E-Book, Italienisch, 877 Seiten
Reynolds Polvere di stelle
1. Auflage 2017
ISBN: 978-88-7521-876-8
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Il glam rock dalle origini ai giorni nostri
E-Book, Italienisch, 877 Seiten
ISBN: 978-88-7521-876-8
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Da Marc Bolan ad Alice Cooper, da Gary Glitter a Lou Reed, dai Roxy Music ai New York Dolls, da Wayne County ai Queen, dagli Ultravox ai Kraftwerk, dal Rocky Horror Picture Show a L'uomo che cadde sulla Terra, senza dimenticare un'esauriente panoramica sugli strascichi del fenomeno: Johnny Rotten, Kate Bush, Grace Jones, Prince, Madonna, Marilyn Manson, Lady Gaga e Kanye West, per fare solo alcuni nomi. A farla da padrone e? pero? David Bowie. Concepito e scritto quasi interamente prima del 2016, Polvere di stelle e? stato rivisto e arricchito in seguito alla scomparsa del Duca. Simon Reynolds ne ripercorre la traiettoria personale e artistica a cavallo tra Inghilterra e Stati Uniti - non a caso i due paesi d'origine del glam rock - con la vertiginosa e straordinaria profondita? analitica di cui e? maestro, senza tentazioni agiografiche ma con la passione di un fan sconvolto dalla sua morte improvvisa. Ancora una volta la musica e? utilizzata come lente per leggere i periodi storici, tracciando nessi spesso coraggiosi tra le forme artistiche piu? disparate: Oscar Wilde diventa cosi? il «profeta del glam», mentre l'ascesa del rock parodico negli anni Settanta rientra nel concetto di «maniera» delineato da Oswald Spengler nel Tramonto dell'Occidente. Leggere Reynolds significa (ri)scoprire interi universi musicali, raccontati con uno stile che da oltre dieci anni affascina un pubblico di lettori italiani sempre piu? entusiasta.
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INTRODUZIONE
Tra «All You Need Is Love» e «Hot Love», tra i Beatles e i T. Rex: ecco dove affonda le radici il mio rapporto con la musica pop.
Un rapporto nato perlopiù davanti allo schermo televisivo, con i programmi per bambini e .
Con il suo variegato guazzabuglio di hit già in classifica e futuri successi, per gran parte dei suoi quarant’anni di vita a avevano sfilato artisti mediocri, 1 e brani dignitosi, ma all’inizio dei Settanta la bilancia si era nettamente spostata verso la stravaganza e l’originalità: l’assurdo, l’eccesso e il grottesco avevano conquistato il pop britannico. iniziava a sembrare , persino a quella maggioranza di famiglie inglesi che ancora lo guardavano in bianco e nero.
Anche noi avevamo un piccolo apparecchio in bianco e nero, il nostro primo televisore, arrivato quando avevo circa otto anni, vale a dire nel 1971. Il che significa che il glam è sostanzialmente il primo genere pop del quale abbia un ricordo nitido. Naturalmente all’epoca non lo conoscevo come quel periodo musicale preciso e distinto che risponde al nome di : ciò che vedevo in tv era soltanto ciò che il pop era , estremo e bizzarro, sciocco e spaventoso.
Tra i miei primissimi ricordi legati al pop c’è lo shock provocato dalla vista e dall’ascolto di Marc Bolan a in «Children of the Revolution», o forse «Solid Gold Easy Action». Più ancora dell’inquietante sensualità sonora dei T. Rex, a lasciarmi folgorato fu il look di Bolan: la riccia zazzera elettrica, le guance cosparse di lustrini, una giacca che pareva di metallo. Sembrava un guerriero venuto dallo spazio.
