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E-Book, Italienisch, 243 Seiten

Boon Ananas

Viaggio alla scoperta di un frutto sorprendente
1. Auflage 2022
ISBN: 978-88-6783-382-5
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

Viaggio alla scoperta di un frutto sorprendente

E-Book, Italienisch, 243 Seiten

ISBN: 978-88-6783-382-5
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



«Un giorno, la mia fidanzata è tornata a casa con un regalo: una pianta di ananas presa all'Ikea. Poco dopo mi ha lasciato e io sono rimasto solo, con quel piccolo frutto verde.» Così Lex Boon decide di dedicarsi alla storia dell'ananas. Da dove cominciare? Da Colombo, che potrebbe averlo portato in Europa nel XV secolo, o dalla rivolta dei coltivatori in Thailandia del 2012? Dal tempio-ananas sull'autostrada verso Phuket alla dimora scozzese a forma di ananas del XVIII secolo, dalle Hawaii dove è nata la pizza all'ananas alla spy story dell'extra dolce in Costa Rica, questo strano frutto, la cui buccia replica la sequenza di Fibonacci, compare - e si mangia - ovunque. Ma come può arrivare in tutti i supermercati a prezzi irrisori quando deve crescere per almeno un anno, essere raccolto sul campo, imballato, spedito e trasportato dall'altra parte del mondo?

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AMSTERDAM-BERLINO


Lei se n’è andata e nel vasetto marroncino di plastica cresce un piccolo ananas verde. Sta in equilibrio su un gambo che spunta dritto come un fuso da una pianta simile a un’aloe vera, con lunghe foglie coriacee color verde scuro.

Il frutto è grande pressappoco quanto una patata, con cinque strati di scaglie. Il ciuffo dell’ananas assomiglia alle foglie della pianta, solo molto più piccolo. E più pungente. Sembra quasi che da lì possa spuntare un nuovo gambo, con in cima un ananas ancora più piccolo.

Sul cartellino c’è scritto “ananas”. Non qualcosa tipo annånåsen, come ci si potrebbe aspettare da un prodotto Ikea. L’ha pagato 7,99 euro, scopro online, dove imparo anche che il nome scientifico è Ananas comosus e che la pianta tropicale appartiene al genere delle bromeliacee, una famiglia di piante monocotiledoni.

Colombo si imbatté nel frutto nel 1493 a Guadalupa, durante il suo secondo viaggio di esplorazione, e lo portò con sé in Spagna. Ben presto l’ananas affascinò l’élite europea. Così recita Wikipedia.

Leggo che ogni pianta dà vita a un solo frutto; a quel punto diventa improduttiva. Tuttavia dai getti laterali possono nascere nuove piante, così come si può coltivare una nuova pianta partendo dalla corona, ovvero dal ciuffo di foglie in cima al frutto.

Gli spagnoli lo battezzarono piña de Indes, “la pigna delle Indie”, e gli inglesi adottarono quella denominazione, tant’è che oggi mezzo mondo utilizza la parola piña o pineapple per quello che un’altra metà chiama ananas. I Paesi Bassi (come l’Italia) appartengono alla parte del mondo che sull’esempio dei francesi ha seguito il tupi, la lingua dell’omonima tribù indigena brasiliana che secoli fa diede al frutto il nome nanas. Tradotto liberamente: frutto sorprendente. Grazie ai tupi l’ananas in Estonia, per esempio, si chiama ananass, in Ungheria ananász e in Lituania ananasas.

E poi c’è una serie di Paesi con varianti tutte loro. Su YouTube trovo un filmato in cui sulla spiaggia di Ipanema un venditore ambulante, travestito da ananas, grida abacaxi. E leggo che in Cina, durante la festa di metà autunno, si mangiano mooncake ripiene di boluo.

Il frutto che cresce sulla mia pianta lo considero un ananas bonsai. È la perfetta versione in miniatura di qualcosa di cui ho sempre ignorato la crescita, e su cui non mi sono mai posto troppe domande. L’unica cosa che avevo associato all’ananas prima di allora erano le Hawaii.

Ora che se ne è andata lei, me ne devo andare anch’io. La casa galleggiante in cui abbiamo vissuto negli ultimi anni non me la posso permettere da solo.

Per vie traverse finisco al De Pijp, quartiere operaio della Amsterdam del XIX secolo che si è gentrificato e trasformato in una zona alla moda piena di bar e locali.

Un paradiso, se sei giovane e single. Per cinquecento euro al mese affitto una mansarda al quarto piano di un edificio d’angolo, con vista sull’Albert Cuypmarkt, il mercato più grande della città, e sul cantiere per la nuova linea della metropolitana.

Tra le facciate di due negozi si nasconde la porta d’ingresso, dietro alla quale parte una scala angusta. Dopo il terzo piano bisogna chinare la testa per gli ultimi gradini, fino a raggiungere un corridoio stretto con tre porte nere: la camera da letto, il bagno e il soggiorno.

Gli ambienti sono polverosi e ancora pieni del ciarpame di un artista che ci ha lavorato per anni ma che se n’è andato da tempo. Le pareti sono segnate da crepe, sul pavimento ci sono assi deformate. La stanza di dieci metri quadrati in cui dormirò, sull’angolo dell’edificio, dà sull’ossatura del tetto ed è piena di spifferi. Nello stanzino del bagno c’è soltanto un buco per terra, le porte non si chiudono bene, l’elettricità non è ancora allacciata e la stufa a gas è rotta. Ufficialmente non è uno spazio abitabile: al catasto cittadino sono registrati solo i primi tre piani.

