Lipsyte | La parte divertente | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 217 Seiten

Lipsyte La parte divertente


1. Auflage 2014
ISBN: 978-88-7521-582-8
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 217 Seiten

ISBN: 978-88-7521-582-8
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Il nuovo libro di Sam Lipsyte è una«sublime baraonda» (così l'entusiastica recensione di Ben Fountain sul New York Times) «che si muove abilmente sul confine fra ilarità e pathos». In questi racconti caustici, irriverenti, esilaranti, l'autore descrive il lato più grottesco di una middle class piena di velleità intellettuali e di ambizioni di successo ma che inciampa costantemente nella propria mediocrità. Un buono a nulla con molta inventiva cerca di sbarcare il lunario spacciandosi per balia alle neomamme chic di Brooklyn; un ragazzino scatena il proprio sadismo nelle partite di Dungeons & Dragons; la figlia di un sopravvissuto all'Olocausto si innamora di un giovane coperto di tatuaggi neonazisti; un ex tossico che ha scalato le classifiche dei bestseller grazie al suo memoir a tinte forti scopre di avere perso il favore dei lettori. L'umorismo implacabile e sovversivo di Lipsyte, unito al suo stile pirotecnico, ne fanno a detta unanime dei critici una delle migliori voci della narrativa americana contemporanea.

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IL DUNGEON MASTER


Il Dungeon Master è a scuola, in punizione. Lo aspettiamo a casa sua, lungo la provinciale. Marco, il fratello minore del Dungeon Master, tira fuori patatine al mais e aranciata.

Marco è un paladino. Combatte per la gloria di Cristo. Dall’inizio delle vacanze di Natale, Marco ha già avuto molti paladini. Si chiamano Valentino e il Dungeon Master fa sempre in modo di ucciderli nelle situazioni più ignobili.

È già abbastanza spiacevole quando tira i dadi e annuncia che un orco ubriaco ha srotolato un po’ di budella a uno dei Valentino così, per sport. Ma gli incidenti stupidi sono ancora peggio. Un Valentino è inciampato sull’asse di un pavimento e si è spaccato la testa su un secchio di idromele. L’hanno trasportato nelle scuderie, dove è morto per il trauma cranico.

«Beccati questa!», ha detto il Dungeon Master quella volta, da dietro lo schermo di cartoncino laminato. Da sopra lo schermo erano schizzati spruzzi di saliva. «È giunta la tua aurora», aveva detto. «Hanno appena dato un taglio al tuo filo!»

Il Dungeon Master parla una lingua segreta che non capiamo bene. In giro si dice che è stato in cura proprio per questo motivo.

Ogni volta che il Dungeon Master fa morire l’ennesimo Valentino, Marco scappa a piangere dal padre. Il dottor Varelli riporta suo figlio davanti allo studio, lo spinge dentro, poi infila la testa arruffata nella porta e ci dice: «Fate i bravi, cucciolotti miei belli».

«Papà, fuori dai coglioni del mio regno mentale», dice il Dungeon Master.

«Esaudisco il tuo desiderio, bellezza mia».

Il dottor Varelli parla davvero così. Non è una lingua segreta, è solo imbarazzante. Forse è per quello che sua moglie l’ha lasciato, lasciando anche Marco e il Dungeon Master. Non è un bel motivo per andarsene, ma, come spera di insegnarci il Dungeon Master, il mondo non è un bel posto in cui vivere.

Adesso siamo qui seduti a sgranocchiare patatine al mais.

«Se non scrivessero che sono fatte con il mais, non ci crederei», dice Brendan.

È un mago di terzo livello.

«In punizione?», dice Cherninsky, e si alza, si accuccia, si accomoda, si rialza. Ha la frangia nera e le lentiggini, e soffre di quel disturbo che non ti fa stare seduto tranquillo.

«Ha dato di matto all’ora di spagnolo», dico io. «Ho sentito uno dell’ultimo anno che lo diceva».