Marc Bolan innescò la miccia della bomba glam. L’insurrezione plastificata degli Sweet. Il bubblegum grezzo di Gary Glitter. Il ruggito frenetico e trionfale degli Slade. Lo sgargiante pandemonio di fiati e capelli multicolori degli Wizzard. La chiassosa leziosaggine dei Roxy Music. Alice Cooper, il pifferaio demoniaco. L’istrionismo spaccone degli Sparks. E al centro di tutto David Bowie, destinato a dominare il decennio come i Beatles avevano fatto negli anni Sessanta, una presenza fissa ed elegantemente eccentrica nella classifica pop. Fu proprio «Space Oddity» – il primo numero 1 di Bowie, quando venne ristampato nel 1975 – a lasciare l’impronta più profonda su di me da giovane.
Diverso, sensazionale, isterico (in ogni senso), il luogo in cui ridicolo e sublime si fondono per diventare indistinguibili: l’idea glam che il pop sia e debba essere tutto questo non mi avrebbe più abbandonato.
Riscoprii il glam a metà degli anni Ottanta, quando ormai ero un attento consumatore di musica e un critico in erba. All’iniziale sbalordimento impresso a fuoco nella mia mente infantile poteva ora sovrapporsi un impianto concettuale più maturo e articolato: l’idea che qualcosa fosse andato perduto quando il punk e il post punk avevano inevitabilmente demistificato il processo e smascherato i meccanismi dello spettacolo. Mettendo sul piatto del giradischi i singoli malconci che io e i miei amici recuperavamo nei mercatini – brani degli Sweet, di Glitter, degli Hello, degli Alice Cooper – percepivo il fascino di un’epoca in cui il pop era titanico, idolatrico e folle, un teatro dell’artificio incandescente e dei gesti grandiosi. Un’era lontana e irresistibile che sembrava l’opposto di ciò che era diventato il pop negli anni Ottanta post-post punk: adulto, responsabile, sensibile e socialmente impegnato.
Per «glam» – noto anche come «glitter» negli Stati Uniti – si intende un insieme di artisti e gruppi che spesso collaboravano tra loro, condividevano i manager ed erano animati da un’amichevole rivalità. «Glam» identifica anche una sensibilità, uno spirito emerso attorno all’inizio degli anni Settanta e destinato a fiorire per quattro anni circa prima di esaurirsi lentamente a ridosso dell’esplosione punk. Al di là della realtà storica universalmente riconosciuta – il glam in quanto epoca, genere, scena, movimento – è possibile vedere il fenomeno come un continuum comprendente da un lato precursori in ambito rock (Rolling Stones, Velvet Underground e Little Richard, per fare tre esempi), dall’altro antenati del rock che risalgono fino all’Ottocento, se non prima ancora. Oggigiorno esistono fan, critici e artisti per i quali il glam è un credo, quasi una cosmologia, il prisma attraverso cui percepiscono tutto ciò che venerano nella musica e nella cultura pop.
In , «glam» è un’etichetta elastica che copre non solo gli esponenti più ovvi, ma anche la Sensational Alex Harvey Band, i Tubes, i Queen e altri insoliti sospetti del mondo dell’art pop e del rock teatrale. Come la maggior parte dei generi e delle scene musicali, il glam ha un perimetro indistinto che si sovrappone a categorie altrettanto vaghe: il teenybop, il prog, il cantautorato e l’hard’n’heavy. Anche i confini storici del glam sono nebulosi. Emersi dall’underground capellone, artisti come Bowie, T. Rex, Alice Cooper e Roxy Music ci misero parecchio a scrollarsi di dosso i tratti postpsichedelici. Molte delle ultime figure glam prefiguravano il punk, oppure erano destinate a riemergere con la new wave dei tardi Settanta. Piuttosto che aggrapparmi alle definizioni, ho preferito interpretare il termine «glam» nel senso più ampio e inclusivo della parola, lasciandomi guidare dalla musica, dalle storie e dalle personalità.
