direttamente dall’acqua. Poiché Freya faceva capovolgere piccole imbarcazioni quasi per gioco, agganciando le zanne alle fiancate per issarsi a bordo, il dipartimento per la pesca norvegese ha infine deciso di abbatterla il 14 agosto 2022.
«Nutriamo un grande rispetto per il benessere degli animali», ha dichiarato un responsabile del dipartimento, «ma le vite umane e la loro sicurezza hanno la priorità.» Subito in tutta Europa si è levata un’ondata di indignazione. In Norvegia i Verdi hanno presentato un’interrogazione parlamentare, mentre in brevissimo tempo 1258 animalisti hanno raccolto duecentomila corone (ventimila euro) per ricordare Freya con una statua in bronzo.
Per Willem Barents e il suo equipaggio l’uccisione di un tricheco si rivela più problematica – da un punto di vista pratico. Il 31 luglio 1596, all’estremità settentrionale di Novaja Zemlja, i marinai si imbattono in un branco di circa duecento esemplari, bestie grosse e coperte di fango che riempiono una spiaggia assolata, su cui nessun essere umano ha mai messo piede.
Alla lingua di terra più sporgente dell’arcipelago, al 77° parallelo nord, Barents assegna il nome «Hoeck van Begeerte», che in russo diventerà «Mys Želanija» (Capo del desiderio). Per l’esploratore, che ha scommesso sulla buona riuscita della sua spedizione, dietro l’orizzonte si celano i leggendari regni di Cina e del Catai, immersi nei profumi di chiodi di garofano e bacche di ginepro.
Ma prima Barents deve affrontare la massa maleodorante di «elefanti marini», distribuiti a macchie sulla spiaggia di ciottoli delle Isole d’Orange, e i loro strati di grasso ballonzolante.
Gerrit de Veer, il cronista della nave, osserva che se disturbati i trichechi cominciano a ringhiare e ragliare. Se sono sdraiati su una lastra di ghiaccio con i cuccioli, li lanciano in acqua per primi e poi si tuffano e li raggiungono a nuoto, con il tronco che sbatte sull’acqua e le pinne a sospingerlo. Afferrano un cucciolo ciascuno e rimangono così a galleggiare, ma sempre all’erta, con testa e collo fuori dall’acqua.
Jan Huygen van Linschoten, un mercante di Enkhuizen che partecipa al viaggio per fare affari con i cinesi, descrive i trichechi in termini di profitto: «Per...