«Il professore ce l’ha con lui», dice Marco. Marco lo disprezza come Dungeon Master, ma gli vuole bene come fratello. A me Marco è simpatico, ma non vado matto per Valentino. Io sono un ranger di terzo livello. Combatto per la gloria mia.

La porta si spalanca con un colpo.

«Ah, ecco i morituri». Il Dungeon Master ci passa accanto a lunghe falcate, basso e pallido con una barbetta castana.

Si siede al tavolo dietro lo schermo, su cui sono stampati dalla sua parte tutti gli elenchi e gli schemi di gioco, e dalla nostra parte un murale pieno di stelle mattutine e fuoco. Ci ha ordinato di non toccarlo mai. E noi ce ne guardiamo bene, anche quando lui è in punizione. Il Dungeon Master sfoglia delle carte: le sue mappe e gli schemi. I dadi gli ticchettano nella mano tozza. Dietro di lui, sul muro, sono appesi i diplomi del dottor Varelli. I diplomi dicono che fa lo psichiatra infantile, ma non porta mai dei pazienti qui dentro, e non so nemmeno se esce di casa.

«L’ultima volta che ci siamo visti», inizia il Dungeon Master, «Olaf il ladro era stato sorpreso a rubare una pagnotta di segale dal forno del villaggio. Il garzone del panettiere, uno halfling, aveva messo il nostro amico con le spalle al muro brandendo un coltello per il pane. Sei pronto a tirare i dadi?»

«Non voglio morire così», dice Cherninsky.

Cherninsky muore sempre così – tutti noi moriamo così, o in qualche modo simile – ma oggi pomeriggio sembra più disperato del solito. Forse sta pensando a gente che è morta davvero, come la sua sorellina. È annegata nell’oceano. Nessuno ne parla mai.

«Questa situazione rende inevitabile chiedersi se...», inizia il Dungeon Master, poi beve un sorso di latte alla fragola. «Il pane è il pane della vita o il pane della morte?»

«Cosa vuol dire?», chiede Cherninsky.

«Leggi di più. Fatti una cultura».

«Guarda che leggiamo tutti», dice Brendan.

«Parlo di libri», dice il Dungeon Master. «È assurdo che uno come te sia un mago».

«Non farmi morire dal fornaio», lo prega Cherninsky.

«E tu non rubare il pane».

«Ma cosa ti aspetti? Sono un ladro».

«Tira i dadi».

Cherninsky tira, muore, salta giù dalla sedia.

«Allora, perché ti hanno messo in punizione?», chiede.

«Quand’è che mi hanno messo in punizione?»

«Oggi», gli dico. «È stato oggi».

Il Dungeon Master mi sbircia da sopra lo schermo.

«Oggi, audace ranger, ho visto un poveraccio di ladruncolo morire dissanguato sul pavimento di una panetteria. Questa è l’unica cosa che è successa oggi. Capito?»

«Capito».

So che è un tipo strano e non è intelligente quanto finge di essere, ma se non altro tiene ben sorvegliati i confini del suo regno mentale. Questo fatto deve pur contare qualcosa.

«Allora», dice il Dungeon Master, «c’è qualcuno di voi ritardati che vuole affrontare quel fesso con l’arnese da cucina? O preferite fuggire nel vicolo sul retro?»

«Fuggiamo nel vicolo sul retro», dice Marco.

«Sei Valentino numero ventisette?», chiede il Dungeon Master.

«Ventinove».

«Non affezionartici troppo, fratellino».

Ci sono anche altre campagne, altri ragazzi. Possiedono quella che i professori chiamano fantasia. Alcuni di loro frequentano le classi per gli studenti più dotati. Giocano nel club ufficiale del doposcuola.

