E-Book, Italienisch, 221 Seiten
Reihe: Narrativa
Brouwers Il cliente Busken
1. Auflage 2024
ISBN: 978-88-7091-808-3
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 221 Seiten
Reihe: Narrativa
ISBN: 978-88-7091-808-3
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Misantropo, mitomane, dipendente da alcol e sigarette, Busken si ritrova di colpo «cliente» di Villa Madeleine, ovvero intrappolato in una casa di cura dove ogni cosa viene rinominata secondo le mode del politicamente corretto, costretto a vivere con «vecchi rincitrulliti» e «carcerieri» che lo trattano come un bambino. Lui che a suo dire è un esimio latinista, neurochirurgo, ingegnere robotico, sommo poeta che redige i suoi trattati in un codice segreto su vecchi rotoli di carta da fax, quando i medici lo ritengono un semplice ex impiegato affetto da demenza. In un estremo atto di protesta Busken si è chiuso in un silenzio impenetrabile, fingendosi incapace di intendere e di volere, mentre dentro di lui le parole ribollono e scorrono a fiumi. Con un acume sorprendente, uno spietato humour nero e un selvaggio estro letterario, giocando beffardo con le nebbie sempre più fitte della sua coscienza e i problemi agli occhi che gli fanno vedere il mondo blu, Busken registra tutto ciò che accade, riflette sulla vita e la vecchiaia, commenta i medici e gli altri pazienti in provocatorie parodie della contemporaneità. E rievoca ricordi di un'infanzia senza amore e di una madre gelida e ostile che ha segnato la sua tormentosa esistenza nell'ombra, asserragliata dietro libri e fantasticherie, in costante fuga dal dolore, dalla paura, dal mondo. Opera spassosa e struggente, di una poesia sanguigna e amara, definita «un monumento eretto alla lingua», Il cliente Busken è l'atto di resistenza di un uomo al proprio tramonto e a quello di un'intera epoca culturale, un romanzo in cui risuona il Novecento di Joyce, Proust, Svevo, Canetti.
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… qui quasi nero, ma più avanti è blu scuro intenso, ancora più avanti blu libellula trasparente e giù in fondo dove il mondo finisce è bianco. Proviene da un’infinità con onde alte che si creano nella zona bianca e rotola dritto verso di me. Se rimango fermo le onde si abbattono a ripetizione su di me come un tetto che crolla, mi buttano a terra e tra la fanghiglia nera mi trascinano nel mare fin dove non tocco più e inizia l’abisso degli squali. Però sono un campione di nuoto che ha già conquistato diverse medaglie, o altrimenti costruisco al volo una zattera. In questa distesa di blu salato non mi smarrirò né soccomberò, come mia madre mi urla nelle orecchie. Già ti vedo che anneghi. Mi afferra per un braccio e mi scuote così forte che, quando molla la presa, cado di nuovo sul bagnasciuga. Uno schiaffo sulla testa. Un altro. Un altro ancora. Quando inizia a dare ceffoni non la smette più. Mi è rimasta una lesione cerebrale. Devi annegare? Vuoi annegare? E allora annega. Non verserò nemmeno una lacrima. La striscia di fanghiglia nera è dove finisce la spiaggia, piena di sassi e sporcizia, e comincia il mare. Se ci corro sopra le impronte dei piedi restano impresse finché un’onda le cancella subito dopo. Se rimango fermo, il nero mi sale tra le dita dei piedi che affondano, e se rimango fermo a lungo mi risucchia completamente i piedi. Finché l’acqua mi assale di nuovo e riesco appena a cacciare uno strillo prima di essere trascinato verso il profondo blu e poi sospinto verso riva dalle onde. Lì sono felice. Sole. Sole dirompente. Ogni volta che mi areno i miei pantaloncini da bambinetto si asciugano subito al sole. Quella donna, ovvero mia madre, cammina in lontananza sulla spiaggia. Che quella donna sia mia madre sono sicuro, anche se al tempo