Maynard | Urlando con i cannibali | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 357 Seiten

Reihe: Frontiere

Maynard Urlando con i cannibali


1. Auflage 2025
ISBN: 979-12-5649-178-0
Verlag: Mattioli 1885
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 357 Seiten

Reihe: Frontiere

ISBN: 979-12-5649-178-0
Verlag: Mattioli 1885
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Jesse si è diplomato, e ora con una valigia di cartone trova il coraggio di lasciare il West Virginia e attraversare il Tug River per avventurarsi nel Kentucky. Lì si ritrova ad assistere a una funzione evangelica e, mentre i fedeli toccati dallo Spirito Santo emettono grida di estasi, si ricorda di come i suoi concittadini gli raccomandassero sempre di non andare mai sull'altra sponda del fiume, abitata da presunti mangiatori di bambini. E ora si trova proprio lì, a gridare con quei cannibali. In un vortice di disavventure, sballottato fra l'amore le ragazze e lo stupore per il prossimo, Jesse continua imperterrito la ricerca di quella libertà e di quel futuro che esistono solamente lontano dal mondo in cui è cresciuto. Con questo secondo volume della trilogia di Crum - a metà strada fra Il giovane Holden di J. D. Salinger e Corri, coniglio di John Updike - di nuovo Maynard ci trascina con sé in un viaggio rocambolesco.

Lee Maynard (1936-2017) è stato uno scrittore statunitense nato nella cittadina di Crum, West Virginia, luogo da cui prende il nome e in cui è ambientata l'omonima trilogia. L'autore è considerato il bad boy del West Virginia. I suoi libri, da Lontano da Crum al recentissimo Cinco Becknell, hanno sempre suscitato scandalo, per il linguaggio scurrile e le scene di sesso esplicito, al punto che certe librerie negli Stati Uniti si sono rifiutate di distribuirli.
Maynard Urlando con i cannibali jetzt bestellen!

Weitere Infos & Material


Due

Jesse.

È così che mi chiamava la gente lassù dove sono nato, a Black Hawk Ridge, all’inizio del Turkey Creek, nella contea di Wayne, West Virginia. Quella gente si era trasferita su quei crinali e in quelle vallate e su quei torrenti appena dopo la fine della guerra d’indipendenza. Alcuni di loro avevano lasciato il paese solo per combattere in guerre che non erano stati loro a iniziare e che non comprendevano, e poi erano tornati a casa per combattere guerre che invece erano stati loro a iniziare, anche quelli, a loro modo, piccoli conflitti serrati. Altri, invece, non erano mai usciti dalla contea, non erano mai stati oltre il crinale, non sapevano neppure dove sfociasse il Turkey Creek o dove si dirigesse quando ciò accadeva e nemmeno avevano voglia di andare a scoprirlo.

Ma io sì.

Se ti addentri abbastanza in un tratto di bosco, sbuchi dall’altro lato; da qualche parte, ci deve essere una fine. Ma questo non valeva per il Turkey Creek. Dicevano che il Turkey Creek si spingesse così lontano fra le montagne che non c’era nessun altro lato, dove le cose terminassero, si fermassero, morissero. Dicevano che il Turkey Creek iniziava come un rivolo d’acqua dolce che sgorgava da una minuscola sorgente ai piedi di alberi scuri ai confini del mondo e dove scorreva c’era la nostra gente e più in fondo, in qualche altra contea, dove il corso d’acqua terminava, il torrente non era un buon posto dove stare, per nessuno di noi. E noi rispettavamo certi confini.

E Black Hawk Ridge era parecchio prima del Turkey Creek.

Se camminavi per circa un chilometro e mezzo verso l’estremità più lontana di Black Hawk, trovavi il punto più alto della cresta. La vallata sottostante si allargava, dispiegandosi gradualmente in una conca lussureggiante e ombreggiata, che si estendeva sempre più in basso, solo per perdersi di nuovo nel groviglio di altre vallate, altre creste che si spingevano lontano senza sosta attraverso gli Appalachi, un groviglio senza speranza di altezze mutevoli, forme indistinte, tronchi granulosi e ammassi di pietra che potevano essere stati lasciati cadere da Dio in una giornata storta durante la creazione del mondo.