Ho anche una sorta di coinquilino. Al centro del soggiorno, grande all’incirca venti metri quadrati, c’è una porta che dà sull’appartamento del mio vicino. La serratura non funziona a dovere, quindi l’uno può sempre entrare in casa dell’altro. Con lui condivido anche una doccia, inglobata in un bugigattolo piuttosto sudicio in un angolo della mia stanza e accessibile da due porte, una per ciascuna camera da letto.

Eppure per me è un sì: il merito è della coppia di ampie finestre alte sulla facciata dell’edificio e dei lucernari che danno all’appartamento un certo fascino. Dopo due settimane di duro lavoro, la casa torna a essere vivibile e posso portare lì le mie cose.

Sotto uno dei lucernari metto il suo regalo d’addio. I lucernari funzionano come una serra, in questa casa il piccolo ananas crescerà e diventerà senza dubbio un bel frutto maturo.

Nelle settimane seguenti lo osservo con grande attenzione. Ogni tanto mi metto a fissarlo, mentre penso a cosa è andato storto. E poiché non riesco a uscirne, spesso i pensieri vagano e si soffermano sulla pianta. Quanto è misterioso quel frutto che sta crescendo! La buccia robusta e accattivante ha una trama così fitta che è difficile capire con precisione dove le linee inizino, proseguano e finiscano. Sembra quasi un’illusione ottica, non capisci bene a cosa fare caso e quindi ti ritrovi a fissarla e basta.

***

D’un tratto al supermercato inizio a interessarmi ai cartellini degli ananas. Molte catene li vendono con il loro marchio, ma si trovano anche marche come Dulce Gold, Fyffes Gold, Sunny Boy, BonSweet, Del Monte Gold, Unifruit e Dole Tropical Gold. L’aggiunta gold è curiosa, così come la descrizione extra sweet. Ce ne saranno anche di less sweet?

Su alcuni cartellini c’è una cifra, spesso un 7, ogni tanto un 6. Una sola volta trovo un 9. È la taglia, spiega il responsabile frutta e verdura del supermercato. La cifra indica il numero di ananas che può contenere una scatola. Quindi è molto semplice: in una scatola ce ne stanno solo cinque extralarge (taglia 5), mentre di quelli piccoli (taglia 9) ce ne stanno nove.

I prezzi al supermercato variano da 1,49 a 2,25 euro, a prescindere dalla taglia. Sembra un prezzo conveniente per un frutto che viene coltivato dall’altra parte del mondo, impiega parecchio tempo per crescere, viene raccolto e confezionato, e infine deve pure sobbarcarsi un viaggio verso l’Europa. E poi come arriva qui? In aereo o in nave?

Quello che so, è che arriva soprattutto dalla Costa Rica. Ho analizzato decine di cartellini, ma non ho mai trovato un Paese d’origine diverso dalla piccola repubblica dell’America Centrale. Quando un giorno all’Albert Cuypmarkt trovo un ananas coltivato a Panama, per soli 99 centesimi, mi sembra di fare una scoperta straordinaria. Sul cartellino si legge La Dona Of Panama.

«Wow, un ananas di Panama», dico entusiasta alla venditrice della bancarella.

«Guarda che arriva dal mercato centrale, eh. Quello in Jan van Galenstraat ad Amsterdam-West», mi risponde.

Compro l’ananas e a casa ne studio il cartellino, stampato male e disegnato peggio, che raffigura una donna con un cappello di paglia. «La Dona che sfoggia il suo panama è un omaggio alla nostra fondatrice, Edna Barrios de Vergara, e alla sua consueta cura e dedizione per ogni ananas» recita il cartellino. «La nostra frutta prospera in un clima tropicale perfetto, a due passi dal lago Gatún, dove l’abbondanza di luce e acqua conferisce qualità, colore e dolcezza eccezionali a ogni frutto.»

Il marketing poetico del cartellino di La Dona of Panama mi fa pensare al lungo viaggio che l’ananas aveva alle spalle prima che lo comprassi al mercato ad Amsterdam. Cerco su Google un’immagine del lago Gatún e trovo acqua smeraldina, sole splendente e isole dalla vegetazione rigogliosa. Forse sarei dovuto andare io dall’ananas, penso, e non viceversa.

Su Google cerco anche Edna Barrios de Vergara. Pare che nel 2000 fosse a capo di un’associazione di contadini che importò getti di ananas dalla Costa Rica per avviare la coltivazione a Panama.

Ci riuscì: stando a Faostat, il database statistico della Fao, nel 2010 Panama avrebbe prodotto quasi 100.000 tonnellate di ananas, oltre cinque volte di più rispetto al 2000.

Nulla in confronto all’export della Costa Rica, che secondo i dati è il più grande produttore di ananas al mondo.

Il Paese, che conta poco meno di cinque milioni di abitanti su un territorio leggermente più grande dei Paesi Bassi, produce un terzo di tutti gli ananas del pianeta.

A quanto pare si tratta di uno sviluppo piuttosto recente: l’industria della Costa Rica è cresciuta solo dopo il cambio di secolo, soprattutto grazie all’aumento nel consumo di ananas fresco. Prendete i Paesi Bassi: nel 1996 il consumo annuo era di 2,5 milioni di chilogrammi. Nel giro di vent’anni si è arrivati a 35 volte tanto, superando i 90 milioni di chilogrammi annui. Una volta trovare ananas freschi al supermercato era l’eccezione. Oggi invece sono comuni quanto mele e banane, e nei negozi si trovano le cosiddette...



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