«Io ho una maga elfica di diciassettesimo livello», mi dice Eric nell’aula di coordinamento di noi primini. «Vola su un drago che si chiama Stella Verde. La settimana scorsa ci siamo battuti contro un esercito di giganti del gelo. E tu?»

«Noi i draghi non li vediamo nemmeno col binocolo, figurati se ci saliamo sopra. Ma il tuo personaggio è una femmina?»

«Tu giochi con quello psicopatico dell’ultimo anno, com’è che si chiama?»

«Il Dungeon Master», rispondo.

«Si fa chiamare così? Come se quello fosse il suo vero nome?»

«Non si fa chiamare proprio niente».

«Ho sentito che da piccolo ha pestato un bambino con una mazza di alluminio. Che gli ha causato danni cerebrali».

«È tutto inventato», dico, per quanto sia piuttosto sicuro che è vero. «È molto intelligente».

«Non è nella classe per i più dotati», dice Eric.

«Be’, nemmeno io».

«Giusto», fa Eric, si gira e si mette a parlare con Lucy Mantooth.

Quasi tutti i giorni giochiamo fino all’ora di tornare a casa per cena. Ma a volte, se telefoniamo a casa per chiedere il permesso, il dottor Varelli ci prepara qualcosa – hamburger, spaghetti – e, se il giorno dopo non c’è scuola, ci fermiamo a dormire. La mattina ci prepara pancake, pancetta, uova, pane tostato.

«Mangiate, mangiate, cucciolotti miei».

Noi cucciolotti mangiamo nello studio. Dato che moriamo così spesso, ci prendiamo una pausa ogni volta che uno di noi deve creare un nuovo personaggio.

Un giorno, mentre Marco porta in vita il suo Valentino numero trentadue, io mi avventuro fuori, in salotto. Il dottor Varelli è seduto sul divano con una chitarra di legno luccicante. Le dita svolazzano sulle corde e lui canta un pezzo acuto e strappalacrime. Si ferma e alza la testa.

«È una canzone d’amore italiana». Ha una sfumatura di vergogna nella voce, ma non è per la canzone.

Seguo il suo sguardo fino a una vecchia fotografia appesa alla parete. C’è una ragazza in posa accanto a una fontana di pietra dal cui bordo si levano in volo dei piccioni. Una volta Marco mi ha detto che quella donna è sua madre.

«Che bella», dico.

«Certo», risponde il dottor Varelli. «Roma è una bellissima città».

Dopo ci raduniamo nello studio per una nuova avventura. I nostri personaggi si radunano nella Locanda dell’Ossiuro. Siamo tutti già morti lì, durante risse e lotte al coltello, a causa di birre avvelenate, o persino di infezioni prese dai boccali di ceramica non lavati. Ma il Dungeon Master insiste a dire che lì si mangia il miglior pasticcio di carne da questa parte dei Laghi di Fuoco.

Facciamo amicizia con un cieco. Cherninsky gli ruba le monete d’argento, ma quel povero sempliciotto non se ne accorge, quindi continuiamo i convenevoli ancora per un po’. Ci racconta di una caverna quasi in cima al monte Sventura Totale, di un drago nella caverna, e di un tesoro sotto il drago.

«Sembra pericoloso», dice Marco.

«È proprio questo il punto», dico.

«È una decisione difficile», dice Brendan. Sì e no lo conosco, Brendan. Fa nuoto con Marco, qualcosa del genere. È simpatico, e un po’ ottuso. Non so dove va a scuola, ma secondo me i bulli neanche si accorgono di lui.

Cosa che non vale per Cherninsky. Ha l’abitudine di andarsele a cercare, anche se alcuni degli aguzzini abituali con lui si trattengono. Il suo atteggiamento nel cortile della scuola ha qualcosa di sbagliato e un po’ ripugnante. Dà la sensazione che sarebbe capace di farsi picchiare a morte. È il tipo di ragazzo di cui la gente dice che a casa non ha i genitori, invece li ha eccome, solo...



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