Ciò detto, esiste una questione definitoria più ampia che va affrontata: cosa distingue il glamour del glam dallo sfarzo tipico del pop in quanto tale? Dopo tutto, una certa misura di lusso, coreografia e spettacolo è essenziale al pop in particolare e allo show business più in generale. Una differenza importante sta nella profonda autoconsapevolezza con cui gli artisti glam utilizzavano costumi, teatralità ed elementi scenici, spesso rasentando una parodia del glamour più che abbracciarlo senza riserve. Il glam rock essere percepito come finzione e i suoi esponenti erano tiranni che dominavano il pubblico, come tutti i veri intrattenitori. Allo stesso tempo, però, intraprendevano una sorta di beffarda decostruzione del proprio personaggio e atteggiamento, alimentando ulteriormente l’assurdità della performance.
Il carattere esplicitamente glamour del glam, inoltre, rappresentava una reazione al passato recente. Il rock glam, la musica adulta e malvestita del 1968-70, rendeva il gesto glam possibile e incisivo: un tuffo provocatorio nel pacchiano, nel frivolo e nel folle. Durante quel triennio – l’epoca di e , di e , di , e – il rock era maturato, lasciandosi alle spalle cose da bambini come i singoli sette pollici e l’immagine pop. Arene e onde radio erano dominate da un country rock mite, da cantautori seriosi, da jam band di hippie monocolori e da un’infinità di insulse formazioni boogie-blues. Tradizionalisti o aperti alle novità che fossero, tutti questi gruppi concordavano su un punto: il rock era musica e nient’altro che musica, badare all’immagine e alla spettacolarità era puerile, conformista e commerciale.
Divampato contro quel tetro scenario di barbe e jeans, il glam era la prima vera forza dirompente adolescenziale del nuovo decennio. Per certi versi, faceva rivivere lo spirito originario degli anni Cinquanta, quando il rock’n’roll era un fenomeno da guardare oltre che da ascoltare: l’esuberanza camp di Little Richard, l’impetuosa presenza scenica di Jerry Lee Lewis. Per ottenere un impatto audiovisivo analogo, il glam dovette impegnarsi molto più a fondo. Amplificando la vena androgina e omoerotica già presente nel pop degli anni Cinquanta e Sessanta, flirtando con nuovi fremiti di devianza e decadenza, gli artisti glam indossavano costumi scandalosamente esagerati e adottavano soluzioni scenografiche provocatorie per tramortire il pubblico e costringerlo a una sottomissione sbigottita.
Il glam fu anche un dietrofront sonoro, una riscoperta della semplicità del rock’n’roll anni Cinquanta e della potenza dei gruppi beat della prima metà dei Sessanta. Di fatto, segnò una completa inversione di rotta rispetto al rock duro e capellone che l’aveva preceduto: non più virtuosismo strumentale e look scialbo, ma eccessi visivi e rock essenziale.
Cosa impedì al glam di diventare un genere regressivo, puro revival o ricostruzione del passato? Il fatto che le sonorità fossero filtrate attraverso le tecnologie di registrazione della seconda metà degli anni Sessanta, il modo completamente nuovo di far suonare le chitarre e di registrare la batteria. Il risultato fu un’esaltante fusione di primitivismo e artificio capace di unire il subumano e il superumano. Al contempo flashback sugli anni Cinquanta e anteprima del punk, il glitter rock toccò l’apice dell’innovazione con maghi sforna-hit come Mike Chapman, Mike Leander, Phil Wainman e Jeff Wayne. I loro dischi erano talmente scolpiti e lucidati che sembravano possedere una dimensione visiva: ogni hit colpiva gli ascoltatori come un radiodramma. Per dirla con Chapman, era «musica progettata per gli occhi, non soltanto per le orecchie».
Il glam, inoltre, ribaltava i principi politico-filosofici sui quali nei tardi anni Sessanta poggiava il rock dell’era hippie. Rottamando l’ormai vacillante ethos comunitario dell’underground, gli artisti...