A lato dell’altura, una sporgenza rocciosa si protendeva sulla vallata, uno dei pochi punti del crinale dove la vista non era interrotta dalle fitte macchie di latifoglie. Da lì si poteva far scorrere lo sguardo in tutte le direzioni, tra le pesanti creste verdi che svettavano attraverso le sottili nebbie delle valli e si ergevano nelle formazioni contorte di migliaia di anni, ognuna esattamente uguale a quella sulla quale mi trovavo. Eppure, a loro modo, tutte diverse.

Nelle belle giornate, quando mi trovavo su quella roccia consumata dalle intemperie, potevo vedere chiazze color verde brillante là dove gli uomini della cresta avevano aperto uno spazio per dei piccoli aspri campi dove coltivare il fieno per i loro cavalli da aratro o il grano da conservare nelle mangiatoie per darlo in pasto, duro e secco, ai maiali che sgrufolavano in continuazione contro i fianchi delle colline. Di tanto in tanto, pennacchi di fumo danzanti si alzavano dagli alberi e si snodavano attraverso la valle, fumo che proveniva da camini di pietra appoggiati ai lati di capanne e piccole case di legno. Le nostre case. Il nostro fumo. Tutto sul crinale era nostro. Eravamo tutti una famiglia lì, in un modo o nell’altro.

Ma anche allora, anche a Black Hawk Ridge, sapevo che c’era qualcosa oltre quelle creste, qualcosa che aspettava là fuori, qualcosa che mi attirava. Da qualche parte, le montagne si interrompevano. Ne ero sicuro.

Proprio sotto quella sporgenza di roccia, c’era il luogo dove Long Neck nascondeva la sua distilleria di whisky. Lo seguivo lassù, sul crinale, nascosto tra i cespugli, sbirciando tra i fitti boschetti, cercando continuamente di scoprire cosa stesse combinando. Mi rannicchiavo sempre nello stesso punto e osservavo in silenzio. Sapeva che ero lì. E non mi cacciava mai, ma nemmeno mi permetteva di avvicinarmi alla distilleria. Era sua, solamente sua, e non mi ci sono mai avvicinato. Oh, assolutamente no.

Zio Long Neck se ne stava lì a occuparsi della distillazione e leggeva dei libri sbrindellati che sembrava sempre far spuntare fuori come per magia dalle tasche profonde della salopette da lavoro. E poi un giorno trovai uno di quei libri nel mio nascondiglio, appoggiato su un piccolo ceppo. Me lo rigirai fra le mani, cercando di capire che cosa zio Long Neck volesse dirmi, poi capii che desiderava solamente una cosa: che leggessi quelle maledette pagine.

E per tutti i mesi di tutti gli anni in cui faceva abbastanza caldo da permettermi di nascondermi vicino alla distilleria del whisky, trovai libri. Sarebbe sembrato strano, se qualcuno lo avesse saputo o visto, se qualcuno ci avesse mai scoperti seduti lì, separati eppure insieme, un uomo enorme che fingeva di non accorgersi della mia presenza e io nascosto nella boscaglia vicino, tutti e due seduti in silenzio a leggere. Sarebbe sembrato strano, e credo che a quella gente non sarebbe piaciuto vederci in quel modo. Gli uomini non dovevano portare i giovani alle distillerie. E così zio Long Neck non mi faceva mai avvicinare alle serpentine di rame, ai tini e ai fuochi, ma neppure mi cacciava dal mio nascondiglio. Era un buon compromesso.

Ma non ci scoprì mai nessuno. Nessuno lo venne mai a sapere.

Jesse.

Dicevano di avermi dato quel nome in onore di Long Neck. Ma non era un grande onore, diceva Long Neck. Molte persone si chiamavano Jesse, sia maschi che femmine. Era un nome che piaceva, un nome che si ritrovava facilmente nella tradizione di famiglia, un nome che disseminavano con la stessa facilità con cui piantavano il mais nei campi. Amavano il nome Jesse… e Amos e James e Mary e Minnie. E avevo cugini di nome Elijah, Hester, Garfield e Inis. E Dorcas.

