E-Book, Italienisch, 546 Seiten
Mitchell Distopia dell'eurozona
Prima edizione 2022
ISBN: 978-3-944203-62-1
Verlag: Lola Books
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Pensiero di gruppo e negazione su larga scala
E-Book, Italienisch, 546 Seiten
ISBN: 978-3-944203-62-1
Verlag: Lola Books
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
William 'Bill' Mitchell (Australia, 1952) è professore di economia all'Università di Newcastle nel Nuovo Galles del Sud. È considerato il fondatore della teoria monetaria moderna ed è il direttore del Centre of Full Employment and Equity (CofFEE), un istituto di ricerca dell'Università di Newcastle che promuove la piena occupazione e buone condizioni economiche di vita per tutti.
Weitere Infos & Material
1
INTRODUZIONE
“GROUPTHINK” (PENSIERO DI GRUPPO)
…un modello di pensiero caratterizzato dall’autoinganno, dalla fabbricazione forzata del consenso e dalla conformità ai valori e all’etica del gruppo. (dizionario online della Merriam Webster)
We bouwen op drijfzand [Stiamo costruendo sulle sabbie mobili]. (André Szász, ex direttore della Banca dei Paesi Bassi, 1999)
Questo libro esamina criticamente le opzioni che le nazioni dell’eurozona hanno a disposizione per affrontare la crisi sociale ed economica che le ha tormentate dal 2008. Il libro chiarisce queste opzioni all’interno di una comprensione storica del percorso intrapreso per creare l’Unione economica e monetaria (UEM). L’esperienza storica mette in evidenza le difficoltà che affrontano nazioni con strutture economiche molto diverse e una mancanza di solidarietà culturale quando cercano di fissare i tassi di cambio e di adottare una moneta comune. Ci permette anche di capire come il crescente predominio dell’economia neoliberale negli anni 80 si sia intersecato con la rivalità franco-tedesca del secondo dopoguerra per creare un pensiero di gruppo distruttivo che, sulla base di motivi ideologici, mina la prosperità, nega la realtà e rifiuta di applicare soluzioni possibili contro la crisi.
Ci sono opzioni migliori dell’austerità, anche all’interno della moneta comune. Ma se si vuole raggiungere una prosperità sostenibile, allora la zona euro dovrebbe essere smantellata in modo ordinato e le valute nazionali dovrebbero essere ripristinate. Se un tale sviluppo non può essere negoziato tra gli Stati membri, allora l’opzione migliore per nazioni come Italia, Grecia, Spagna e così via è quella di uscire unilateralmente dall’UEM e ripristinare la propria sovranità.
I grandi visionari europei nell’immediato dopoguerra non volevano costringere le economie europee in una camicia di forza di austerità e stenti. Essi miravano piuttosto a raggiungere la prosperità in tempo di pace. I leader politici europei concepirono il “progetto europeo” come un piano ambizioso per l’integrazione europea, per garantire che non ci fossero più conflitti militari su larga scala combattuti sul suolo europeo. Il progetto è iniziato in un periodo in cui nelle nazioni avanzate c’era un ampio consenso nei confronti della politica economica keynesiana e i relativi governi erano impegnati a sostenere la piena occupazione.
L’era keynesiana è emersa dalla “Grande Depressione”, la grande crisi che ha insegnato ai politici che senza un grande intervento del governo il capitalismo è intrinsecamente instabile e soggetto a lunghi periodi di disoccupazione. La piena occupazione arrivò solo con l’inizio della Seconda guerra mondiale, quando i governi hanno utilizzato la spesa per il deficit con lo scopo di perseguire lo sforzo bellico. L’era keynesiana della politica macroeconomica che ne è seguita è stata quindi segnata da deficit governativi che integravano la spesa privata per garantire che tutti coloro che volevano lavorare potessero trovare un impiego. L’ampio consenso politico ed economico emerso dopo la guerra portò a livelli molto bassi di disoccupazione nella maggior parte delle nazioni occidentali; questa situazione persistette fino alla metà degli anni 70, anche se in alcune nazioni europee si verificò un aumento sostenuto della disoccupazione come conseguenza della necessità di difendere le loro valute più deboli.
All’interno di questo ampio consenso politico, le discussioni sull’integrazione sono state condizionate dalla rivalità franco-tedesca. La Francia era determinata a creare strutture istituzionali che impedissero alla Germania di invaderla di nuovo. Vedeva nell’Europa integrata un modo per consolidare un ruolo dominante negli affari europei, ma era determinata a raggiungere questo obiettivo cedendo la minor quota possibile di sovranità nazionale. La Francia era inoltre risentita dell’influenza che gli Stati Uniti stavano esercitando in Europa, in particolare attraverso il piano Marshall che legava intrinsecamente la Germania occidentale agli Stati Uniti.
