E-Book, Italienisch, 163 Seiten
Reihe: Nichel
Cognetti Una cosa piccola che sta per esplodere
1. Auflage 2011
ISBN: 978-88-7521-308-4
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 163 Seiten
Reihe: Nichel
ISBN: 978-88-7521-308-4
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Cinque racconti ambientati negli anni più teneri, più violenti, più tormentati della nostra vita. Ereditiere affascinanti e scheletriche rinchiuse in una clinica per anoressiche, figli scaraventati dai genitori nel naufragio del loro matrimonio e di un'epoca, orfane di giocatori d'azzardo che cercano riscatto nell'immaginazione. Il filo rosso che lega queste storie è il momento, vivo e straziante, in cui prendiamo coscienza della nostra identità, scopriamo il sesso, l'amicizia, la crudeltà del mondo, attraversiamo la linea d'ombra con un atto di rivolta. La scrittura intensa e precisa, e un sapiente uso dell'intreccio, trovano nell'adolescenza il luogo magico in cui i personaggi, raccontando la propria vita, mettono a nudo la nostra.
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La meccanica del motore a due tempi
La campana del centro commerciale batte alle dieci la domenica mattina. Le saracinesche si alzano come palpebre al risveglio, e le famiglie felici, le famiglie dotate di carrelli e bambini, le famiglie accalcate agli ingressi vengono inghiottite, mentre altre famiglie invadono il parcheggio dall’autostrada. Controcorrente, bestemmiando e sputando per terra, Diego spinge la moto verso l’officina del padre. È il giorno del suo compleanno, e lui è stanco del caldo, dello zaino che porta in spalla e di una notte passata in giro. Non c’è stata nessuna festa. Nemmeno la moto è davvero una moto, anche se questa è la parola che Diego usa quando pensa a lei, o raramente ne parla: ormai ha passato più tempo a smontarla e rimontarla che a viaggiarci sopra, e stamattina, in mezzo a un campo, ha celebrato l’alba dei suoi sedici anni scalciando la pedivella fino a farsi male, e poi prendendo la rincorsa a testa bassa, e infine rassegnandosi a spingere.
È luglio. Del posto in cui è venuto al mondo, ci sono cose che Diego conosce senza averle mai viste. Il centro commerciale una volta era una fabbrica. L’officina, sepolta tra il parcheggio e l’argine dell’autostrada, fa parte delle attività sopravvissute a quell’epoca, ed è lì che Diego ha imparato tutto quello che sa sui motori. Suo padre era un tornitore metallurgico, ma fa il meccanico dal giorno in cui la fabbrica ha chiuso. Ha cominciato come dipendente, ha rilevato la ditta quando è fallita, ha stretto la cinghia per anni e alla fine è successo il miracolo. Prima l’autostrada. Poi lo svincolo. Poi il centro commerciale.
Diego non c’era, a quei tempi. Nonostante conosca la storia gli riesce difficile immaginare lo spirito dell’epoca. I capannoni vuoti, la crisi economica, il silenzio. Adesso il traffico è diventato un problema, così come stare dietro agli ordini: per questo suo padre lavora di domenica, e per colpa dei rifiuti del figlio ha dovuto cercare un apprendista. Diego arriva alle loro spalle durante la prima lezione, mentre sono tutt’e due piegati sul motore della vecchia Mercury, e proprio quando suo padre dice: «Vent’anni che lavoro qui davanti, e ho ancora i brividi ogni volta che la sento».
«Che cosa?», chiede l’apprendista.
«La campana», dice Diego, con il fiatone. «La campana della fabbrica. Quella non l’hanno mai cambiata».
Suo padre si volta e lo guarda. Si ripara gli occhi con le mani, per il sole e i postumi della sbornia, però non dice niente. Provaci, pensa Diego. Apri di nuovo quella cazzo di bocca e vediamo che cosa succede. Attraversa l’officina e abbandona lo zaino nel suo laboratorio personale, l’angolo che è stato, negli anni, una stanza dei giochi e poi il rifugio dei motorini truccati di tutto il quartiere, e adesso il posto da cui si aspetta di essere sfrattato da un momento all’altro, per colpa della guerra in atto sul suo futuro da meccanico. Adagia la moto su un fianco, usa un tubo di plastica e un secchio per svuotare il serbatoio, poi la rimette in piedi e comincia a smontare i pezzi uno alla volta: marmitta, candela, carburatore, appoggiandoli su uno straccio per pulirli più tardi.
Anche suo padre è tornato al lavoro. Riprende da dove l’ha interrotta la lezione sul motore a quattro tempi. La Mercury è un modello del 1977, l’anno del suo arrivo in città, quando ancora mascherava l’accento da emigrato, collezionava foto di macchine sportive e faceva i doppi turni in fabbrica. È un gioiello restaurato nei dettagli, un pezzo da museo a cui è sempre stata negata la strada: o la vita, pensa Diego, incapace di comprendere questo tipo di amore. Nemmeno l’apprendista sembra uno che capisce al volo. Ha una salopette troppo grande di un paio di taglie, con il cavallo che arriva alle ginocchia e i risvolti in fondo ai pantaloni. Aggrotta la fronte e fa le stesse domande due o tre volte, ma Diego sa che questo non preoccupa suo padre. Gli ottusi sono gli allievi migliori. Magari fanno fatica a imparare, ma quando hanno capito una cosa non c’è verso di fargliela fare sbagliata. Ora però l’apprendista si distrae, alza gli occhi dalla Mercury e spia il calendario delle camioniste, e poi l’orologio appeso al muro, e poi la moto. Punta il dito verso il pavimento, indicando lo straccio che in due minuti è diventato nero. Anche il padre di Diego se ne accorge.
