Malamud | Gli inquilini | E-Book | www.sack.de
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E-Book, Italienisch, 205 Seiten

Malamud Gli inquilini


1. Auflage 2018
ISBN: 978-88-7521-346-6
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 205 Seiten

ISBN: 978-88-7521-346-6
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
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'Gli inquilini', pubblicato originariamente nel 1971, è la storia di Harry Lesser, l'ultimo occupante di una decrepita palazzina di New York che deve essere abbattuta per far posto a un condominio di lusso. Nonostante i goffi tentativi di sfratto da parte del proprietario, Lesser non vuole lasciare l'appartamento, perché lì ha iniziato a scrivere il suo romanzo ed è lì che intende terminarlo, dopo dieci anni di lavoro. Quando nella palazzina si trasferisce, per abitarci abusivamente, Willie Spearmint, anche lui scrittore, fra i due si instaura una rivalità letteraria (Willie, sebbene disponga di scarsi mezzi tecnici, è molto più motivato del collega) e razziale (Lesser è ebreo, Spearmint afroamericano) che assume uno sfondo anche sessuale quando entra in scena Irene, la donna di Willie. Romanzo politico, provocatorio e visionario, Gli inquilini è, come scrive Aleksandar Hemon nella sua prefazione, «un libro da odiare o da amare; una lettura da cui si esce arrabbiati, combattuti - e vivi».

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Cogliendo il proprio riflesso nello specchio solitario Lesser si sveglia per finire il suo libro. Sente l’odore della terra viva nella morte invernale. In lontananza il lamento di una nave che lascia il porto. Ah, se potessi andare anch’io dove va quella nave. Cerca di riaddormentarsi ma non ci riesce, è come se un cavallo lo trascinasse fuori dal letto per le gambe legate. Devo alzarmi e scrivere, altrimenti non avrò pace. In questo senso non ho scelta. «Mio Dio, gli anni». Butta via la coperta e vacillando accanto alla sedia sgangherata dove ha posato i vestiti s’infila lentamente i pantaloni gelidi. Oggi è un altro giorno.

Lesser si veste malvolentieri, deludente sorpresa, perché era andato a letto bruciando dal desiderio di scrivere al mattino. Aveva pensieri gradevoli, impazienti per il giorno dopo. Va a dormire pieno di speranza e si sveglia pieno di resistenza, lamentandosi. Perché? Per chi? Quali inutili sogni sono intervenuti? Anche se non ne ricorda nemmeno uno (ma il suo sonno ne è pieno zeppo), Lesser fantastica di un sogno toccato dalla paura: Ecco lo sconosciuto che incontro per le scale.

«Chi cerchi, fratello?»

«Chi chiami fratello, mammina?»

Esce l’intruso. Un predatore di ieri o già di oggi? Levenspiel travestito? Un sicario assoldato da lui per bruciare o far saltare in aria l’edificio?

È la mia immaginazione iperattiva che lavora a tradimento. Lesser si rende le cose difficili per qualche ragione. È una lunga storia ma ora come ora significa che non sa in che modo finire il suo libro. Né perché la fine, questa volta, sia così difficile quando invece hai costruito ogni gradino per arrivarci, anche se alcuni si riducono in polvere se li osservi attentamente. Tuttavia, prima o poi deve venire, è sempre venuta. Che sia una forma di ripulsa escatologica? Come se la fine fosse qualcosa che non posso sopportare? Ogni libro che scrivo mi spinge a tal punto più vicino alla morte?

Appena ne ha finito uno ne comincia un altro.

