E-Book, Italienisch, 167 Seiten
Reihe: Filigrana
Mazza Galanti / Siti / Mari Scuola di demoni
1. Auflage 2019
ISBN: 978-88-3389-082-1
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Conversazioni con Michele Mari e Walter Siti
E-Book, Italienisch, 167 Seiten
Reihe: Filigrana
ISBN: 978-88-3389-082-1
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Quando si gioca alla lista dei più grandi scrittori italiani viventi, Michele Mari e Walter Siti non mancano mai. Anzi, i due autori sono spesso ricordati insieme, uno accanto all'altro, come comodi poli opposti di due tendenze o tensioni letterarie: a Siti il realismo, a Mari il fantastico. A Siti la «scuola di nudo», lo scoprire la realtà, l'andare a fondo, a Mari «i demoni e la pasta sfoglia» verbale, l'inquietante e il meraviglioso che insidiano il quotidiano. In queste conversazioni Carlo Mazza Galanti sollecita con competenza e garbo i due autori sulle loro opere, sul mestiere della scrittura, sullo stato delle lettere e sul nostro presente. Con le loro risposte Siti e Mari mostrano quanto, oltre le chiare differenze, siano vicini nell'essenziale. E l'essenziale è intendere, ancora oggi, la letteratura come «qualcosa di grande, che ti fa scoprire ciò che non sai di sapere o che nascondi anche a te stesso». I due autori si ritrovano così uniti in una magnanima ossessione, nella fiducia ostinata in una letteratura che ci dice, attraverso «la densità e la potenza della forma», e anche quando non vogliamo sentirlo, quello che siamo. Materia e sogni, realtà, vanità e fantasmi.
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Introduzione di Carlo Mazza Galanti
Come suggerisce il titolo mash-up (combinazione del romanzo d’esordio di Walter Siti e della principale silloge di saggi critici di Michele Mari), questo libro unisce due lunghe conversazioni con due autori estremamente diversi, che a prima vista non hanno molto in comune.
Nato nel 1947 a Modena, Walter Siti pubblica il suo primo romanzo () in età già matura, nel 1994, dopo una lunga gestazione durata più di un decennio; con – quarto romanzo, del 2006 – l’opera di Siti viene accolta da un pubblico più vasto: il libro parla di televisione, reality show e nuove mutazioni antropologiche «al tempo della fine dell’esperienza e dell’individualità come spot» (come recita l’«Avvertenza» liminare). Il successivo romanzo sulle borgate romane, (del 2008), è il suo libro più letto prima del successo allo Strega nel 2013 con . Ad oggi l’opera di Siti, vista nel suo complesso, suggerisce l’ambizione balzachiana di rappresentare pezzo dopo pezzo diversi settori della società italiana attuale: l’università, la televisione, le periferie, la finanza, la religione, l’editoria. Il mosaico compone un ritratto piuttosto cupo e impietoso del nostro presente e probabile futuro, dove a nerezza e cinismo risponde una più minuta ma tenace epica degli affetti. A quest’ultima è affidato il compito di consegnare al lettore l’immagine di una umanità che sopravvive faticosamente in un paesaggio in rovina. L’elemento sociologico, o meglio ancora antropologico, onnipresente e pervasivo, conferisce ai suoi libri una fisionomia quasi saggistica. È tuttavia nel ritmo, nella tensione poetica, nella complessa tessitura di uno stile articolato tra innesti di oralità, impennate liriche e spunti teorici, che l’immaginario dello scrittore trova il suo ambiente e la sua cifra principale, e precisamente letteraria.
Il milanese Michele Mari, nato nel 1955, esordisce come narratore poco più che trentenne con il romanzo nel 1989 e da allora pubblica a un ritmo più o meno costante un libro ogni due o tre anni: raccolte di racconti e romanzi, più occasionalmente poesia. Il lettore si avvicina alla sua opera attratto dall’altissimo tasso di letterarietà di una scrittura dove risuonano le voci erudite e irrequiete di autori come Gadda, Landolfi, Manganelli, Bufalino; lo scrittore alimenta la sua marginalità inalberando le insegne dell’artista anacronistico, isolato ed estraneo alle insorgenze della modernità. Dalle punte di una sensibilità irritabile e in rotta col presente si profilano, per così dire , le sembianze del mondo in cui viviamo: non ultima quella di un paesaggio culturale che sembra allontanarsi sempre più inesorabilmente dalla dimensione libresca del secolare «uomo gutenberghiano» – lo stesso che Mari incarna con il fanatismo dei reduci – per dirigersi frettolosamente verso le lande sempre più immateriali della terza o della quarta rivoluzione industriale.
Cresce e s’impone, nello stesso lasso di tempo (soprattutto tra i cosiddetti «lettori forti»), la reputazione di entrambi i nostri autori: la conferma del loro talento e il valore di una solida ricerca artistica. I numeri, tranne casi eccezionali (come l’assegnazione a Siti del premio italiano più commercialmente remunerativo), non sono quelli del grande successo mediatico. Non pubblicano bestseller, solo saltuariamente vengono invitati in televisione, la loro presenza costante e consistente nel mondo letterario e nella coscienza degli esperti ne fa tuttavia, oggi, due punti di riferimento per la literary fiction nostrana: nel 2015 una rivista letteraria () ha chiesto a un numero abbastanza cospicuo di addetti ai lavori (editor, critici, ricercatori universitari) chi sono, a loro avviso, gli autori contemporanei italiani che resteranno nel canone dei prossimi decenni: Mari e Siti sono risultati in vetta alla classifica.