«Il tuo cilindro perde olio», dice. «Motore andato. Ringrazia dio che ti ha fatto con i piedi».
Questa dei piedi è una sua vecchia battuta. Oggi, probabilmente, l’ironia fa parte della lezione: l’apprendista ride e poi la infila tra le altre cose da mandare a memoria. E non c’è un consiglio di suo padre che Diego seguirebbe, non uno, tranne quando si tratta di motori: così sputa per terra e dà un calcio alla moto facendola crollare su un fianco, leggera per come è svuotata e senz’anima.
Poco lontano, in uno dei palazzi sorti nel quartiere durante il suo piccolo rinascimento, Simone rivolta il bagno di casa a caccia di uno specchietto. Si è barricato lì dentro dopo la messa, superando le sorelle a forza di gomitate e sgambetti in corridoio, e adesso fruga nell’armadietto delle donne tra scatole di assorbenti, flaconi di sapone neutro e latte detergente, pomate per l’acne e creme depilatorie e intrugli non identificati, tutta roba che tra non molto invadrà anche il cassetto che divide con suo padre, questo è sicuro, l’ultima roccaforte virile in cui loro due conservano il rasoio elettrico e i fumetti. Simone è il primo di quattro figli e l’unico maschio, e conosce le donne abbastanza da avere rinunciato a capire alcuni aspetti della loro natura. Eccone uno: le ragazze cambiano durante l’estate. Da un giorno all’altro, dopo la fine della scuola, si spogliano e restano in canottiera. All’inizio delle vacanze ti guardano con occhi nuovi, occhi clinici e maliziosi, occhi puntati su parti del corpo che prima fingevano di ignorare. Non chiederti perché e falle felici, conclude, trovando quello che cerca: uno specchio piccolo e rotondo, da borsetta, che lucida con il fiato per guardarsi la nuca. Si accarezza i capelli tagliati di fresco e ripensa al complimento che meno di mezz’ora fa, in chiesa, una compagna di catechismo gli ha sussurrato all’orecchio. Si è sporta dal banco dietro al suo e ha detto: «Lo sai che hai un bel collo?» Poi è tornata a sedersi e ha riso per un po’ con le amiche. Poteva essere uno scherzo oppure no: alla fine della messa lui si è piazzato all’uscita, ha aspettato il gruppo delle ragazze e ha avvicinato la sua compagna appena è rimasta sola. È stato lì, sul sagrato della chiesa, che si sono dati il loro appuntamento.
«Un bel collo», dice adesso Simone, rivolgendosi allo specchio grande, prima di cedere all’assedio che le sorelle stringono alla porta del bagno. «E dovresti vedere il resto». Simula un passo di ballo muovendosi nel poco spazio tra il lavandino e la vasca. Solleva le braccia e spinge avanti e indietro il bacino, e sente la camicia appena inamidata, una camicia della domenica, tendersi dietro la schiena come un abbraccio.
«Oggi è la tua giornata», dice. «Oggi, campione». Fa un occhiolino alla sua immagine riflessa e intanto allunga una mano verso la chiave, e ancora prima che possa toccare la maniglia viene travolto. Nella breve lotta che segue, in mezzo a tre paia di braccia e di gambe che cercano di prevalere, la maggiore delle sorelle entra per prima. Si butta sulla porta con tutto il peso del corpo, tira un calcio a uno stinco, dà un ultimo spintone e infine riesce a sua volta a chiudere a doppia mandata. «Cazzo», grida. «Io oggi lavoro, se qualcuno se lo ricorda».
Poi si appoggia al muro per riprendere fiato. Addosso ha una specie di divisa da rodeo: stivali, pantaloni con inserti di pelle, camicia bianca annodata in vita e un fazzoletto legato al collo, rosso come il nome che porta ricamato sul taschino. Sonia. Quando apre l’armadietto ha l’impulso di gridare di nuovo, ma poi rimette in piedi boccette e flaconi, prende la matita e l’ombretto per truccarsi in ascensore. Si toglie la camicia e strappa due strisce di carta igienica con cui più tardi imbottirà il reggiseno. Controlla l’orologio: ha ancora dieci minuti prima di uscire. Così spalanca la finestra, si siede sul water e accende una sigaretta. Fuma guardando dall’alto il cortile, i ragazzi che giocano a pallone, i balconi di fronte e poi oltre, l’orizzonte dei tetti fino alla colonna luccicante di macchine sull’autostrada.
A mezzogiorno, facendosi largo tra i passeggini e i carrelli, Diego irrompe nel centro commerciale attraverso l’elettronica e l’abbigliamento, i giocattoli e i casalinghi e il bricolage, le finte vie e le finte piazze arredate all’antica, con tavolini, panchine, lampioni e vasche di fiori. Sta alla larga dai vigilanti e consegna a un commesso in pausa pranzo una piccola scatola nera, uno dei contenitori per rullini fotografici che usa per i suoi scambi. Riceve dei soldi e li infila in tasca senza contarli. Aspetta qualcuno per più di mezz’ora, seduto sul bordo di una fontana, facendo un paio di telefonate e maledicendo ogni volta una voce registrata, poi rinuncia agli affari e scende nel seminterrato, verso il locale più affollato del settore ristorazione, una tavola calda all’americana che manda odore di grigliata su per i quattro piani del centro commerciale. Taglia la coda alla cassa, supera i divanetti di pelle e si apposta all’entrata delle cucine, dove sorprende Sonia alle spalle quando lei esce portando tre birre e un vassoio formato famiglia di patate fritte. Diego le copre gli occhi con le mani e Sonia si blocca di colpo.
«Chi sono?», chiede lui.
«Un coglione», risponde...




