E-Book, Italienisch, 389 Seiten
Westö Miraggio 1938
1. Auflage 2017
ISBN: 978-88-7091-341-5
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 389 Seiten
ISBN: 978-88-7091-341-5
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
1938. La Germania nazista sta destando paura e ammirazione in un'Europa che non sa di essere già sull'orlo di un secondo conflitto mondiale. Tornato a Helsinki dopo una fallita carriera diplomatica e abbandonato dalla moglie, l'avvocato Claes Thune, umanista liberale, si ritrova solo e smarrito a fare i conti con un amore e un intero mondo di ideali traditi, mentre perfino gli amici del suo «Circolo del mercoledì» - due medici, un uomo d'affari, un giornalista e un attore ebreo - sono sempre più divisi da opposte visioni sull'uomo, la democrazia e la ragione da seguire in un'epoca che sembra ammettere solo scelte drastiche. In questo universo rigorosamente maschile e altoborghese orbita un'unica donna, Matilda Wiik, la nuova segretaria di Thune: silenziosa, riservata, impeccabile, ma in realtà tormentata dai ricordi di ciò che ha subito nella guerra civile di vent'anni prima, e ora incapace di resistere alla voce dentro di sé che la spinge a una lenta e disperata vendetta. Separati dalle barriere sociali ma attratti dall'infelicità che leggono uno negli occhi dell'altra, Thune e Matilda continuano a osservarsi, cercarsi e incrociare i loro destini solitari nella tensione di un raffinato noir anni Trenta eppure amaramente attuale. Rievocando un anno cruciale del secolo breve, di cui la Finlandia, stretta tra Hitler e Stalin, concentra tutti i nodi e le illusioni, Westö intreccia una sensibilissima trama psicologica con una riflessione profonda sui diversi volti della Storia rispetto alle vite degli individui, sul potere e l'amicizia, e sul momento in cui la realtà che credevamo di conoscere sembra dissolversi in un miraggio.
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2
Mezz’ora dopo il pranzo le lettere da spedire erano già ricopiate in bella, infilate nelle buste e affrancate. Matilda alzò gli occhi e guardò Kaserntorget fuori dalla finestra: la nebbia si era infittita e le impediva quasi di vedere la sede della radio al lato opposto della piazza.
Si alzò per bussare alla porta dell’avvocato e chiedere se poteva andare già alle tre. Durante la mattinata Thune aveva ricevuto diversi clienti. Matilda li aveva accompagnati da lui ma per il resto non l’aveva quasi visto, a parte le due lettere che le aveva dettato, brevi e distaccate nel tono, al limite dello sgarbato. Thune aveva consumato il pranzo dentro il suo ufficio: un paio di fette di pane, burro, paté di fegato e cetriolini avvolte alla bell’e meglio in fogli di carta oleata. Gliele aveva viste tirare fuori dalla cartella già la mattina. Avevano l’aria di essere secche e raggrinzite e in silenzio lei si era chiesta con quale bevanda le avrebbe accompagnate. Birra leggera, forse: accanto alla finestra c’era una ghiacciaia con delle bottiglie scure. Sapeva che Thune era divorziato da poco e a quanto sembrava non aveva ancora trovato le sue nuove routine.
La porta si aprì e dalla fessura spuntò la testa allungata e quasi calva dell’avvocato. Matilda si affrettò a risedersi, aspettando che le rivolgesse la parola. Thune somigliava un po’ a Stanlio. Se n’era accorta fin dal colloquio di assunzione. Lui appoggiò la spalla allo stipite, le mani infilate nelle tasche dei pantaloni. La figura dinoccolata appariva quasi serpentina. Doveva essere un’illusione ottica, pensò lei, un Milja-pensiero, un miraggio nella sua testa. Il completo giacca e pantaloni gli cadeva male come al solito. Il colore di quel giorno era blu stropicciato.