Non è l’ultimo dei moventi che mi hanno portato ad avvicinarli in questo libro l’auspicio di alzare la famosa asticella, quella costantemente abbassata dalla pubblicistica e dalla comunicazione culturale di massa, dove il bordone sempre più potente dello strillo promozionale e la frettolosità di giudizio ottunde le coscienze critiche e il gusto medio, spingendo a gridare al capolavoro ogni due per tre. Lasciar parlare questi due autori, articolare le loro riflessioni intorno al fare letteratura, al mondo letterario e al pubblico dei lettori, significa – nelle mie intenzioni – fornire una tara e una misura di cosa possa significare ancora oggi essere un romanziere, uno scrittore e un artista credibile, animato dalle motivazioni che fanno dell’arte un destino, una necessità, e non un semplice intrattenimento funzionale alla ricerca di soddisfazioni a breve termine o un viatico per altre mete. Insomma trattare questi due autori come due maestri, contro la loro stessa ritrosia a considerarsi tali.
Maestri di cosa, esattamente? Cosa possiamo imparare da una «scuola di demoni»?
I comuni denominatori emergono, a volte sorprendentemente, dalla lettura consecutiva delle due interviste: oltre quelli biografici e anagrafici (l’esser nati a pochi anni di distanza, avere entrambi una formazione e uno status accademici – per quanto da entrambi poco rivendicata/o), o poetico-letterari (entrambi scrittori estremamente eruditi, entrambi a loro modo «stilisti» seppur diversissimi nelle rispettive scelte formali, entrambi produttori di opere ambiziose che guardano ai piani più alti della letteratura), sono le affinità più oblique quelle credo più interessanti e produttive per il discorso critico. Autori apertamente e consapevolmente post-ideologici, sia Mari che Siti segnano una cesura netta rispetto agli imperativi categorici dello scrittore-pubblicista novecentesco, organico e non, dell’intellettuale-artista alla ricerca di «egemonia». Per ragioni anagrafiche e generazionali entrambi gli autori si collocano a cavallo di una profonda discontinuità storica: cominciano a pubblicare con la fine del bipolarismo, la loro sensibilità trova i propri limiti nel trionfo globale del capitalismo da una parte e in una ricca tradizione umanistica a rischio di smantellamento dall’altra. Vengono dopo la fine del popolo e prima dell’apoteosi dei social network, tra l’epoca del narcisismo e quella della psicometria. Politicamente parlando, il disincanto sembra la tonalità emotiva che più si addice loro: entrambi negano apertamente la possibilità di affidarsi alla vecchia cara idea progressista di una Storia che avanza illimitatamente verso il meglio. Amano in tal senso riferirsi a Leopardi e ai suoi lati più antilluministici, opponendo alle magnifiche sorti reazioni di stampo più o meno irrazionalistico: Siti cercando «uscite dal mondo» (per usare un vecchio titolo di Elémire Zolla) e trovandole soprattutto nella trascendenza deviata della merce, nel sesso come estasi e dissipazione (perciò stesso antitetico al razionalismo calcolante dell’homo oeconomicus) e in altri surrogati religiosi; Mari costruendo mitologie personali e fingendo mondi caratterizzati da una purezza pre o vetero-industriale, iconografie feticistiche che sfiorano il dominio del mito, forme di sacralità privata e ascetismo che vedono nel libro e nella scrittura un esercizio di renitenza radicale agli imperativi dell’attualità e allo sputtanamento mercantile.
La destituzione del politico non significa dunque che gli scrittori in questione, rinunciando al ruolo di guide morali o fari ideologici che in altri tempi sarebbe andato da sé, abbiano abbracciato l’esistente con quel misto di furbizia strategica e passiva acquiescenza che accompagna le più recenti metamorfosi della figura dell’autore (autore polivalente e performer, autore influencer, autore organizzatore di eventi e social media manager, eccetera). Nel rifiuto di qualsiasi bandiera e nel disconoscimento della missione politica e civilizzatrice del fare artistico sembra di distinguere piuttosto la volontà di restituire la scrittura letteraria a una dimensione più essenziale, liberarla dalle impalcature che l’accompagnano (e l’accompagnarono) limitandola o soffocandola, e recuperare semmai a questo livello una funzione critica più specifica e, allo stesso tempo, universale. Una chiara spia di questo atteggiamento è il rifiuto plateale mostrato da entrambi verso la narrativa a tematica esibitamente civile, verso la correttezza programmatica, verso opere variamente piegate a istanze ritenute esogene e per lo più portatrici di falsa coscienza. Con atteggiamento che in altri contesti potrebbe essere etichettato come di «destra» o «conservatore» (ma i contesti, appunto, sono decisivi), i due scrittori segnano nettamente e provocatoriamente la loro distanza dai contenuti impegnati, dalle intenzioni pedagogiche e dalle priorità dell’agenda umanitaria e filantropica che tanta parte continuano ad avere nella produzione artistica e letteraria. La coscienza, i suoi autoinganni e accomodamenti, sono tra i principali bersagli narrativi di questi autori presso i quali, non a caso, la dimensione intimistica e autobiografico-sentimentale (con tutto il suo corredo di ossessioni) assume un ruolo centrale, facendone tra l’altro gli involontari pionieri dell’«autofinzione» all’italiana, un genere che ha goduto di una discreta fortuna critica negli ultimi dieci-quindici anni.
L’immagine del mondo che emerge dalla loro opera è insomma ben poco pacificata: cercano...