Ma c’erano un sacco di Jesse. Per distinguerci, davano alla maggior parte di noi dei soprannomi. Il prozio Jesse era ‘Long Neck’. Mio cugino Jesse, un metro e sessantacinque per centoventi chili, era ‘il Tozzo’. Avevamo anche Jesse ‘il Nero’ e chissà perché diavolo lo chiamavano così. E Jesse ‘Corteccia’ il miglior cacciatore di scoiattoli del promontorio. A Jesse Corteccia piaceva conciare le pelli di scoiattolo e venderle; perciò, non amava i buchi che lasciavano i proiettili. Cacciava solo con il suo fucile calibro 22 e, in verità, non sparava agli scoiattoli. No, Jesse Corteccia mirava verso il ramo dell’albero, appena sotto la testa dello scoiattolo, mentre l’animale se ne stava lì aggrappato e immobile alla vista dell’uomo. Di solito, l’impatto del proiettile e l’esplosione della corteccia dell’albero stordivano lo scoiattolo lasciandolo privo di sensi. La chiamavano la tecnica della corteccia. Jesse Corteccia raccoglieva la bestiola e le sbatteva la testa contro una roccia.

E poi c’era Jesse l’Impiccatore, un giudice di pace che viveva da qualche parte nella zona bassa della contea. Non credo che abbia mai impiccato nessuno. Ma nella Wayne County non si poteva mai dare nulla per certo.

Fra le donne c’era Jesse ‘la Rossa’, per via dei suoi capelli; Jesse ‘Bastona’ una donna severa e spietata che poteva rifilarti una bastonata in mezzo alla schiena con tale rapidità che ti ritrovavi a terra con i ponfi che sporgevano da sotto la camicia senza che nemmeno te ne accorgessi. E c’era una mia cugina di terzo grado, Jesse ‘Bagnata’, che era talmente arrapata che avrebbe potuto succhiar via la ruggine da un chiodo dei binari della ferrovia. Gli uomini dicevano che Jesse Bagnata si sarebbe fottuta chiunque, in qualsiasi momento, e la chiamavano ‘Bagnata’ perché era così che era in mezzo alle cosce, quando era dell’umore giusto. Il che significa la maggior parte del tempo. Questo raccontavano gli uomini. Naturalmente, nessuno la chiamava così con lei presente. Non sarebbe stato educato.

Era stata Jesse Bagnata a insegnarmi per prima che cosa ci fosse sotto la gonna di una donna e come arrivarci.

Eravamo seduti nell’apertura superiore del fienile di Long Neck, con i piedi che penzolavano nell’oscurità che si avvicinava e oscillavano dolcemente sopra il terreno sottostante. Indossavo solo una salopette, niente camicia sotto, e i pantaloni consumati mi arrivavano a malapena alle caviglie. Il cielo era blu, e l’aria calda mi accarezzava piacevolmente la pelle. Osservavo i piedi nudi di lei oscillare accanto ai miei, la gonna ampia che si muoveva leggermente. La gonna era vecchia, consumata, e il tessuto sottile avvolgeva la pienezza delle sue gambe. Avevamo guardato il sole tramontare dietro la cresta e poi la luna sorgere presto. Era una cosa che non avevamo mai fatto prima, una cosa che non sapevo nemmeno le piacesse fare. Non ci stavamo toccando, almeno non in quel momento.

“Sai dov’è la distilleria di Long Neck?”

Jesse Bagnata aveva qualche anno più di me e la sua voce era roca. Non avevo mai pensato di portare qualcuno alla distilleria di Long Neck. Non avevo mai pensato alle donne con la voce roca.

“Non ci sono mai stato” mugugnai.

Mi dicevo che in fondo era vero: non ero mai stato davvero nella sua distilleria, solo tra i cespugli lì vicino.

“Voglio andare alla distilleria di Long Neck. Non ho mai visto una distilleria.”

“Non posso portarti. Non ci sono mai...



Ihre Fragen, Wünsche oder Anmerkungen
Vorname*
Nachname*
Ihre E-Mail-Adresse*
Kundennr.
Ihre Nachricht*
Lediglich mit * gekennzeichnete Felder sind Pflichtfelder.
Wenn Sie die im Kontaktformular eingegebenen Daten durch Klick auf den nachfolgenden Button übersenden, erklären Sie sich damit einverstanden, dass wir Ihr Angaben für die Beantwortung Ihrer Anfrage verwenden. Selbstverständlich werden Ihre Daten vertraulich behandelt und nicht an Dritte weitergegeben. Sie können der Verwendung Ihrer Daten jederzeit widersprechen. Das Datenhandling bei Sack Fachmedien erklären wir Ihnen in unserer Datenschutzerklärung.