stesso non lo sono. Non provo per lei alcun interesse. Non la penso mai. Quell’uomo è con lei. Non mio padre, io non ho un padre. Ora quell’uomo è con mia madre, ovvero la donna in lontananza. Un sole così violento che quasi non la vedo nella luce accecante, ma vedo che quell’uomo le cinge la vita e la stringe a sé. Alla domanda sciocca di quell’uomo alzo le cinque dita di una mano e due dell’altra in cui stringo una matita, la punta smussata, ho perso il temperino e non ho un coltello, è il cilindro di cenere di una sigaretta, con intorno cerchietti di fumo. Seeete anniii. Sei già graaande giopanottooo. Anche lui indossa dei pantaloncini, e nient’altro, come me, i suoi sono kaki, mia madre dice keki, il bottone più alto giusto sotto l’ombelico. In quell’ombelico potrei affondare metà del mio mignolo, per com’è rientrato nella pelle caffellatte. Non è grasso come Buddha, eppure la pancia attorno al cratere è tesa e lo dilata, così che posso guardarci dentro in close-up, che vuol dire da vicino, ma io discosto lo sguardo, mi discosto completamente da lui, non ho voglia di parlare con quell’uomo. Dov’è mio padre? A volte mia madre appare ancora nei miei universi, un qualche padre mai. Non puoi essere più educato? Mia madre con voce improvvisamente graffiante. Sii più affettuoso. Schiaffetto sulla testa. Corro via lungo la linea nera della marea sulla sabbia, l’acqua schizza fin dentro i pantaloncini e sulla testa piena di parole, fonemi, sillabe. Li grido alle onde, ne vedo ben cinque con riccioli di schiuma impennare come cavalli nella parte blu del mare. Giopanottooo! Educaaato! Tujuh! Questa è la parola per sette, anche se quell’uomo la pronuncia in modo diverso, seeete. Qui non riescono a pronunciare la v e la f, al loro posto usano una p. Appettuosooo. Mi sono trasferito in passati così lontani, così remoti, che non ci andavo più. Luoghi imprecisati dentro di me dove pensavo che tutto fosse sprofondato, coperto, sepolto come carne vecchia quanto a breve la mia, ormai non manca più molto. Possiamo provare a disseppellire tutte quelle cosucce con l’ipnosi. Cosucce. Tre sillabe, sette lettere. Il cappellano Vliegenthert m’importuna: Non deve sempre stare a pensare alla morte, signor Busken. Deve vederla così, ecco. Voci. Suoni. Uccelli sopra il mare pieno di piroghe di pescatori. Un uccello si avvicina e si tuffa più volte verso qualcosa in aria, ma non riesce ad acchiappare nella morsa del becco ciò che vuole, qualcosa di piccolo e svolazzante che si defila ogni volta in varie direzioni, vedo cos’è solo quando cade giù dal cielo accanto a me. Simile al cranio piatto di un gigante di pietra, in mezzo alla fanghiglia nera c’è un masso nero su cui s’infrangono le onde, scorrendogli sopra e tutt’intorno, se invece non ci sono onde e tira vento, la sabbia si accumula ai lati e lo ricopre, e capita d’inciamparci se non stai attento a dove corri. Come hai fatto stavolta a scorticarti a sangue la gamba? Mia madre, pronta a mollare un ceffone, in quel vestito a pallide righine quadratini rettangolini i miei manoscritti ne sono pieni e di uccelli e di onde. Una bambina, anche lei caffellatte come quell’uomo, anche lei con indosso solo i pantaloncini, i suoi a fiori, anche lei tujuh come me, guarda a sua volta l’animaletto caduto dal cielo che nella schiuma sul masso roccioso si riprende dall’inseguimento. Kupu-kupu biru kecil, dice. Lo vedo benissimo da solo, l’azzittisco. Quella bimba di pelle scura e io, io sono un sinjo belanda, un bambino bianco, capiamo la lingua dell’altro, siamo sposati da un sacco di tempo. Biru è blu, kupu-kupu è farfalla, parpalliiina le dico, kecil infatti significa piccolo. Lei mi dà una spinta e cado nell’acqua melmosa accanto alla roccia. Io le do una spinta, lei