I tedeschi, soffrendo di una profonda vergogna per il loro passato militarismo e le azioni a esso associate, hanno potuto contare solo sul loro successo economico, compresa la “disciplina” della Bundesbank, per generare un orgoglio nazionale. Oltre alla necessità di espandere i propri mercati di esportazione, la Germania voleva far parte del “progetto europeo” per dimostrare di aver rifiutato voltato pagina rispetto al suo brutto passato. Tuttavia il timore ossessivo dell’inflazione ha fatto sì che questa partecipazione dovesse avvenire alle condizioni tedesche, il che significava che la nuova Europa avrebbe dovuto accettare la cultura della Bundesbank. Ciò diede vita a un processo logorante. All’interno del contesto di “stabilità” tedesco, sembrava che si trascurasse il fatto che la prosperità tedesca, in realtà, si basava su una robusta crescita delle importazioni da altre nazioni europee. Il fatto che non tutte le nazioni in un “contesto di stabilità” incentrato sulla Bundesbank potessero avere un surplus della bilancia commerciale è stato ignorato.
Dopo la Seconda guerra mondiale, le nazioni avanzate hanno anche accettato di fissare i loro tassi di cambio rispetto al dollaro USA, che a sua volta era legato al prezzo dell’oro, perché credevano che ciò avrebbe portato stabilità economica. Ma il cosiddetto sistema di Bretton Woods, istituito nel luglio 1944, fu sotto pressione fin dall’inizio perché i paesi con deficit commerciali dovevano sempre affrontare una pressione al ribasso sulle loro valute. Per mantenere i loro tassi di cambio dovevano: acquistare le proprie valute sui mercati dei cambi utilizzando le proprie riserve di valuta estera, spingere al rialzo i tassi di interesse interni per attirare l’afflusso di capitali e costringere la spesa pubblica a contenere le importazioni. Le nazioni con le valute più deboli si trovavano quindi spesso a dover affrontare tassi di crescita recessivi, l’aumento della disoccupazione e l’esaurimento delle riserve di valuta estera, e questo creava instabilità politica. Per essere efficace il sistema richiedeva che le nazioni avessero una forza commerciale più o meno simile, il che era ovviamente impossibile e alla fine questa impossibilità si è rivelata la causa del fallimento.
La rivalità franco-tedesca ha strutturato una serie di compromessi poco efficaci sulla via dell’unione monetaria. Il Trattato di Roma del 1957 fu fortemente condizionato a favore della Francia occupata a scapito degli aggressori, Germania e Italia. Ma la crescente forza industriale e di esportazione della Germania divenne una minaccia sempre più significativa per l’economia francese. L’ambizione industriale tedesca richiese alla Francia di scendere a compromessi con la propria feroce resistenza a cedere qualsiasi sovranità nazionale in favore di un’entità di livello europeo. La prima esperienza con la Politica Agricola Comune (PAC), introdotta nel 1962 come prima grande iniziativa della neonata CEE, avrebbe dovuto insegnare alle nazioni europee che entrare in un’unione monetaria sarebbe stato un esercizio arduo. La Francia voleva proteggere gli agricoltori francesi e la Germania voleva espandere il proprio mercato delle esportazioni industriali. Per raggiungere i loro obiettivi, i tedeschi hanno accettato di fornire sussidi ai contadini francesi attraverso la PAC: una tensione tutt’oggi logorante. Tuttavia la fattibilità amministrativa della PAC avrebbe richiesto un contesto di tassi di cambio molto stabile, perché tutta la Comunità avrebbe dovuto sostenere una miriade di costi legati all’agricoltura. Una volta che gli Stati membri si sono bloccati nella PAC, sono stati intrappolati anche dal compito impossibile di mantenere i tassi di cambio fissi. La crescita della forza delle esportazioni tedesche negli anni 60 fece del marco la valuta europea più forte, ciò mise Francia e Italia sotto costante pressione di svalutazione e di stagnazione interna, minando la stessa PAC. I vari accordi per il mantenimento di parità fisse tra le valute europee sono tutti falliti a causa della diversa forza di esportazione degli Stati membri. Ma invece di prendere la sensata decisione di rinunciare ai tassi di cambio fissi, quando nel 1971 il sistema di Bretton Woods è crollato i leader politici europei hanno accelerato il passaggio a una moneta comune. Il fiasco di Bretton Woods avrebbe dovuto insegnare qualcosa.
Il Rapporto Werner del 1970 delineava un calendario dettagliato per la creazione di un’unione economica e monetaria completa entro la fine del decennio. Era chiaro che il Comitato voleva che la politica monetaria e fiscale fosse centralizzata con il “centro delle decisioni di politica economica… [affinché]… sia politicamente responsabile nei confronti di un Parlamento europeo” (Rapporto Werner, 1970: 13). Nel 1975 un successivo studio del Comitato MacDougall sottolineava inoltre che un’unione economica e monetaria efficace avrebbe richiesto una forte presenza fiscale a livello federale. Essi...