Matilda aveva un’opinione abbastanza positiva di Thune. Di tanto in tanto era superbo senza rendersene nemmeno conto, si vestiva male e a volte diceva cose bizzarre. Ma era anche gentile e sembrava giusto. Intelligente e buono, il che non era una combinazione scontata. Almeno non nei clienti che si presentavano nel suo studio. Chiassosi e fintamente cordiali, ecco qual era l’impressione di Matilda. Alcuni non la vedevano neanche, quasi fosse trasparente, altri le lanciavano occhiate sfrontate.
«La signora Leimu ha un brutto raffreddore», disse Thune con aria nervosa, e continuò: «È a letto a casa sua. Tra qualche minuto devo vedere Grönroos e stasera il Circolo del mercoledì s’incontra qui in ufficio da me. Potrebbe scendere al mercato coperto, signora Wiik, a prendere le ultime cose che mi mancano?»
La signora Leimu era la governante tuttofare di Thune da dopo il divorzio. Senza di lei sarebbe stato sopraffatto dalle incombenze pratiche. E Leopold Grönroos era uno dei membri del Circolo del mercoledì, forse il più facoltoso. Possidente, redditiere, speculatore, strozzino, viveur… Matilda lo aveva già sentito definire in tutti questi modi, e dire che lavorava da Thune soltanto da un mese e mezzo.
Grönroos: puntuale alla stessa ora ogni settimana, il mercoledì pomeriggio alle due e mezza. Probabilmente si sarebbero seduti di nuovo nella stanza più interna, lo Studiolo, per parlare a lungo e approfonditamente dei suoi investimenti. Di tanto in tanto lui avrebbe fatto gesti irritati, le dita carnose che tamburellavano irrequiete sul tavolo. Ogni volta che Thune gli avesse fatto presente in tono calmo il rischio di un calo delle rendite, Grönroos avrebbe arricciato il naso alla radice. Un’oretta prima dell’incontro, Thune avrebbe chiamato Matilda chiedendole di andare a prendere porto, whisky e relativi bicchieri nel mobile bar del suo ufficio. Avrebbe proposto «un cicchetto» e all’inizio Grönroos avrebbe declinato appellandosi alla gotta che peggiorava di anno in anno, ma poi avrebbe cambiato idea e poco dopo sarebbero stati al secondo e anche terzo bicchiere. A quel punto, accantonato l’argomento soldi, sarebbero passati a corridori di fondo e orchestre sinfoniche, e dopo un altro po’, al quarto o quinto cicchetto, sarebbero già stati sbronzi. Tutto questo Matilda lo vedeva quando portava i fascicoli e i libri contabili e serviva loro da bere. Lo Studiolo era sempre in penombra – era Thune a volerlo – un fuocherello nella stufa e una sola lampada accesa, quella con il paralume. Ma Matilda avrebbe potuto osservarli senza farsi notare anche se la luce fosse stata più intensa. Erano così presi dalle loro discussioni che quasi non si accorgevano che andava e veniva.
Era delusa dalla piega che aveva preso la giornata ma lo dissimulò come poteva. Il Circolo del mercoledì era il gruppo di amici di Thune che si riuniva a turno da uno dei membri il terzo mercoledì di ogni mese per una serata di bevute. Matilda non ne sapeva granché di più ma capì che, se la signora Leimu era malata e l’incontro di marzo doveva tenersi lì allo studio, non sarebbe potuta andare via presto.
«Cosa vuole che compri al mercato coperto, signor Thune?» chiese.
«Un paté rustico, possibilmente saporito», rispose lui. «Un paio di formaggi stagionati. Cracker salati, prenda quelli britannici. E olive verdi denocciolate. Italiane, non spagnole. Faccia due barattoli.»
Abbassò gli occhiali sulla punta del naso e la guardò bonario: «E poi basta signorthunarmi a ogni momento. Non c’è nessun bisogno.»
Pescò il portafogli dalla tasca della giacca stropicciata, sfogliò le banconote e ne tirò fuori una da cinquanta marchi. Cambiò idea, la rimise via e ne prese invece una da cento:
«Può passare anche dal Monopolio? Due bottiglie di porto e due di whisky. Chieda del gestore, Lehtonen. È a lui che ho fatto l’ordinazione, perché non avevano quello che mi serviva sugli scaffali.»