Ora che l’immaginazione sta immaginando, Lesser s’immagina di aver terminato, la lunga fatica finalmente conclusa. Sollievo, calma, mattinate a letto per un mese. Alba sul mare, luce rosea sulle onde inquiete che lambiscono un’isola al risveglio, respirare il fresco respiro dei suoi alberi, fiori, cespugli di mirto, conchiglie. Ah, gli odori di nuovo sensuali della terra circondata dal femmineo mare. Gli uccelli si alzano dalla riva, volteggiano, si librano sopra le ispide palme simili ad alberi di nave nel cielo luminoso. Gabbiani che stridono, improvvise tempeste di merli strillanti sull’acqua violacea. Ah, questa terra viva, quest’isola sovrana su un mare argentato, quest’angolo fra la Trentunesima Strada e la Terza Avenue. Questa casa dimenticata. Questo felice infelice Lesser che deve scrivere.

In quella fredda mattina d’inverno, mentre il termosifone rugginoso bussava come un ospite gioviale ma spandeva un debole calore, con la neve di ieri alta venti rigidi centimetri sulla strada bianca, attraverso la quale filtrava la fuliggine indigena, Harry Lesser, un uomo serio, si allacciò l’orologio al polso – come se il tempo non se lo portasse già sulla schiena – e scese di corsa le sei sporche rampe di scale del massiccio edificio di mattoni quasi abbandonato, anno 1900, sbiadito, nel quale abitava e scriveva. Trentacinque famiglie l’avevano evacuato nei nove mesi dopo l’avviso di demolizione ma non Lesser, lui resisteva. Attraversando la Terza controluce, sentendo nel fango della strada che aveva lasciato le galosce sotto l’acquaio, Harry, con i mocassini bagnati, fece un salto all’alimentari per comprare pane, latte e mezza dozzina di mele. Mentre trottava verso casa dava occhiate periferiche a destra e a manca, poi furtivamente alle spalle per vedere se il padrone di casa o uno dei suoi scagnozzi legali erano appostati sulla soglia bagnata di qualcuno o accucciati dietro un’automobile dal tetto innevato, ad aspettarlo. Un’idea inutile perché che cosa potevano fare se non tentare ancora una volta di persuaderlo, e in quella faccenda lui non era persuadibile. Levenspiel vuole che se ne vada per poter demolire il palazzo e costruirne un altro, ma lui tiene Levenspiel per le palle. L’edificio aveva gli affitti bloccati e dall’Ufficio Locazioni del comune – dove lo conoscevano molto bene – Harry aveva saputo che lui era un inquilino in regola con certi diritti. Gli altri avevano accettato la liquidazione del padrone di casa ma Lesser era rimasto e sarebbe rimasto ancora un po’ per poter finire il libro dove l’aveva partorito. Non era sentimentalismo, lui viveva di abitudini; fa risparmiare tempo. Lasciando perdere le palle congelate di Levenspiel, Harry corse a casa tra la neve.

La casa è dov’è il mio libro.