ricambia. Poi di nuovo lei a me e io a lei. Urliamo dalle risate. Le onde salate sopra di noi come tetti che crollano. Lì sono felice. L’uccello ritorna, dritto dal sole, si sente un ronzio, il becco puntato come una freccia verso la roccia. Tic. Gnam. Ronzando descrive un arco e torna a librarsi nel biru splendente. Galleggiando nel vai e vieni dell’acqua nera lo vediamo accadere. A volte la riconosco ancora in una diapositiva che scorre veloce. Com’era lei e tutto il resto che da tempo ormai è finito, perduto, passato. Il mio rimpianto è smanioso. Lei floreale intorno a me fra schizzi di schiuma nera che mi scalcia l’acqua addosso, la luce frizzante in quel turbinio di goccioline. Vedrai, sotto ipnosi ci sente e parla senza problemi. Ma se non collabora. Allora annoto due canguri che fanno pugilato? Qualcuno mi stringe un braccio e mi scuote
… noi qui faciamo pulizie. E rifaciamo il leto, siniore. Una donna che si esprime così nella nostra lingua coperta fin sotto il mento da un velo grigio, che lascia scoperti soltanto occhi, naso e bocca. Questi frammenti di pelle hanno il colore del tabacco, di quello pesante che fuma Herman. Impugna uno scopettone avvolto in uno straccio bagnato, il manico dritto davanti alla figura pienotta, mani in latex rosso, con una delle quali mi tocca il braccio, la spalla, così di colpo mi risveglio e torno in me. Non mi si deve toccare all’improvviso quando sono assente e non vedo né sento nulla. Mi causa traumi e turbolenze nel settore sanitario mentale. Questa donna è un’extracomunitaria. Mai dire nero, spiega Babet, perché è offensivo e razzista. Bisogna dire di colore. Anche dire negro è sbagliato perché significa nero e loro non possono farci niente, sono persone come me e te e Herman e ad esempio gli ebrei, neanche loro possono farci niente. Extracomunitario è altrettanto deniqualcosa offensivo per chi proviene da altri paesi, bisogna dire persona non-occidentale o con un background migratorio. E anche caucasico va evitato, bisogna dire bianco. Durante questa lezione di slittamento semantico contemporaneo, parole sostituite da altre parole senza che cambino i concetti di fondo, come paziente da cliente, internato da residente, morire da scomparire, pratica che ritengo insensata e inutile, in quanto fonte di ambiguità, cosa che deploro, essendo io stesso promotore di un uso preciso della lingua, Babet aveva infilato in bocca delle noccioline alla paprika e mentre chiacchierava le risputava nella mano, perché non era in grado di sgranocchiarle, un particolare a cui non aveva pensato. Le aveva disposte a semicerchio sul giornale attorno alla dentiera inferiore. Nella stanza dell’istituto a me assegnata, accanto alla porta aperta sul corridoio, così che chiunque passi di lì può guardare dentro e vedermi sdraiato, cosa che ritengo seccante, è presente un’altra donna. Priva di velo, occidentale, capelli biondo canarino, anche lei le mani in latex rosso, strette intorno al tubo di un aspirapolvere rombante. Con il piede, tic!, spegne l’apparecchio ed esclama qualcosa in direzione del corridoio. L’accudente Sjoerd irrompe nella stanza, attaccando coi rimproveri già dal corridoio: Ma cosa combiniamo, signor Busken. Eppure lo sa, lo sa benissimo, che di giorno non ci mettiamo a letto. Oppure è malato, non si sente bene? Allora doveva chiamarci, a questo serve il pulsante. A letto tutto vestito e con le scarpe, signor Busken, queste cose noi qui non le facciamo, lo sappiamo più che bene. Evidentemente mi chiamo Busken. Iniziale E. Sta scritto sulla porta di questo alloggio. Forza, si alzi, anche Sjoerd mi scuote, le signore qui devono poter fare il loro lavoro. Ce la fa? Si regga pure a me. Oh issa, facciamo con calma. Riesco a sedermi, gambe...