Matilda prese la banconota e le gettò un’occhiata. In primo piano era ritratto un gruppo di persone nude e atletiche, mentre sullo sfondo alcune ciminiere sputavano un fumo denso. Chissà se Thune aveva notato che l’ultima donna a sinistra aveva un bel fondoschiena? Probabilmente sì, si rispose in silenzio.
In seguito avrebbe ricordato che quel giorno la foschia aveva un che di sfumato, quasi amichevole. Non il solito grigiore di marzo, duro e scabro, con lastroni e piccoli frammenti di ghiaccio che sciaguattavano nei bacini più interni del porto dove l’acqua era ancora nerissima. Un grigiore più morbido, insomma, una coperta in cui avvolgersi. Come in settembre, quando le ondate di calore si esaurivano e gli ultimi temporali se ne andavano.
Sulla città aleggiava un’atmosfera irreale. La vita un sogno, un miraggio dai contorni indefiniti. Ecco di nuovo quella parola. Chissà perché continuava a ripresentarsi. Poi le venne in mente Konni. Le aveva scritto in febbraio da Åbo, dove viveva e gli Arizona erano stati ingaggiati all’Hamburger Börs per tutto l’inverno. Le aveva parlato dei nuovi pezzi che aveva composto, tra cui uno intitolato proprio Miraggio.
Konni le aveva scritto che voleva incidere Miraggio con gli Arizona, ma era a corto di soldi e stava pensando alla possibilità di vendere la canzone ai Dallapé o ai Ramblers. Aveva già ceduto dei pezzi in passato, quando i dischi degli Arizona non volevano saperne di vendere. Adorato fratellino. Non si vedevano da quasi un anno e Matilda aveva nostalgia di lui. Per diversi anni erano vissuti lontani senza sapere cosa ne fosse stato dell’altro. Era successo nel periodo in cui lei stava diventando adulta mentre Konni era ancora un bambino. Eppure erano uniti e quando non potevano vedersi si scrivevano. Ma raramente Konni le confidava qualcosa dei propri sentimenti o pensieri più profondi. Lui e Tuulikki avevano avuto un altro figlio a novembre; era già il terzo ed erano a corto di soldi fin dall’inizio. A volte Matilda si chiedeva cosa provasse in realtà.
Scacciò i pensieri del fratello e sbrigò le sue incombenze come un automa. Non si crucciò per aver dovuto rinunciare ai suoi piani. La vita era così: difficilmente rispondeva alle proprie aspettative. Matilda era abituata ad adeguarsi ed era uno dei motivi per cui era così brava nel suo lavoro. E poi dubitava che la serata sarebbe stata piacevole come previsto. Già mentre attraversava Kaserngatan aveva sentito un fastidioso dolorino al diaframma e all’inguine. Presto avrebbe avuto il ciclo, probabilmente quella sera stessa, e in genere aveva mal di pancia per le prime ventiquattro ore.
Cominciò a piovere e di colpo si formarono code dappertutto. Gli acquisti richiesero più tempo del previsto e quando tornò allo studio, Thune e Grönroos non erano più soli. Era arrivato il Circolo del mercoledì: già mentre saliva le scale le giunsero all’orecchio un brusio vivace e risate maschili. Il palazzo di inizio secolo non aveva ascensore e Matilda arrancò sui gradini con il cesto della signora Leimu in una mano e la retina con le bottiglie nell’altra. Ormai li sentiva distintamente. Dovevano essere nell’ingresso con la porta aperta sul pianerottolo. Sentì la voce di Thune, quella di Grönroos e diverse sconosciute, alte ed esageratamente cordiali, come succedeva quando un gruppo di uomini non si vedeva da tempo.
S’irrigidì di colpo.
Tra le voci sconosciute ce n’era una che conosceva. Non riuscì a collocarla subito, ma si accorse che la metteva di malumore e ben presto intuì a chi apparteneva. E quando sentì l’uomo dire una frase scherzosa – non colse l’argomento, né a chi si...