Davanti al cadente edificio dipinto di scuro – una volta una casa decente, ora la casa di piacere di Lesser, era lui che la animava – c’era un solitario bidone ammaccato che conteneva quasi esclusivamente la sua spazzatura, migliaia di urlanti parole strappate e torsoli di mela marci, fondi di caffè e gusci d’uovo, un bidone di spazzatura letteraria, rifiuti del linguaggio diventati linguaggio dei rifiuti. Svuotato due volte alla settimana senza bisogno di farne richiesta, grazie a Dio. Lungo la strada davanti al palazzo correva un sentiero pedonale tra i cumuli di neve non spalata. Non c’era un portiere da mesi, scomparso come uno spettro. Il riscaldamento era controllato automaticamente, lesinato per l’unico abitante dell’ultimo piano, per il Robinson Crusoe rintanato lassù da tre mesi e mezzo, con il termostato sistemato da Levenspiel in persona nelle viscere della cantina. Se si guastava, e si guastava spesso – la caldaia aveva celebrato il suo cinquantesimo compleanno – chiamavi il numero dei reclami della Manutenzione Condominiale, che malediceva Se Stessa; e dopo qualche ora, se non di più, tornava con riluttanza in funzione, grazie al custode del grigio e butterato casone in falso stile Riforma che stava di fronte, il quale veniva a dare un’occhiata, se Levenspiel lo supplicava per telefono. Solo quel tanto di riscaldamento che bastava per aver freddo. Ti vedevi il fiato. Harry aveva una stufa nel suo studio per mantenere la mobilità delle dita, non funzionava male ma era rumorosa e consumava molta corrente. Le cose potevano andar peggio ed erano andate peggio, ma lui era pur sempre uno scrittore che scriveva. Riscriveva. Quello era il suo forte, faceva un sacco di cambiamenti – anche nella vita. Il palazzo accanto, sulla sinistra, era da lungo tempo evaporato in un parcheggio per auto; i suoi resti pop art, le cicatrici delle stanzette e gli ostinati colori del suo scheletro che testimoniavano una precedente esistenza incolore erano geroglificati sul muro di mattoni di Levenspiel; e aveva sentito dire che lo smilzo edificio di destra, dieci sottili piani del 1880 (ci aveva abitato Mark Twain?) con un ristorante italiano abbandonato e una veranda di ferro battuto, sarebbe stato il prossimo. Dietro a quello una vecchia scuola di tre piani in mattoni rossi, annata 1903, le cifre ricciolute incastonate come un cammeo sulla facciata piena di finestre fracassate: anche quella era destinata a sparire. Chi ha bisogno di una bomba atomica a New York? Se te ne andavi da un posto lo buttavano subito giù.

Nel sudicio androne Harry si fermò ossessivamente davanti alle cassette per le lettere, alcune mutile, prese a martellate, alcune divelte; posò il sacchetto della spesa, con l’occhio destro che palpitava per l’attesa di una lettera da un editore che non poteva assolutamente arrivare finché lui non avesse finito e spedito il suo sofferto manoscritto. Fantasticheria: «Abbiamo letto il suo nuovo romanzo e ci sembra un’opera di grande valore. Siamo onorati di pubblicarlo». Lodi per il libro, non per aver resistito.

Lesser aveva resistito, trentasei anni, ancora scapolo, uno scrittore di professione. L’idea è di rimanere uno scrittore. A ventiquattro e ventisette anni ho pubblicato il mio primo e il mio secondo romanzo, il primo bello, il secondo brutto, il primo un successo di critica con vendite che non riuscirono a superare il piccolo anticipo ricevuto, quello brutto, comprato per fortuna dal cinema, mi ha permesso di continuare a lavorare – abbastanza di che vivere decorosamente. Ti basta poco se pensi soltanto a finire un libro. Il mio più grande desiderio è che il terzo sia il migliore. Voglio che si pensi a me come a un’azienda fiorente, non come a un outsider che ha azzeccato il primo libro e poi ha finito le cartucce.

Sfilò una busta dalla fessura della sua cassetta con i mignoli. Se non lo avesse fatto lui l’avrebbe fatto qualche passante curioso. Lesser conosceva la scrittura, e quindi anche il mittente e il contenuto: Irving Levenspiel, dottore in economia, City College di New York, classe ’41, un uomo sfortunato nella forma e nella sostanza. Una supplica in una sola frase su carta sottile: «Lesser, guardi in faccia la realtà per un attimo e la prego abbia pietà». Con una risatina nervosa lo scrittore strappò la lettera. Conservava soltanto quelle delle rare donne che apparivano nella sua vita, fiori di primavera che appassivano in estate; e quelle del suo agente letterario, un signore dai capelli grigi che non gli scriveva quasi più. Che cosa c’era da scrivere? Nove anni e mezzo su un solo libro sono un periodo abbastanza lungo per essere dimenticati. Una volta ogni tanto due righe quasi umoristiche che cominciavano: «Sei ancora vivo?» L’ultima lettera tre anni prima.

Non so se sono vivo, ma è certo che continuo a scrivere.

Corse con il suo latte, il pane, la frutta, su per le sei rampe, masticando una mela gelida. Il piccolo...



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